[L'analisi] Apple a fondo, ecco perché sta crollando il mito dell'IPhone

A One Apple Park, la nuova fantascientifica sede a forma di astronave rischia di diventare un infausto presagio: una sorte di moderna Torre di Babele  che sarà ricordata come il simbolo di un’ambizione smodata ma fallimentare?

[L'analisi] Apple a fondo, ecco perché sta crollando il mito dell'IPhone

Il 2019 è iniziato da appena 4 giorni, ma sarà già ricordato come l’anno della Caduta degli Dei. E gli Dei in questo caso si chiamano Apple, il marchio più emblematico al mondo, simbolo della Digital Economy e dell’era di Internet. L’iPhone è probabilmente il simbolo dell’epoca che viviamo, oggetto di culto che spinge la gente a mettersi in coda giorni prima che esca un nuovo modello; i negozi del Apple, come quello, bellissimo, di Milano, gioielli di architettura dove folle di adoratori vanno in continuo pellegrinaggio. E possedere un prodotto con il logo della Mela fa status (questo articolo è stato scritto dalla tastiera di un iMac).

Eppure a One Apple Park, la nuova fantascientifica sede a forma di astronave, eredità del visionario progetto di Steve Jobs, rischia di diventare un infausto presagio: una sorte di moderna Torre di Babele  che sarà ricordata come il simbolo di un’ambizione smodata ma fallimentare? La Mela, fino a ieri la più grande azienda al mondo in Borsa, tracolla e distrugge miliardi di dollari. Nubi fosche si addensano sul suo futuro. Jobs è scomparso sette anni fa e adesso inizia davvero a farsi sentire l’assenza di un leader carismatico. Tim Cook è un bravo e onesto manager, ma nulla più. Non ha la visione di un genio come Jobs.

In un solo giorno ha bruciato a Wall Street oltre 70 miliardi di dollari, con un tonfo del 10%: tanto per avere un’idea sono come 2 manovre finanziarie del Governo Italiano (quella appena varata, in Zona Cesarini, per il 2019 è da 31 miliardi) più la Tav Torino-Lione e della futura Metro 4 di Milano messe insieme. A prima vista è l’ennesima follia del turboFinanza avida solo di crescita smisurata. Apple ha annunciato per la prima volta in 16 anni che i suoi ricavi scenderanno: erano attesi 90 miliardi di dollari nel periodo settembre-dicembre 2018 e invece saranno solo, si fa per dire, 84 miliardi. La sarebbe solo una bizza della fine dove se uno fa 1 euro in meno del previsto, scatta l’Apocalisse, se non fosse che Apple viene da mesi di tempesta. Dai massimi toccati in Borsa in estate ha mandato in fumo l’impressionante cifra di 320 miliardi.

Apple è la prima vittima della bolla speculativa e c’era da aspettarselo, viste le dimensioni. Wall Street viene da ormai quasi 10 anni di rialzi e ai massimi storici. I prezzi delle azioni di qualsiasi azienda, specie quelle hi tech, si sono stra-gonfiati: Apple è arrivata a 220 dollari ad azione, prezzo che l’ha fatta diventare la società quotata più grande di sempre nella stria della finanza: 1000 miliardi di capitalizzazione. Un record, ma anche uno sproposito. Dopo lo sboom, ora le azioni sono cadute sotto i 150 dollari, e Apple è scesa al quarto posto nella classifica di Wall Street (con la capitalizzazione ristretta a 750 miliardi).

Dietro al crollo di Apple c’è anche un aspetto geopolitico: la colpa dei risultati deludenti è stata data al calo di vendite di iPhone in Cina. Ma la Cina è anche il paese contro cui Donald Trump, presidente degli Stati Unit, il paese di Apple, ha scatenato una nuova guerra fredda, sui dazi. Magari il calo di vendite in Cina, più che a una recessione imminente, è una forma di ritorsione di Pechino contro Washington.

Rimanendo sempre in Cina, spunta anche il terzo motivo della crisi della Mela: i telefonini cinesi stanno erodendo mercato al sovrano Apple. Perché i vari smartphone Huawei, HTC e simili sono in alcuni casi uguali o migliori dell’iPhone. Apple soffre sempre più la concorrenza perché ha smesso di innovare. L’ultima creazione è l’Apple Watch che però non è mai decollato come si sperava (anche perché funziona solo se abbinato a un iphone e non come orologio indipendente; se non avete un iPhone è solo un gadget con uno schermo elettronico che segna l’ora). Il 2019 avrebbe dovuto essere l’anno del lancio della futuristica Apple Car, la super-automobile tutta connessa. Se n’è persa traccia: più che futuristica, fantomatica.

La promessa rivoluzione dell’ iPad, che avrebbe anche dovuto salvare i giornali trasferendoli da carta a digitale, è fallita: i tablet non hanno sfondato e non sono diventati un oggetto di massa come gli smartphone. Anche la prima grande intuizione di Apple dopo i computer, iPod, il walkman digitale, è ormai al tramonto, obsoleta. La musica oggi si ascolta in streaming sul telefonino grazie a Spotify e simili. Non serve un apparecchio dedicato. Il problema vero di Apple è che, nonostante i progetti e la diversificazione, è di fatto un’azienda monoprodotto: il 75% di quegli 84 miliardi di ricavi viene dagli iPhone, che però sono insidiati dalla concorrenza cinese (e coreana: Samsung è per molti addirittura superiore a Apple). Essere dipendenti da un solo prodotto, per un’azienda, espone a grossi rischi. Anche se sei la più grande società al mondo in Borsa.

Come sempre, però, non tutto il male viene per nuocere: il crollo di Apple a Wall Street ha avuto anche qualche beneficio: finalmente le azioni sono tornate a prezzi più ragionevoli. Che non sia l’occasione buona per addentare la Mela.