[La polemica] Gli statali bidonati con l'aumento a tempo. Ecco l'ultima falsa promessa

Alla vigilia del voto, raccontando che finalmente anche il settore pubblico si aggiornava nelle retribuzioni al passo di quello privato, il governo varava un provvedimento, tecnicamente molto complesso, per adeguare le retribuzioni dei dipendenti pubblici al bonus contributivo più famoso, quello degli 80 euro (già concesso a tutti gli altri al costo di 10 miliardi). Fino al 24% di questo bonus, infatti, sarà revocato automaticamente

[La polemica] Gli statali bidonati con l'aumento a tempo. Ecco l'ultima falsa promessa

Statali bidonati con l’aumento “a tempo”. Ovvero: con un aumento a yo-yo, pro-tempore, con soldi nella busta paga che oggi ci sono, e domani (dal prossimo gennaio) non ci sono più.  

Niente scherzi, è tutto vero

Non è uno scherzo, ma piuttosto quello che è accaduto davvero con i famosi “85 euro” accordati agli statali, la grande concessione del governo (all’epoca era quello di Matteo Renzi) deciso alla viglia del referendum costituzionale del 2016. La storia la ricordano tutti, ma forse vale la pena di essere ricordata, per sommi capi: alla vigilia del voto, raccontando che finalmente anche il settore pubblico si aggiornava nelle retribuzioni al passo di quello privato, il governo varava un provvedimento, tecnicamente molto complesso, per adeguare le retribuzioni dei dipendenti pubblici al bonus contributivo più famoso, quello degli 80 euro (già concesso a tutti gli altri al costo di 10 miliardi). 

Solo un adeguamento, non un regalo

Si era detto: per analogia verranno concessi 85 euro anche ai i dipendenti pubblici, e la misura era stata varata e annunciata tra mille fanfare. Ma non si trattava di un regalo, a dire il vero, quanto piuttosto di un adeguamento dovuto al costo della vita e agli aumenti medi raggiunti nel settore privato (grazie al bonus), che arrivava dopo otto anni di blocco e dopo lunghissimi mesi di trattative. Tutto a posto? Mica tanto. 

Cosa è successo davvero

Oggi il Sole24 ore, spiega, con due pagine di tabelle fittissime curate da Gianni Trovati, che cosa è successo davvero. E soprattutto annuncia che cosa accadrà, a partire dal 1 gennaio 2019, giorno in cui una parte di quell’aumento si volatilizzerà. Fino al 24% di quel bonus, infatti, sarà revocato automaticamente. Il bonus, infatti, era legato a un meccanismo automatico e costituito da due diverse componenti: una, fissa, rimane. L’altra, legata ad un calcolo provvisorio, decade. 

Gli esempi dell’effetto elastico

Facciamo alcuni esempi, seguendo la tabella che il Sole ha costruito per spiegare “l’effetto elastico”: Se lavori in un ente locale, o per la regione, avevi diritto ad un aumento medio di 84.5 euro. Di questa cifra, da gennaio del prossimo anno, ti restano solo 64,6 euro. Se lavori in un ministero aiuto un aumento medio di 94,2 euro. Da gennaio del prossimo anno, ti restano 85,5 euro. Se lavori nella sanità, hai avuto un aumento medio di 85,4 euro. Appena scatta l’effetto elastico, passi a 66,9 euro. 

Gli effetti paradossali

Ma il complesso meccanismo, ha un altro effetto paradossale: il cosiddetto “elemento perequativo” della retribuzione, quello cioè che viene meno, colpisce maggiormente chi ha le buste paga più basse. Spiega il Sole24Ore, con le sue dettagliate tabelle, esaminando uno per uno tutti gli scaglioni di reddito e di età interessate dal provvedimento: “Nonostante le intenzioni iniziali di distribuire gli aumenti con il sistema ‘a piramide rovesciata’, ovvero più soldi a chi guadagna meno, alla fine si è imbucata la classica strada: l’intervento lineare dettato dalle pressioni sindacali, ma anche - conclude Trovato -  dalla difficoltà tecnica di prevedere davvero a scansioni diverse”. Morale della favola: “Il bonus - spiega il Sole - cresce al diminuire del reddito, per cui la perdita di gennaio si concentrerà nelle parti basse della gerarchia retributiva”.  

Ai confini con la follia

Siamo,  al confine con la follia. Esattamente come era accaduto per gli 80 euro si ripete il paradosso grottesco: in quel caso il bonus è stato revocato a 1,5 milioni di persone perché quell’aumento faceva aumentare il reddito fino ad entrare in uno scaglione in cui non si aveva più diritto al bonus. In questo caso invece, per complicato meccanismi di trascinamento, viene tolto di più (in percentuale) proprio a chi guadagna di meno. 

Non credo che esista un solo paese al mondo in cui un aumento che si riceve dopo otto anni di attesa sia concesso a Yo-yo, come in un gioco di prestigio. Finanziato in parte, o a tempo, o in circostanze legate a elementi contingenti. E nemmeno esiste un paese in cui un governo dichiara una intenzione (privilegiare chi guadagna meno), ma realizza il suo opposto (privilegiare chi guadagna di più). E neanche c’è un paese, in Europa, in cui ti fanno i soldi prima di votare, e te li richiedono indietro dopo che hai votato. Perché di questo si tratta.  

La faccia peggiore del renzismo

Il renzismo, con la sua politica dei bonus (entrambi arrivati a ridosso di scadenze elettorali) mostra in questo caso la sua faccia peggiore: che non è legata ad un giudizio politico, ideologico, o ad un problema di simpatia, come pensa qualcuno, ma semplicemente al senso effimero dell’improvvisazione e dell’approssimazione assoluta. I provvedimenti spot, pensati per capitalizzare consensi elettorali, alla prova de tempo, si rivelano per quello che sono: trucchi estemporanei da prestigiatori contabili. Il primo suggerimento per il prossimo governo - qualunque esso sia - è che nasca in tempo per poter finanziare i provvedimenti più urgenti e i buchi lasciati da Renzi. Non solo quello ben noto sulle clausole di salvaguardia delle aliquote Iva. Ma - anche - quello sulla misura figura dell’aumento Yo-yo.