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La ciambella della Bce e il lunedì nero delle Borse mondiali. Perché questa crisi è più difficile e diversa dalle altre

Le prime proiezioni degli istituti di ricerca scontano una recessione brutale

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
La ciambella della Bce e il lunedì nero delle Borse mondiali. Perché questa crisi è più difficile e...

Collasso. Il paese, screziato a zone rosse e gialle, si ferma. La Borsa affonda. Ieri ha perso oltre il 10 per cento. Dal 20 febbraio, quando è esplosa l'emergenza coronavirus, la caduta è del 30 per cento. Il panorama di Piazza Affari ricorda le immagini sgranate di quei video amatoriali che registrano la furia di un tifone: le case con i tetti scoperchiati, le auto accatastate dal vento, le palme piegate a 90 gradi, le onde che infuriano. La Borsa, in Italia, è troppo piccola per rispecchiare il paese, come invece accade altrove. Ma, in questo momento, sintetizza fedelmente, all'istante, in un numero (meno 10 per cento, meno 30 per cento) lo choc di una paralisi che congelerà, per almeno un mese, le regioni più produttive del paese: Lombardia e Veneto, da cui proviene un terzo di tutto il Pil italiano.

Le prime proiezioni degli istituti di ricerca scontano una recessione brutale, fino ad un 3 per cento di Pil in meno nei primi sei mesi di quest'anno, sperando in una ripresa dopo. Il problema, avverte, però, da Washington Gita Gopinath, la capo economista del Fondo monetario internazionale, è che “una crisi temporanea può avere effetti permanenti”. In altre parole, l'epidemia passerà, ma può lasciarsi dietro una scia di imprese fallite, quote di mercato volatilizzate, debiti asfissianti, risparmi familiari prosciugati. Oggi, la gente non consuma perché non esce di casa e le imprese non incassano perché non producono. Domani, c'è il rischio che la gente non consumi perché non sa se avrà ancora un posto di lavoro e che le imprese non investano, perché temono che non ci sia la domanda di chi vuol comprare. E' una spirale che, una volta innescata, arriva ad autoalimentarsi. Può strangolare l'industria. Ma, forse, in questo momento, più i servizi. In Cina, gli indicatori mostrano che, a febbraio, le ripercussioni più pesanti si sono avute nei servizi. In Italia, lo vediamo nei trasporti, nel turismo, nella ristorazione, più le compagnie aeree, con l'Alitalia in caduta libera.

Per fermare la spirale, il governo ha varato una serie di misure-tampone. Dilazioni fiscali per non pesare sui bilanci di imprese e famiglie, cassa integrazione per sostenere salari (e consumi). Altrettanto importante è la ciambella di salvataggio che, in settimana, dovrebbe lanciare la Bce di Christine Lagarde, alla prima prova del dopo-Draghi. Le difficoltà delle imprese potrebbero indurre, infatti, le banche, per salvaguardare i propri crediti, a razionare i prestiti e ad alzarne il prezzo, con l'obiettivo, anzitutto, di tutelare i propri bilanci, come la stessa Bce le ha spronate a fare in questi anni. Ora Francoforte deve rovesciare il messaggio. Nonostante la tentazione di seguire l'esempio della Fed (che, secondo gli analisti americani, si preparererebbe ad un nuovo taglio dei tassi di interesse, dopo quello della scorsa settimana) lo spazio della moneta facile, in Europa, è praticamente esaurito: i tassi di interesse sono già negativi a meno 0,5 per cento. Un eventuale ritocco potrà essere solo cosmetico, ovvero minimo. Invece, il board della Bce discuterà, probabilmente, di altre tre ipotesi. L'acquisto massiccio sul mercato di titoli obbligazionari delle aziende, che, tuttavia, aiuterebbe solo le più grandi. L'allargamento dei collaterali che Francoforte accetta a garanzia dei prestiti che la stessa Bce fa alle banche: si tratterebbe di includere con più facilità, come garanzie, anche i prestiti fatti ad aziende piccole e medie. Soprattutto, un rilancio del programma già esistente che prevede di prestare soldi alle banche (a tassi inferiori allo zero), a condizione che gli istituti li usino per il credito a piccole e medie aziende.

Per l'Italia, con un sistema bancario spesso debole e costantemente sotto osservazione, sono stampelle importanti per attraversare il deserto dell'emergenza. Se, tuttavia, si alza lo sguardo per ragionare di rilancio e ripartenza, le cose si complicano, perché è tutta l'economia mondiale che sta barcollando sotto gli scossoni del coronavirus. Torna continuamente il confronto con la Grande Crisi del 2008. L'Iif (l'autorevole Institute for International Finance) giudica che i flussi finanziari globali si stiano congelando: in questo momento, i soldi nel mondo circolano meno che nel 2008. L'Iif ne trae una conclusione allarmante: quest'anno la crescita mondiale sarà inferiore all'1 per cento. Abitualmente, si parla di recessione globale se la crescita è inferiore al 2,5 per cento.

In effetti, l'epidemia si è abbattuta su due delle grandi locomotive dello sviluppo mondiale, nel momento in cui già stavano rallentando: le proiezioni 2020 non erano confortanti, sia per la Cina che per la Germania, anche prima che esplodesse il coronavirus. Ma ora l'emergenza sta inghiottendo anche la terza locomotiva, gli Stati Uniti che, invece, finora stavano marciando, se non a ritmi record, ad una andatura sostenuta. I dati dell'economia reale (produzione, disoccupazione, salari) che guardano all'indietro, a prima che l'epidemia varcasse l'oceano, sono ancora positivi. Ma, in America, la Borsa è, effettivamente, un riflesso dell'economia. E il messaggio che giunge dagli investitori di Wall Street sfiora il panico. L'incrocio fra coronavirus, che comincia a mordere nel tessuto economico, e guerra del petrolio, che sta stracciando il prezzo del barile e rischia di mettere in ginocchio una fetta importante dell'economia e della finanza americane, quella legata a Big Oil e all'energia, sta devastando listini che, poco più di un mese fa, toccavano livelli record.

In buona misura, il “lunedì nero” di Wall Street, che ha portato le quotazioni vicino ad un meno 15 per cento sui massimi del mese scorso, è una correzione attesa e inevitabile. Ieri, era un anniversario: si compiva l'undicesimo anno di una corsa al rialzo, praticamente senza pause, in corso dal 2009. E la corsa ha portato gran parte dei titoli azionari a quotazioni, giustificate, più che dai profitti, dall'onda della speculazione. L'impatto psicologico del “lunedì nero”, tuttavia, può essere importante anche fuori da Wall Street: può rivelare la fragilità di una economia, come quella Usa, dove da troppo tempo le aziende non investono in impianti, ma in giochi di borsa e i lavoratori reggono i consumi, indebitandosi con le carte di credito. Se quella americana è una bolla pronta ad esplodere, risalire dalla crisi sarà più difficile.

 

 

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
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