[Lo studio] In Europa le aziende cercano 3,8 milioni di lavoratori. Le qualifiche più ricercate

Anche in Italia una grossa fetta delle professionalità risulta introvabile

[Lo studio] In Europa le aziende cercano 3,8 milioni di lavoratori. Le qualifiche più ricercate
di Michael Pontrelli   -   Twitter: @micpontrelli

In Italia le opportunità di lavoro scarseggiano ma se si guarda all'intera Europa il quadro è differente. Secondo uno studio di Eurostat (l'istituto di statistiche europee) nel Vecchio Continente ci sarebbe ben 3,8 milioni di posti di lavoro vacanti. Si tratta di occupazioni che le aziende faticano a trovare per motivi economici (avvento di nuove tecnologie e quindi necessità di nuove competenze professionali) o demografici (invecchiamento della popolazione e quindi riduzione della forza lavoro).

In difficoltà il 45% delle imprese 

Una conferma è arrivata anche da Manpower, terza società al mondo nella selezione del personale, secondo cui nel 2018 si è raggiunto il picco nel talent shortage, ovvero nella mancanza di profili professionali. Secondo la multinazionale americana ben il 45% delle imprese europee ha espresso difficoltà a trovare profili adeguati da inserire nei propri organici.

Record di posti vacanti in Germania

Secondo l'indagine di Eurostat il record di posti vacanti si registra in Germania dove si registrano ben 1,2 milioni ricerche di lavoro da parte delle aziende. Nella locomotiva del Vecchio Continente c'è necessità di figure tecniche altamente specializzate (ingegneri, informatici, matematici, esperti di cyber-sicurezza e di intelligenza artificiale) ma anche di figure meno qualificate come assistenti nei centri per l'infanzia e per gli anziani, cuochi, camerieri, addetti alle pulizie, autisti e magazzinieri.

Il paradosso del Regno Unito

Da segnalare che sempre secondo Eurostat il secondo paese europeo con il mismatch più elevato tra le offerte di lavoro e le competenze della forza lavoro è il Regno Uniti dove le aziende sono alla ricerca di 851 lavoratori. E questo a conferma che soluzione ai problemi occupazionali dei sudditi di sua Maestà non era certamente la Brexit ma un maggiore allineamento tra quello che il mercato chiede e quello che le persone sanno (o sono disposte) a fare.

Il caso italiano

E l'Italia? Anche da noi esiste un serio problema di skill shortage. Secondo una recente ricerca di Confindustria già oggi il 33% delle professionalità richieste dalle aziende risulta introvabile. Il fenomeno è destinato ad ingrandirsi nei prossimi 5 anni in particolare nel settore manifatturiero (quello più interessato dalla rivoluzione tecnologica in corso) che avrà bisogno di quasi 500 mila nuovi addetti con profili professionali che non sarà semplice reperire.

Mezzo milione di opportunità per gli italiani

L’industria avrà necessità di quasi 500 mila nuovi addetti con profili professionali che non sarà semplice reperire. Le competenze professionali che mancano (e mancheranno) sono note da tempo: programmatori, tecnici elettronici, elettromeccanici, specialisti in automazione industriale, big data analyst, manager digitali, esperti di privacy e sicurezza informatica. Ma ci sarà spazio anche per figure non tecniche e più commerciali come sales account, e key account manager.

Manca l'orientamento professionale

C’è dunque in Europa (e in modo particolare in Italia) un grosso problema di orientamento professionale. Nell'agenda politica la crescita economica è al primo posto come risposta alla disoccupazione ma in realtà per contrastare il problema si potrebbero mettere in campo azioni più semplici di realizzare. Primo: aiutare i giovani (ma in generale tutti i lavoratori) a capire quali sono i trend del mercato del lavoro. Secondo: attivare i necessari percorsi di formazione professionale per adeguare le competenze alle nuove esigenze delle aziende.

Formazione: il flop del Jobs Act 

Di orientamento e formazione professionale in Italia si parla da tempo. Doveva, per esempio, essere il secondo pilastro del Jobs Act varato da Renzi che avrebbe dovuto introdurre anche da noi la flexsecurity. La maggiore flessibilità in uscita (licenziamenti più facili da parte delle aziende) sarebbe stata compensata dall’aiuto che lo Stato avrebbe dato ai disoccupati ad avviare nuovi percorsi di formazione professionale. Le cose purtroppo non sono andate come promesso. La flessibilità è stata introdotta (abolizione dell’articolo 18) ma di security non c’è stata traccia.

Formazione: nuova chance con il reddito di cittadinanza

Per la formazione professionale ci sarà ora una nuova opportunità: il reddito di cittadinanza. Il programma del M5s prevede infatti che chi riceverà il sussidio dovrà impegnarsi a seguire percorsi di aggiornamento che semplificano l’inserimento nel mercato del lavoro. Solo il tempo ci dirà se questa sarà la volta giusta o se si tratterà dell'ennesimo flop.