Fra un mese scade il blocco dei licenziamenti: ecco quanti posti di lavoro sono a rischio. Una bomba sociale

Fra un mese scade il blocco dei licenziamenti: ecco quanti posti di lavoro sono a rischio. Una bomba sociale

E' una bomba sociale annunciata, destinata a scoppiare fra un mese, ma che nessuno ha ancora disinnescato. Il 31 marzo scade il blocco dei licenziamenti. La Confindustria chiede la sua abrogazione: siamo l'unico paese europeo dove è ancora in vigore. I sindacati rivendicano il suo prolungamento: si rischia una disoccupazione di massa. Ma l'unico vantaggio di un rinvio è spostare la data della resa dei conti ad un momento in cui (forse) sarà partita la ripresa. Può bastare per ammortizzare l'impatto di un brusco e drastico taglio dei posti di lavoro esistenti? La pandemia, secondo le valutazioni della Banca d'Italia, ha già comportato la soppressione di 230 mila contratti a termine, solo fra bar, ristoranti, alberghi, palestre e musei. La fine del blocco porterà la mattanza nel mondo dei contratti a tempo indeterminato, dando il via a centinaia di migliaia di licenziamenti in tutti i settori – fra un massimo di 250-300 mila e un minimo di 120 mila - e aprendo una enorme scommessa sulla ricollocazione dei lavoratori.

I 250-300 mila licenziamenti non sono una decimazione improvvisa.

Al contrario, si tratta di un dato fisiologico. Il mercato del lavoro si muove: si licenzia e si assume. Normalmente, in un anno – quanto è trascorso dall'inizio della pandemia – in Italia ci sono 4-500 mila licenziamenti a vario titolo e un numero grosso modo corrispondente di assunzioni. I dati Inps dicono che, nel 2020, i licenziamenti, in virtù del blocco, sono stati il 60 per cento in meno del trend abituale. Questo vuol dire che 250-300 mila lavoratori che sarebbero stati licenziati sono rimasti al loro posto per via del blocco. Finito il blocco, riprendono i licenziamenti. Non tutti insieme, probabilmente, spiega un economista che segue in particolare il mercato del lavoro, Bruno Anastasia: per qualche mese, ci sarà un ritmo di licenziamenti doppio rispetto al normale: 80-100 mila al mese, piuttosto che 40-50 mila.

I primi indiziati sono i lavoratori per cui si concluderà la cassa integrazione. Secondo l'Istat, fra marzo e aprile dell'anno scorso, all'apice del lockdown, c'erano 6 milioni e mezzo di lavoratori in Cig. A giugno ne sono rientrati quasi tre milioni, altri 2 milioni ad agosto. A settembre (ultimi dati disponibili) ce n'erano ancora 852 mila.

Di questi, quelli che rischiano di più sono i cassintegrati a zero ore, quelli di cui, di fatto, le aziende hanno imparato a fare a meno, ormai dalla scorsa primavera. Sono circa 170 mila, considerando anche chi ha fatto brevi ritorni al lavoro. A rendere più fragile la loro situazione c'è il fatto che i cassintegrati a zero ore sono concentrati, per due terzi, nelle imprese più piccole, quelle sotto i 15 dipendenti. Ed è qui che la pandemia ha colpito di più. In un anno normale, di fronte allo stillicidio di centinaia di migliaia di licenziamenti ci sono anche centinaia di migliaia di assunzioni. Ma cosa accadrà se la ripresa ritarda? E se molte imprese, all'arrivo della ripresa, non ci saranno più? L'effetto più grave dell'epidemia sono infatti le cicatrici che lascia: le aziende che hanno chiuso per non riaprire più.

Secondo l'Istat, nell'universo delle imprese con più di 3 dipendenti (di fatto, tutte, tranne quelle individuali), questo autunno quasi il 70 per cento risultava normalmente aperto e il 24 per cento aperto solo parzialmente. C'era, dunque, già oltre il 7 per cento di aziende che avevano sospeso completamente l'attività, insieme ai loro oltre 400 mila dipendenti. Un quarto circa di queste imprese in sospeso prevedeva già di non riaprire più: per i loro 120 mila dipendenti, il posto di lavoro non c'è più. Se, dunque, una fetta – più o meno ampia a seconda della ripresa – di quei 250-300 mila licenziamenti “fisiologici” sarà riassorbita dalle assunzioni, questi 120 mila dipendenti di aziende definitivamente chiuse sono lo zoccolo duro della scommessa sulla ricollocazione dei licenziati.

Tanto più difficile per via dei settori in cui si è concentrata la crisi. Metà delle aziende dedicate all'intrattenimento e allo sport risultava – questo autunno – chiusa e un quarto di bar, ristoranti e alberghi. Sono settori in cui sono prevalenti le basse qualifiche e onnipresenti i contratti a termine. Oltre il 90 per cento degli addetti ad aziende di ristorazione e alloggio risulta di bassa qualifica. Nello sport e nell'intrattenimento, questa quota si riduce alla metà, anche per il maggiore livello medio di istruzione: poco oltre il 46 per cento. Ma poco più di un terzo dei contratti di lavoro nei bar e negli alberghi dura meno di tre mesi, mentre questo avviene per quasi la metà per chi lavora in palestre, piscine, cinema e teatri.

Un'analisi di economisti della Banca d'Italia ci racconta che, già in tempi normali, le probabilità di ritrovare un'occupazione per i lavoratori di questi settori sono ampiamente sotto zero. E sono storicamente sotto zero anche le probabilità che chi esce da un bar o da un albergo trovi un posto in un settore diverso (chi viene dallo sport e dall'intrattenimento sembra avere qualche chance in più).