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[L’analisi] Abbandonare la moneta unica vuol dire essere cacciati dall’Europa. Con dazi disastrosi

L'uscita dall’euro senza parallela uscita dalla Ue, è legalmente impossibile. E perché un paese come la Francia dovrebbe consentire all'Italia di uscire dall'euro, ma restare nella Ue e, dunque, nel mercato unico, vendendo liberamente le sue merci con uno sconto (grazie alla svalutazione) del 20 per cento? Per Parigi, come per le altre capitali, sarebbe un atto suicida. E l'Italia è un paese che esporta molto. Rischiamo un dazio, ad esempio, del 20 per cento. Il grosso dell'export italiano, oggi, è verso il resto della Ue. C'è da chiedersi se i sostenitori dell'uscita dall'euro abbiano avuto l'umiltà di fare due conti

[L’analisi] Abbandonare la moneta unica vuol dire essere cacciati dall’Europa. Con dazi disastrosi

No euro, no Europa.  Non ci sono – sia chiaro subito - vie di mezzo: rinunciando alla moneta comune, l'Italia rinuncerebbe anche far parte dell'Unione europea, sessant'anni dopo averla fondata. Questo dicono i trattati. Nella commedia degli equivoci che ha accompagnato il lungo tentativo di costituzione del governo grillo-leghista, dove il pilastro su cui si reggeva tutto il programma – l'uscita dall'euro – è rimasto nascosto fino all'ultima ora, è restato sott'acqua anche un corollario devastante: non c'è base legale, nel diritto comunitario, per uscire dall'euro senza uscire anche da tutto l'edificio europeo. Se il presidente Mattarella aveva bisogno di una “pistola fumante” per convincersi a intervenire di forza a bloccare la nomina di Paolo Savona e garantire, come da sue prerogative istituzionali, la collocazione internazionale dell'Italia, questa era più che sufficiente. L'euro, infatti, non è un club da cui si può uscire restituendo la tessera. L'adesione alla moneta comune, da parte di uno Stato membro dell'Unione – ribadiscono i pareri legali della Commissione e della Bce - è “irrevocabile” e “irreversibile”. Per spezzarla, si può solo, dopo aver restituito la tessera,  rinunciare alla cittadinanza ed emigrare. Il Trattato di Lisbona prevede, infatti – questo sì – che si possa uscire, ma dall'intera Ue. E' l'articolo 50, quello della Brexit: Salvini sulle orme di Theresa May.

Senza l'euro fuori dall'Ue

Non è una sorpresa: se ne parlò a lungo ai tempi della crisi greca e della possibile Grexit. I giuristi riconoscono tranquillamente che si tratta di un “buco” assai criticabile della normativa, frutto della tradizione ottimistica e volontaristica che ha segnato tutta la costruzione europea, pensata a senso unico, verso una integrazione inevitabile e sempre più stretta. Ma, a torto o a ragione, il buco c'è. Per colmarlo, bisognerebbe approvare un emendamento ai Trattati: un processo faticoso, di esito incerto (come si è visto in più di un'esperienza recente), necessariamente unanime e, comunque, lungo anni. Una strada, nei fatti, impraticabile.

In assenza di questo emendamento, chiarì già la Commissione nel 2011, nessuno può lasciare l'euro. Più articolato il responso della Banca centrale europea, un vero e proprio parere giuridico, emesso nel 2009 (nel vulcano della crisi greca): “L'uscita di uno Stato membro dall'unione monetaria europea, senza parallela uscita dalla Ue, è legalmente impossibile”. Punto. La Bce era appena meno categorica, nel caso non di un'uscita volontaria, ma di una espulsione: di fronte alla catastrofe, ad un paese travolto dalla crisi finanziaria, ridotto praticamente alla fame, una espulsione sarebbe un'ipotesi “remota”, ma “astrattamente concepibile”. Insomma, un atto umanitario. E' improbabile che sia questo quello cui pensavano Salvini e Savona, ma sarebbe comunque un vicolo cieco. La stessa Bce chiarisce, infatti, che “in mancanza di base legale, l'uscita sarebbe tanto proibitiva concettualmente, legalmente, praticamente che la sua probabilità è vicina allo zero”.

I rischi per l'Italia

Questo è il parere ufficiale delle istituzioni e anche quello prevalente fra i giuristi. Secondo una minoranza di esperti, tuttavia, esisterebbero scorciatoie meno impervie per uscire dall'euro. Anche se giuridicamente meno impervie non le rende concretamente più praticabili. Secondo qualche giurista, dunque, a parte l'approvazione di un emendamento esplicito ai trattati, si può immaginare un processo per cui uno Stato membro che voglia abbandonare l'euro, esca dall'Unione e faccia poi domanda per rientrare, questa volta, tuttavia, come “membro con deroga” (ovvero non tenuto a partecipare all'euro), una volta però accertata, come per i membri di primo pelo, la “convergenza” della sua economia con quella degli altri paesi della Ue.

Non pare un processo particolarmente celere. Appena più agile l'ultima procedura escogitata, tutta interna alle decisioni dei governi. Il Consiglio europeo, dunque, (cioè l'organo dove siedono tutti i 27 governi dei paesi membri), con una decisione unanime e in accordo con il Parlamento europeo, ritira, in buona sostanza, la precedente decisione di consentire al paese in questione di aderire all'euro. Per giustificare questa decisione, dicono i giuristi in questione, il Consiglio europeo dovrebbe in sostanza stabilire che la permanenza di quel paese nell'euro sia così “devastante” per la sua popolazione o per le altre popolazioni europee da rientrare nel mandato dei trattati sul benessere dei cittadini.

Se tutte queste ipotesi su una uscita ordinata dall'euro (ovvero non nel fuoco e nelle fiamme di una crisi finanziaria senza precedenti) che non comporti anche l'uscita dalla Ue paiono fantascientifiche, è perché lo sono. Realisticamente, infatti, c'è da chiedersi cosa avverrebbe sui mercati nei mesi o anni in cui si prepara un referendum sull'euro, si discute un emendamento specifico nei trattati, o si aspetta che il Consiglio europeo prenda (e ratifichi) una decisione. L'unica esperienza paragonabile – l'uscita della Gran Bretagna dalla Ue – non aveva alcuna implicazione monetaria. Ma proprio la Brexit suggerisce un'altra concreta difficoltà.

Italexit con dazi disastrosi

Questi mesi di trattativa fra Londra e Bruxelles illustrano, infatti, la fermezza della Ue sulle sue condizioni negoziali e il netto rifiuto a fare sconti di qualsiasi tipo al transfuga. Difficile pensare ad un atteggiamento più comprensivo nel caso di una Italexit. Al contrario, è probabile che sarebbe anche più duro, a difesa degli interessi nazionali. Anche le scorciatoie illustrate sopra, infatti, prevedono sistematicamente una unanimità degli altri governi nel concedere all'Italia un eventuale rientro nell'Unione. Ma non si vede perché dovrebbero. Il presupposto vero dell'uscita dall'euro è la possibilità di svalutare la nuova lira, abbattendo i prezzi delle esportazioni. Giusto o sbagliato che sia, non c'è altra logica economica dietro l'abbandono della moneta unica. Di quanto? Gli esperti dicono che la svalutazione sarebbe almeno del 20 per cento.

Ora, perché un paese come la Francia dovrebbe consentire all'Italia di uscire dall'euro, ma restare nella Ue e, dunque, nel  mercato unico, vendendo liberamente le sue merci con uno sconto (grazie alla svalutazione) del 20 per cento? Per Parigi, come per le altre capitali, sarebbe un atto suicida, assai poco di moda in diplomazia. E l'Italia è un paese che esporta molto. Più facile pensare ad un atteggiamento arcigno che tenga l'Italia fuori dall'euro, ma anche dall'unione doganale e sottoponga le importazioni dall'Italia ad un dazio, ad esempio, del 20 per cento. Il grosso dell'export italiano, oggi, è verso il resto della Ue. C'è da chiedersi se i sostenitori dell'uscita dall'euro abbiano avuto l'umiltà di fare due conti.

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci, giornalista economico   
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