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[L’analisi] Ecco perché in Italia ci sono pochi laureati rispetto agli altri paesi avanzati

Sono il 27% contro il 44% della media Ocse. Peggio di noi solo il Messico. Gap che indice nella qualità del capitale umano e dunque nella crescita economica

Michael Pontrellidi Michael Pontrelli   
[L’analisi] Ecco perché in Italia ci sono pochi laureati rispetto agli altri paesi avanzati

I dati Ocse parlano chiaro: sul fronte dell’istruzione siamo in forte ritardo rispetto agli altri principali paesi del mondo. Tra gli adulti con una età compresa tra i 25 e i 64 anni la percentuale dei laureati è pari al 18,7% contro una media Ocse del 33%. Restringendo l’analisi ai più giovani (25/34 anni) la percentuale di laureati nel nostro Paese sale al 27% ma anche in questo caso il gap con gli altri è notevole: la media Ocse è del 44%. Peggio di noi solo il Messico. Imbarazzante il confronto con la Corea dove la percentuale dei giovani in possesso di una laurea è addirittura del 70%.

Stretta relazione tra crescita e numero laureati 

Questi dati non sono una buona notizia per la nostra economia. Un gran numero di studi statistici da tempo evidenziano una stretta relazione tra la crescita economica e il valore del capitale umano. Correlazione che è aumentata nel tempo a causa della trasformazione dei processi produttivi e dell’avvento della cosiddetta economia della conoscenza.

Le due cause dietro il gap dell'Italia 

Perché in Italia ci sono pochi laureati? La prima risposta che potrebbe venire in mente (l'università è troppo costosa) non è corretta. Le rette universitarie italiane non sono alte (meno di 2 mila euro l’anno in media) e l’accesso agli studi superiori è ancora fattibile per i figli della classe media. Secondo Roger Abravanei, saggista esperto in meritocrazia, le vere cause sono due: la mancanza di opportunità di lavoro per i laureati e la formazione inadeguata da parte delle Università.

La mancanza di opportunità per i laureati 

Per quanto riguarda la prima delle due cause (mancanza di opportunità di lavoro) i dati statistici parlano chiaro. I giovani laureati italiani hanno difficoltà a trovare una occupazione e le retribuzione sono basse. Già oggi un neolaureato del Politecnico di Milano (una delle università top in Italia) guadagna meno di un neo ingegnere cinese. Come è possibile? “Il motivo è che le aziende italiane sono troppo piccole e non assumono laureati” spiega Roger Abravanei. “Sono le medie e grandi aziende che hanno bisogno di giovani che arrivano dalle università – prosegue – ma il loro numero in Italia è ridotto perché ha sempre imperversato l’idea che piccolo è bello”. “A questo – aggiunge – si aggiunge il fatto che i tagli alla spesa pubblica hanno ridotto le opportunità di assunzione nella pubblica amministrazione”.

La bassa qualità della formazione universitaria 

Abravanei mette però nel mirino anche le Università, che sono la seconda causa del gap italiano rispetto agli altri paesi avanzati. Tranne alcune eccezioni “come il Politecnico di Milano o la Bocconi” la qualità della formazione “non è ottima” in particolare in quelle che vengono considerate “le competenze chiave del ventunesimo secolo: problem solving, team work e comunicazione” ovvero le cosiddette “soft skill” che nella grande maggioranza dei casi “o non sono insegnate o lo sono a livelli elementari”. La conclusione di Abravanei è netta: “Ci vogliono le politiche giuste per fare il salto di qualità nella formazione” perché “una rivoluzione nelle università può davvero riportare la crescita nel Paese”.

 

 

Michael Pontrellidi Michael Pontrelli   
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