L'Italia delle cento tasse: dall'ombra delle tende alle bandiere sui balconi. Viaggio tra i balzelli più assurdi: si perde tempo e si incassa poco

Un'indagine della Cgia dimostra che il sistema fiscale trae la grandissima parte del suo sostentamento da dieci imposte solamente

L'Italia delle cento tasse: dall'ombra delle tende alle bandiere sui balconi. Viaggio tra i balzelli più assurdi: si perde tempo e si incassa poco

"Pagare le tasse è bellissimo", disse alcuni anni fa, l'allora Ministro dell'Economia, Padoa Schioppa. Fu bersagliato da destra e da sinistra, da sopra e da sotto. Voleva solo dire che il meccanismo fiscale costruisce comunità giuste: servizi per tutti finanziati da ciascuno secondo le proprie possibilità. Il principio è quello delle democrazie che funzionano: a ognuno secondo i bisogni, da ciascuno secondo le possibilità. Ma tra i principi e la realtà corrono spesso gli oceani, e si perde di vista il senso, annegando nel controsenso.

Cento tasse

Cosa pensare del resto di fronte allo studio compiuto dalla Cgia, sui dati Istat, per conto di "Affari e Finanza", di cui oggi il giornale, con un lungo articolo di Marco Ruffolo, dettaglia cifre e notizie? Cento tasse in Italia, di cui decine di microbalzelli ai confini dell'assurdità: dall'imposta sull'ombra che le tende parasole proiettano sul suolo pubblico alla tassa per esporre la bandiera tricolore. Un viaggio nell'irrealtà, quello che si può fare nel fisco italiano, e che spinge gli stessi dirigenti dell'Agenzia delle entrate a invocare meno imposizione e più chiarezza. Se lo dicono loro, figuriamoci i contribuenti.

Tre volte sulla morte

Tra i cento balzelli, infatti, figura tutto e di più. Si paga tre volte sulla morte, per esempio. Una per ottenere un certificato che constati il decesso, indispensabile per poi procedere ad una serie di adempimenti, dalle pensioni ai conti correnti. Un'altra su funerali, trasporto salme; altra ancora su cimiteri, sepolture e anche - per chi lo decide - sulla cremazione. Morire costa caro, a chi rimane chiaramente.

Tasse per pescare

Altre tasse singolari, elencate da Affari e finanza, sono quelle per pescare, per andare a raccogliere funghi, per cacciare; quelle per presentare presso gli uffici pubblici istanze, petizioni e reclami; quelle legate a bolli e imposte per depositare anche solo un ricorso in Tribunale o i tre balzelli ineffabili sulle invenzioni, per registrare i brevetti, per mantenerlo registrato, per depositare marchi, disegni, lavori creativi. C'è una tassa, poi, per sposarsi fuori dal Comune di residenza e una alla Siae per fare copie di cd e dvd.

Le tasse secolari

Esistono poi le tasse secolari, quelle introdotte per uno scopo specifico e poi lasciate lì, a galleggiare nel nulla, forse fingendo che nessuno se ne accorga, nascoste come sono nelle accise sulla benzina o in altre tasse ancora, come matrioske. Eccole, le tasse sulla bonifica delle paludi del 1904 o quelle sulla guerra di Etiopia o quelle sulla crisi di Suez.

La magica Tosap

Poi c'è la vera tassa dalle mille magie, quella a cui si agganciano tutti i comuni, piccoli o grandi, per fare cassa, spingendosi in tante intepretazioni fantasiose che, come un elastico, si allungano e si stringono secondo i bisogni, secondo chi vuole, chi decide, chi include e chi esclude. La parola magica è Tosap. Tassa per l'occupazione del suolo pubblico. L'idea è che se sottrai porzioni di territorio di tutti per farne un uso privato devi pagare. Ci sta, se si tratta di grossi concerti in piazza o di occupazione sistematica con tavolini e gazebo da parte di ristoranti e bar. C'è un lucro e c'è un pedaggio da pagare, un contributo da dare alla collettività.

Smarrire la logica

Il problema nasce quando il concetto di suolo pubblico, da una parte, e di occupazione dello stesso dall'altra, si estende smarrendo la logica. Così si arriva al negozio che piazza una tenda parasole sulla sua porta e quando la apre, deve pagare per l'ombra che proietta sul marciapiede. Così almeno voleva il Consiglio comunale di Conegliano, che provò ad imporre questo balzello di 30 euro l'anno. Un po' meno costa, invece, a Modena, mettere zerbini personalizzati davanti ai negozi. O per alcuni hotel esporre bandiere italiane e di altri paesi.

Una piccola giungla

Una piccola, insidiosa, giungla, quindi, che va a colpire paradossalmente i ceti produttivi, gli artigiani, i commercianti, spesso le partite Iva, già caricate da mille adempimenti fiscali e burocratici e al centro della bufera per ogni accenno di crisi. Un assedio, per giunta, inutile e controproduttivo, visto che queste tasse costano più per essere gestite di quanto fanno incassare. "Eliminerei una serie di tasse minori e desuete - disse, secondo quanto riportato da Affari e finanza, Rossella Orlandi, ex numero uno dell'Agenzia delle entrate -; tasse per noi complicatissime da gestire". E senza un vero, sostanziale, gettito.

Tutto Irpef e Iva

Sempre l'indagine della Cgia, infatti, dimostra che sulle cento tasse italiane, il sistema fiscale trae la grandissima parte del suo sostentamente da dieci di queste. Irpef, Iva, Ires, Irap, Imu e poche altre, infatti, coprono oltre l''85% del gettito italiano, pari a 421 miliardi su entrate complessive per 493 miliardi. Questo significa che i restanti 90 balzelli recuperano poco meno del 15%. "Solo" 75 miliardi, con molte di queste che non danno alcun gettito, che sono difficilissimi da controllare, che distolgono risorse umane e procedure (con una evasione stimata da 100 miliardi l'anno) e che creano più rabbia e fastidio che danno economico. Forse non sarà mai bellissimo, pagare le tasse. Ma se fossero di meno e più chiare, sarebbe almeno più sereno.