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[L’analisi] Sorpresa, l’Italia cresce grazie a Trump ma finiremo nei guai molto presto e vi spiego perché

La riforma fiscale appena varata dal Congresso Usa è uno stimolo potente che, attraverso la leva della più grossa economia mondiale, si proietta a livello globale: un terzo dell'accelerazione dell'economia mondiale (rispetto alle previsioni fatte a ottobre) è risultato diretto della riforma fiscale Usa. Ma è un rilancio, sottolinea il Fmi, drogato dal disavanzo pubblico creato dalla stessa riforma, destinato ad esplodere e a rivelarsi presto insostenibile. E poi ci sono le guerre

[L’analisi] Sorpresa, l’Italia cresce grazie a Trump ma finiremo nei guai molto presto e vi spiego...

Una bella boccata di ossigeno, forse il miglior assist a cui si potesse pensare per la classe politica italiana, impegnata nella “mission impossible” di formare un nuovo governo. Le ultime previsioni del Fondo monetario internazionale, infatti, rovesciano il pessimismo che si andava diffondendo sulle immediate prospettive dell'economia. Gli esperti di quello che – di fatto – è il più importante centro mondiale di analisi economica calcolano che, quest'anno l'Italia crescerà dell'1,5 per cento, nel quadro di una espansione globale che ripeterà il risultato insperatamente buono del 2017.

Gli altri paesi dell'eurozona e le altre economie avanzate cresceranno più di noi, ma il ritardo italiano non è una novità. Conta che un'espansione che, l'ottobre scorso, era stata calcolata all'1,1 per cento e, a gennaio, rivista solo fino all'1,4 per cento, venga ora valutata ancora più in su, all'1,5 per cento, in linea con le vecchie proiezioni – che sembravano superate - del governo di Roma. E' una svolta? No. Sul piano economico, la nuova proiezione va accolta con cautela, andrà verificata nei prossimi mesi e sembra destinata ad ammosciarsi presto. Politicamente, però,  è un jolly insperato che il nuovo governo si troverà in mano, nei prossimi, cruciali, mesi.

L'ottimismo che arriva dal Fondo ha colto, in effetti, molti di sorpresa. Il primo trimestre 2018, sia nell'eurozona in generale, che in Italia, non aveva dato motivi di conforto, con ripetuti rallentamenti della produzione industriale in Germania, in Francia e in Italia e una palpabile esitazione da parte degli operatori. Ci si vedeva il segno che la politica di allentamento monetario (il “quantitative easing” di Draghi) aveva ormai esaurito il suo effetto di stimolo e che l'attesa per la sua cancellazione – prevista a cavallo di fine anno – stava già raffreddando gli entusiasmi degli operatori.

Ma anche la conferma che una crescita tutta trainata – a rimorchio della Germania – dalle esportazioni aveva raggiunto il suo limite: l'eurozona, in fondo, è in attivo, nei commerci con il resto del mondo, per una cifra pari al 3,5 per cento del Pil dei paesi dell'area. La Cina, messa sotto accusa un po' da tutti come  avida e insaziabile cacciatrice di attivi commerciali, è solo alla metà: 1,7 per cento. Colpa o merito anzitutto della Germania, che è addirittura all'8 per cento, ma anche altri, come Italia e Spagna, esportano alla grande. Una corda, si diceva, che non si può tirare all'infinito. 

Tutto vero, dicono in sostanza gli economisti del Fmi, ma non subito. Per quest'anno l'espansione continuerà ai ritmi dell'anno scorso e, come nel 2017, un po' dappertutto, con una velocità assai più sostenuta rispetto a quanto lo stesso Fondo prevedeva solo nello scorso ottobre. Il 2019 è già un'altra storia: la crescita si prolungherà, ma  vedremo un rallentamento vistoso, soprattutto nei paesi avanzati e, in particolare, nell'eurozona, che frenerà dal 2,4 al 2 per cento, mentre la crescita italiana si ridimensionerà all'1,1 per cento.

Il gelo, però, comincerà a scendere dal 2020 in poi, dice Maurice Obstfeld, che dirige l'ufficio studi del Fmi, soprattutto in Occidente, dove il rimbalzo post crisi, che stiamo vivendo, si esaurirà contro il progressivo invecchiamento della popolazione e contro la montagna di debiti che si sono accumulati in questi anni di moneta facile e che dovranno fare i conti con tassi di interesse in ascesa. Fra due anni, torneremo a ritmi di crescita inferiori a quelli registrati prima della grande crisi finanziaria del 2008.

In realtà, questa sorta di zig zag del Fmi – più ottimista rispetto al pessimismo di oggi, più pessimista rispetto all'ottimismo sul futuro – si spiega con le due narrazioni, che percorrono sotto traccia questo ultimo rapporto. La prima è l'effetto Trump. La riforma fiscale appena varata dal Congresso Usa è uno stimolo potente che, attraverso la leva della più grossa economia mondiale, si proietta a livello globale: un terzo dell'accelerazione dell'economia mondiale (rispetto alle previsioni fatte a ottobre) è risultato diretto della riforma fiscale Usa. Ma è un rilancio, sottolinea il Fmi, drogato dal disavanzo pubblico creato dalla stessa riforma, destinato ad esplodere e a rivelarsi presto insostenibile. La seconda zavorra – questa ancora solo potenziale - è il commercio.

La fase di espansione che stiamo vivendo è risultato anzitutto, dice Obstfeld, del rinnovato vigore degli scambi mondiali, che la crisi aveva depresso. Ma ora siamo – è un secondo effetto Trump – sulla soglia di una guerra che, a colpi di tariffe, dazi e dogane, andrebbe a colpire proprio gli scambi commerciali e, dunque, il volano di questa espansione economica. Con quali effetti? E' esattamente quello che il rapporto Fmi non calcola, perché, al momento, non c'è praticamente ancora nulla: avverte solo che sarebbero pesanti. In altre parole, la proiezione appena uscita  contiene un'avvertenza: vale solo in assenza di guerre commerciali. Altrimenti, tutti i calcoli vanno rifatti. In peggio.

Paradossalmente, tutti questi dubbi, queste cautele hanno scarso peso, se ci si mette nell'ottica ristretta – ma in questo momento cruciale per il paese – della crisi politica italiana. In questa visuale, conta solo quell'1,5 per cento di crescita 2018, che spazza tutte le paure e ridipinge di rosa i numeretti magici della finanza pubblica. Nel dibattito sui parametri della politica economica, infatti, i due capitoli determinanti del disavanzo e del debito vengono rappresentati in percentuale sul Pil. E' un rapporto. E, dunque, se la cifra a cui vengono riferiti (il Pil) è più grande, perché l'economia è cresciuta, la percentuale per cui debito e disavanzo (rimasti uguali) pesano sull'economia risulterà inferiore.

E' il modo virtuoso di uscire dalle strettoie della finanza pubblica e dai vincoli che impone la Ue. Se ci riusciremo davvero a centrare l'1,5 per cento, lo vedremo più avanti. Da subito, però, possiamo andare a Bruxelles rivendicando che – testimone il Fmi – i nostri margini di manovra sono più ampi di quelli che apparivano ieri. Forse Di Maio e Salvini non se ne sono ancora accorti, ma nell'ufficio di Padoan, al ministero del Tesoro, ieri qualcuno deve aver stappato champagne.

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci, giornalista economico   
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