[Il punto] Sul governo gialloverde lo spettro di una Manovra bis: ecco quanti miliardi bisognerà trovare

L’impianto della legge di Bilancio e dunque il contenimento del deficit al 2,04% si basa su una crescita del Pil dell’1% che tuttavia appare ormai irrealistica

[Il punto] Sul governo gialloverde lo spettro di una Manovra bis: ecco quanti miliardi bisognerà trovare

Reddito di cittadinanza e pensioni a quota 100  potrebbero essere pagati a caro prezzo non solo dal governo ma anche dai contribuenti italiani. La frenata dell’economia mondiale sta spingendo gli economisti a rivedere al ribasso le previsioni sulla crescita economica dell’Italia, che nell’anno in corso con molta probabilità sarà inferiore all’1% inserito dal governo nella legge di Bilancio.  Secondo Standard & Poors il Pil avanzerà solamente dello 0,7%. Scenario che farebbe salire il deficit al 2,2%, ben oltre quindi il 2,04% concordato con la Commissione europea. Per evitare la procedura di infrazione sarebbe necessario varare una Manovra finanziaria bis di almeno 2,7 miliardi. E lo scenario di S&P è ottimistico rispetto a quello disegnato dagli economisti di Oxford Economics che vedono un crescita del Pil ridotta allo 0,3%.

Le conferme di Tria 

A confermare l’ipotesi di una Manovra bis è stato il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, in una recente intervista al Corriere della Sera. “Non vedo una recessione, vedo una situazione di stagnazione” ha dichiarato il titolare del Mef confermando che “il rallentamento dell’economia a fine 2018 impatterà negativamente anche sul 2019”. Tria ha poi spiegato che “l’andamento del deficit verrà tenuto sotto controllo con una attenta azione di monitoraggio”. Cosa significa? Molto semplicemente che se il rallentamento del Pil dovesse portare il deficit oltre il 2% programmato sarà necessario intervenire.

Tante incertezze sull'andamento dei conti 

Per far fronte alla congiuntura negativa il governo potrà contare su un tesoretto di 2 miliardi di tagli lineari alla spesa per il momento congelati. Limiterebbero l’intervento correttivo a meno di 1 miliardo nel caso il Pil crescesse dello 0,7% (ipotesi di S&P). Ma sull’andamento dei conti pendono come spade di Damocle alcune voci incerte. Quali? In primo luogo le entrate derivanti dalla lotta all’evasione (voce immancabile in ogni Finanziaria) e poi quelle delle privatizzazioni. Quest’ultimo fronte rappresenta quello più incerto dato che ancora non è stato varato nessun piano concreto di vendita di immobili e partecipazioni statali. Al contrario gli esponenti più importanti del governo hanno parlato di possibile nazionalizzazione di Banca Carige.

Resta il pericolo dello spread 

A peggiorare le cose potrebbe poi contribuire l’andamento dello spread che incide sul costo di rifinanziamento del debito pubblico. Negli ultimi mesi il mercato obbligazionario ha dimostrato una forte dose di nervosismo nei confronti del nostro Paese, che potrebbe riaccendersi di fronte alla caduta in recessione dell’economia italiana. La conferma che il governo non può dormire sonni tranquilli arriva dal fatto che il differenziale è rimasto sopra quota 250 punti anche dopo l’intesa con Bruxelles, che ha evitato la procedura di infrazione.

Il macigno delle clausole di salvaguardia 

E a tutto questo si aggiunge poi il vero macigno che pende sul destino dell’esecutivo gialloverde (sempre che sopravviva dopo le elezioni europee): la necessità di trovare le risorse necessarie per evitare che dal 1 gennaio 2020 scatti l’aumento dell’Iva da 23 miliardi di euro inserito nell’accordo con Bruxelles, come clausola di salvaguardia. Operazione che sarebbe stata più semplice in caso di forte accelerazione dell’economia ma che diventa terribilmente complicata in presenza di una stagnazione o peggio ancora di una recessione. La resa dei conti arriverà presto. Già nel Def di marzo Lega e M5s dovranno indicare in che modo intendono trovare i soldi.