[L’intervista] Tremonti: vi spiego perché i dazi di Trump non sono il male assoluto

Tiscali News ha parlato della politica commerciale americana con l’ex ministro dell’Economia e delle Finanze dei governi Berlusconi

[L’intervista] Tremonti: vi spiego perché i dazi di Trump non sono il male assoluto
Giulio Tremonti
di Michael Pontrelli   -   Twitter: @micpontrelli

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sta mantenendo le promesse fatte in campagna elettorale. Con l’intento di proteggere gli interessi economici del suo paese ha scatenato una guerra commerciale con Cina e Unione Europea i cui esiti sono incerti e preoccupano non pochi economisti. Tiscali News ha chiesto un parere in merito a Giulio Tremonti, accademico, politico e ministro delle Finanze e dell’Economia in tutti e quattro i governi Berlusconi che si sono succeduti, in alternanza con i governi tecnici e con quelli del centrosinistra, tra il 1994 e il 2011. 

“L’analisi dei fenomeni in corso – ha esordito – è complessa e non può essere limitata ad una scelta tra il bene e il male. I dazi non si possono demonizzare senza capire le cause che hanno portato il mondo allo stato attuale. E per farlo è necessario rileggere gli eventi degli ultimi decenni in modo non fazioso, non fanatico e non ideologico”.

In questa sua analisi da dove vuole partire?
"Partirei da una intervista che diedi a maggio del 1989 ad un importante quotidiano italiano in cui dissi che eravamo alla vigilia di un processo che avrebbe eroso le basi politiche dello stato nazione e fatto uscire la ricchezza dai confini nazionali spezzando la catena stato-territorio-ricchezza. Nell’autunno dello stesso anno cadde il muro di Berlino e fu l’avvento della globalizzazione che ha portato a quello che nel mio ultimo libro del 2016 definisco come il Mundus furiosus, o se vogliamo dirlo in inglese l’attuale global disorder. La crisi nata nel campo finanziario è poi diventata economica, sociale e infine politica”.

Il simbolo dell’attuale crisi politica è il trionfo del populismo?
"Se per populismo si intende una visione della storia e dell’economia non lineare e non mercantile allora io sono l’ideologo del populismo”.

In che senso?
“Nel senso che non ho mai condiviso la visione dominante negli ultimi decenni sulle virtù della globalizzazione e del mercatismo. Nel 1992 Francis Fukuyama scrisse il famoso libro La fine della storia in cui celebrava l’avvento del nuovo ordine mondiale tutto positivo e progressivo. Una nuova fase della storia senza conflitti e disordini e con grandi benefici per tutti. Nello stesso anno io ho scritto Nazioni senza ricchezza, ricchezze senza nazione, seguito nel 1995 da il Fantasma della povertà. Mettevo in guardia sui rischi della globalizzazione e del mercatismo prevendendo la fuga verso l’Asia dei capitali alla ricerca di bassi salari e la perdita di posti di lavoro in Occidente. Oggi possiamo dire che avevo ragione io. La globalizzazione non si poteva fermare ma certamente si poteva fare in tempi più lunghi e con maggiore saggezza”.

Concretamente come si sarebbe potuta rallentare?
"Per esempio introducendo gradualmente dei dazi che avrebbero aiutato a guadagnare tempo”.

Lei per anni in veste di ministro dell’Economia dell’Italia è stato una persona molto potente. Perché non ha provato a convincere i suoi colleghi europei e americani a mettere un freno alla globalizzazione?
"L’ho fatto perché, anche a costo di ricevere critiche, ho sempre detto le cose che sto affermando ora. Ma al G7 euro uno e gli altri sei. In Europa ero uno e gli altri erano più di venti. Purtroppo ha sempre  prevalso l’idea del free trade e non quella del fair trade”.

Che differenza c’è tra i due concetti?
"Il free trade è il mercato ridotto a luogo dello scambio. Il fair trade invece va a vedere anche come avviene la produzione. Per esempio, quali sono le leggi e le regole di un paese sul lavoro? Sull’ambiente? E così via. Non sono mai riuscito a far passare questa idea. La sera trascorrevo ore a convincere gli sherpa ma la mattina dopo tutto era come prima. Ho avuto comunque la mia rivincita”.

In che modo?
"Al G7 di Taormina del 2017 è stato finalmente introdotto il concetto di fair trade. A farlo sono stati Trump e Macron. Cosa vuole dire questo? Che finalmente c’è il superamento del puro e semplice mercatismo e il ritorno alla politica. In nome di questa dottrina l’America ha iniziato una nuova dialettica con la Cina e alcuni risultati si sono già visti. Pechino ha modificato la legge sulla proprietà bancaria ammettendo quote private, ha tolto il vincolo del partner locale negli investimenti straniere”.

Mi sembra di capire che lei dunque ha un giudizio positivo sui dazi che Trump sta introducendo nei confronti della Cina e dell’Europa?
"Come ho detto prima sono tardivi, bisognava farli prima. Riguardo a quanto sta succedendo ora, ovvero alle modalità con cui si sta ponendo un freno al mercatismo, è ancora presto per formulare un giudizio. Di sicuro è in atto una dialettica di portata storica e personalmente non sono negativo. Credo che alla fine gli equilibri si troveranno anche perché i dazi non sono l’unica novità importante nello scenario economico internazionale”.

A cos’altro si riferisce?
"Alla riforma fiscale che Trump ha varato recentemente, la prima dall’avvento della globalizzazione, perché quella di Reagan è nata quando ancora c’era la guerra fredda. Dovendo scegliere se detassare i ricchi o le imprese l’attuale presidente americano ha scelto le seconde. E’ un fatto politico di enorme rilievo perché quello che succede negli Stati Uniti ha effetti in tutto il mondo. E’ un tentativo di far recuperare terreno all’economia americana facilitando il rientro dei capitali e dunque mettendo un limite agli eccessi della globalizzazione. I dazi sono solo un aspetto di un processo più ampio per porre un freno a quello che nel mio ultimo libro del 2016 ho appunto definito il Mundus furiosus”.

Professore la politica italiana avrebbe bisogno di una figura del suo spessore intellettuale. Sta pensando ad un suo ritorno nell’agone politico?
"Non lo so”.