[L’analisi] Trump sta perdendo la guerra dei dazi con la Cina ma va avanti. Ecco perché

Secondo i calcoli degli economisti i danni delle misure adottate dal presidente americano verso Pechino sono inferiori rispetto a quelli procurati dai cinesi

[L’analisi] Trump sta perdendo la guerra dei dazi con la Cina ma va avanti. Ecco perché

L’economia non è una scienza esatta. L’ennesima conferma si sta avendo con la guerra dei dazi scatenata dal presidente americano, Donald Trump, nei confronti della Cina. Contrariamente alle aspettative del Tycoon ad aver la meglio fino a questo momento è Pechino. Il motivo è molto semplice: la svalutazione dello yuan rispetto al dollaro. 

Un anno di guerra commerciale 

L’economia è disciplina complessa perché ogni azione/evento ne genera altri a catena che raramente sono controllabili. Dopo l’annuncio fatto nell’aprile del 2018 la guerra commerciale Usa-Cina è ufficialmente scoppiata il 6 luglio. Da allora Trump ha imposto dazi su 250 miliardi di merci. L’ultima mossa lo scorso 9 maggio quando è stato annunciato il ritocco dell’aliquota dal 10 al 25% su 200 miliardi di importazioni. La Cina non è rimasta a guardare e a sua volta ha introdotto dazi su 110 miliardi di beni di cui 50 miliardi al 25% e 60 miliardi a un'aliquota media di circa il 19%.

La svalutazione dello yuan 

In termini di merci colpite dalle tariffe doganali gli americani sono in netto vantaggio ma a controbilanciare gli effetti ci ha pensato un effetto collaterale di non poco conto: la svalutazione della valuta cinese (yuan o renmimbi) nei confronti del dollaro. Dall’introduzione dei dazi l’andamento del cambio dollaro/yuan ha visto una flessione della divisa cinese del 9%. Il biglietto verde è passato da 6,3 a 6,9 yuan. Secondo i calcoli degli economisti di Intermonte Sim, e pubblicati dal Sole 24 Ore, considerando sia i dazi che gli effetti del mercato valutario il danno commerciale procurato da Trump alla Cina è stato di 63 miliardi di dollari. Viceversa quello subito è stato di 75 miliardi.

I limiti dei cinesi 

A questo punto però sorge una domanda: se fino ad ora i dazi contro la Cina sono stati un boomerang perché Trump continua a minacciarne altri? Ad inizio maggio l’inquilino della Casa Bianca oltre ad annunciare il ritocco dell’aliquota dal 10 al 25% su 200 miliardi di importazioni ha paventato anche l’introduzione di nuovi dazi su altri 300 miliardi di beni importati, più di quanto fatto nel corso dell’ultimo anno. Una prima spiegazione sulla ostinazione di Trump nel portare avanti la guerra commerciale è che i cinesi non possono permettersi ulteriori svalutazioni della loro valuta. E se il rapporto di cambio dollaro/yuan rimane più o meno ai livelli attuali i nuovi dazi americani farebbero davvero male. 

Gli effetti sul mercato obbligazionario 

Ma ancora una volta (a conferma che l’economia è materia scivolosa e imprevedibile) dalla messa all'angolo dei cinesi nascerebbero altri effetti collaterali pericolosi. Pechino per difendere il cambio dello yuan sarebbe costretta a vendere titoli di stato americani (Treasury) di cui (è bene ricordare) è il principale possessore al mondo. E per i conti pubblici Usa questa non sarebbe una buona notizia dato che salirebbe il costo di finanziamento dell’enorme debito pubblico a stelle e a strisce, di gran lunga il più grande del mondo. Per difendere la loro valuta già in passato i cinesi hanno venduto Treasury e ai mercati finanziari non è sfuggito che alle aste del 7 e 8 maggio i funzionari di Pechino non si sono presentati.

Il vero obiettivo di Trump 

La situazione è insomma ingarbugliata. Soprattutto per Trump perché ogni ondata di dazi contro il colosso cinese in un modo o in un altro diventa un boomerang. C’è bisogno perciò di riformulare la domanda fatta prima: se fino ad ora i dazi contro la Cina hanno più costi che benefici perché Trump continua a minacciarne altri? La risposta (vera) è che lo fa per semplici motivi propagandistici. L’America muscolare piace alla sua base elettorale e dunque tiene alto il consenso. E pazienza se dal punto di vista economico questo atteggiamento è controproducente. Un perfetto esempio di populismo sovranista autodistruttivo che purtroppo ha attecchito anche in Italia.