Italiani più ricchi dei tedeschi? Vi spiego come stanno le cose in realtà

L’ultima statistica della Banca d’Italia e dell’Istat dice che la ricchezza delle famiglie italiane è alta ma i numeri vanno interpretati

Italiani più ricchi dei tedeschi? Vi spiego come stanno le cose in realtà

Siamo un paese ricco, abitato da poveri e da qualcuno che se ne approfitta. L’ultima statistica, prodotta dallo sforzo congiunto della Banca d’Italia e dell’Istat, ci dice infatti che la ricchezza delle famiglie italiane, nel loro complesso, è alta. Anzi, fra le più alte dell’Occidente. Non, però, perché gli italiani, nel loro complesso, siano diventati più ricchi. Ma, piuttosto, perché gli italiani ricchi, dopo anni difficili, sono diventati un po’ più ricchi di prima.

Un parametro sospetto

Leggere le statistiche non è mai facile. Questa ci dice che, a fine 2017, la ricchezza di tutti gli italiani, tolti i debiti, sfiorava i 10 mila miliardi di euro. Un record internazionale, se misuriamo quella che appare la capacità di risparmio. Infatti, anche se abbiamo perso un po’ di terreno, nessuno, in Occidente, pare disporre di tanta ricchezza, rispetto al proprio reddito. E’ un dato positivo, se guardiamo il sistema-paese, perché segnala un solido ancoraggio di stabilità finanziaria. Ma, se guardiamo, invece, alla vita quotidiana di tutti noi, il parametro appare un po’ sospetto e, piuttosto, la spia di un fenomeno opposto. Non sarà, ad esempio, che questa ricchezza pari a più di 8 volte il reddito sia dovuta, soprattutto, al fatto che il reddito disponibile è basso? Una conferma indiretta c’è subito. Se guardiamo, infatti, alla ricchezza pro capite – quella, pro quota, che la statistica attribuisce ad ognuno di noi – la posizione degli italiani nella classifica precipita.

Una casa per tutti

Ma non tanto che l’italiano medio non risulti, pur sempre, più ricco almeno dei tedeschi. Chi l’avrebbe detto? La spiegazione è nella diffusione della proprietà immobiliare. La stragrande maggioranza degli italiani possiede una casa (spesso non quella in cui abita). E’ la conseguenza di una urbanizzazione relativamente recente e di una eredità contadina, appena alle nostre spalle. Molti hanno ancora la casa nei piccoli centri, da cui le loro famiglie sono partite, nella seconda metà del secolo scorso, per venire in città, o le hanno vendute per comprare un appartamento nella metropoli. Il risultato è che metà di quei 10 mila miliardi di euro di ricchezza degli italiani è costituita dal mattone. Un dato che può essere letto in due modi. Una casa di proprietà costituisce, infatti, un elemento di sicurezza psicologica per la famiglia. Ma è anche difficile e laborioso venderla o affittarla: è per così dire una ricchezza, poco liquida e immediatamente non disponibile.

E anche il conto in banca

Il resto della ricchezza degli italiani (oltre il 40 per cento se, insieme alla casa, togliamo anche la proprietà di immobili non commerciali e di terreni) è mobile e finanziaria. Sono, insomma, soldi liquidi. Ma, anche qui, bisogna andare a vedere più da vicino. Di questi 4 mila miliardi non investiti nel mattone, di cui dispongono gli italiani, 1.300 miliardi sono nei conti in banca, che hanno oltre il 90 per cento delle famiglie, oppure stanno in tasca o sotto il materasso, sotto forma di banconote.  Messo tutto insieme, dunque, due euro su tre di quei 10 mila miliardi di ricchezza, gli italiani li hanno sulla casa o su un conto in banca o alla posta.

Ricchi e poveri

Perché il fatto che il 63 per cento della ricchezza complessiva degli italiani sia parcheggiata sulla casa o sul conto corrente ci indica che continua ad allargarsi la forbice fra ricchi e poveri? Perché il conto in banca, come tutti sappiamo, non produce, ormai, interessi e perché le case, in questi anni, hanno continuato a perdere valore. Dopo un picco nel 2011, il valore delle abitazioni è sistematicamente sceso ed è, oggi, inferiore a quello del 2008. In altre parole, chi ha la casa, oggi, è più povero di ieri. E questo riguarda (quasi) tutti. Da un’altra indagine della Banca d’Italia (relativa al 2016, ma è difficile che le cose siano cambiate) risulta, infatti, che l’87 per cento del patrimonio delle famiglie si riduce agli immobili. Eppure, nonostante la casa valga meno, le statistiche ci segnalano che la ricchezza degli italiani aumenta. Anche al netto dei debiti, il paese non è mai stato così ricco: oltre 9.700 miliardi di euro, neanche prima del 2008, certificano Istat e Banca d’Italia.

La finanza

La differenza la fanno gli altri beni, quelli finanziari: titoli, azioni, fondi di investimento. Dopo una flessione per la crisi del 2008, il patrimonio finanziario è in crescita costante dal 2011 e, oggi, vale oltre 4.300 miliardi di euro. Tolti i 1.300 miliardi dei conti correnti, sono circa 3 mila miliardi di euro, distribuiti, per lo più, in obbligazioni, azioni e risparmio gestito (fondi, prodotti assicurativi). Quei 3 mila miliardi in crescita costante sono nelle mani dei ricchi. Solo un quarto delle famiglie, infatti, ha attività finanziarie diverse dal semplice conto in banca. La ricchezza italiana che cresce, dunque, è nelle mani del 25 per cento più ricco del paese. Il 10 per cento di famiglie, in assoluto, più ricco ha un decimo del patrimonio investito in attività finanziarie. Una quota che sale ad un quinto del patrimonio (i dati sono della indagine a campione 2016 della Banca d’Italia) per il 5 per cento più ricco. Sono loro che, in questi anni, hanno fatto i soldi registrati dalle statistiche.

Gli investimenti svaniti

A brindare ai dati diffusi, in questi giorni, da Istat e Banca d’Italia sono, dunque, relativamente in pochi. Fra di loro, molti imprenditori. Una delle indicazioni più inquietanti che esce da quei dati, infatti, riguarda il comportamento delle imprese. Nonostante la crisi, poi il ristagno economico di questi anni e il clamore riguardo alla mole di sofferenze bancarie del paese, Banca d’Italia e Istat ci dicono che, complessivamente, le aziende italiane sono fra le meno indebitate d’Occidente.

E perché preoccuparsi se le imprese sono in salute? Perché questa salute dipende dal fatto che le stesse aziende non investono. Il ristagno italiano, la crisi della produttività, la sensazione di un paese che sta perdendo il treno della modernità e scivolando sempre più indietro sono figli di questo sciopero degli investimenti in strumenti di produzione: impianti, macchinari, software. Dal 2012, il patrimonio in beni reali delle imprese è in costante discesa: da 3.341 miliardi di euro ai 3.102 miliardi del 2017. Perché non avevano più soldi? Al contrario, perché gli imprenditori hanno preferito parcheggiarli nella tranquillità di titoli e conti vari: 1.549 miliardi di euro nel 2012 (all’uscita dalla crisi), 1.840 miliardi di euro nel 2017. Ecco dove sono finiti i profitti.