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[La storia] L’accusa dell’imprenditore: i giovani non hanno voglia di lavorare

Ma la realtà dei fatti è diversa: nel nostro Paese prevale ancora una cultura del lavoro vecchia e superata che penalizza la produttività

Michael Pontrellidi Michael Pontrelli   
[La storia] L’accusa dell’imprenditore: i giovani non hanno voglia di lavorare

Siamo alle solite. Ancora una volta spunta un imprenditore che accusa i giovani di non voler faticare davvero. Protagonista della vicenda, che ha avuto ampio risalto sul Corriere della Sera, è Francesco Casile, titolare della Casile & Casile Fashion Group, una società di distribuzione del settore moda. L’imprenditore con una lettera al giornale milanese ha segnalato “la volontà di voler assumere un ragazzo o una ragazza che voglia intraprendere l’attività di venditore nel settore moda con la possibilità di un ottimo guadagno immediato e la possibilità di gratificazioni economiche legate al tempo e all’impegno profusi”. “Le risposte – ha spiegato Casile – sono piovute come la grandine (oltre 1600) ma nessuno vuole lavorare davvero”. L’imprenditore ha motivato l’accusa citando una serie di episodi. “Molti candidati non hanno allegato il curriculum, alcuni hanno chiesto se bisogna lavorare anche il sabato e la domenica e i soli 8 profili vicini all’offerta hanno fatto storie sull’orario del possibile incontro”.

Il commento di altri imprenditori 

Altri imprenditori e manager hanno dato ragione a Casile commentando la lettera pubblicata dal Corriere. “Concordo con lei, ci troviamo di fronte ad una generazione di persone che non è incline al sacrificio” ha scritto il direttore di un negozio di abbigliamento. “I candidati ai primi colloqui sono spesso attenti a quando si finisce di lavorare” ha aggiunto il titolare di uno studio legale.

I dati sulla propensione alla mobilità 

Ma è davvero così? I giovani italiani hanno poca voglia di sacrificarsi per trovare un lavoro? Per dare una risposta non bisogna ovviamente limitarsi ad ascoltare il parere di qualche imprenditore ma guardare agli studi fatti in materia. Uno dei più rilevanti è quello dell’Istituto di statistica europeo sulla disponibilità dei giovani a muoversi. Secondo l’analisi il 60% degli italiani tra i 20 e i 34 anni non è disposto a spostarsi, ovvero a cambiare residenza, per trovare lavoro. Molti o pochi? Decisamente in linea con il resto d’Europa dato che la media Ue è del 50%. E a giustificare il leggero gap tra il nostro dato e quello medio europeo contribuiscono gli ostacoli alla mobilità riconosciuti dallo stesso Francesco Casile. “Ammetto – ha affermato – che per un giovane che si sposta a Milano è difficile vivere con 1500 euro al mese dopo aver pagato un affitto di 700-800 euro”.

La work life balance 

Dai commenti degli imprenditori è poi emerso l’interesse dei candidati a capire se devono lavorare il week end o fino a tardi la sera. I giovani italiani sono dei marziani rispetto agli altri europei? Decisamente no dato che è ampiamente noto il fatto che nei paesi nordici l’attenzione alla work life balance (equilibrio tra lavoro e vita privata) è molto più alta che da noi. C’è un vero e proprio ribaltamento culturale. Mentre in Italia c’è diffidenza verso chi va via presto dall’ufficio, nel Nord Europa è esattamente il contrario: chi si trattiene oltre l’orario stabilito viene visto come una persona inefficiente, che necessita di tempo extra per portare a termine i suoi compiti.

Il confronto della produttività 

E gli indicatori statistici danno ragione ai paesi nordici. Dove  c’è un miglior equilibrio tra lavoro e vita privata la produttività è più alta. Il motivo è semplice: il lavoratori sono più motivati. Altro fattore determinante è poi la responsabilizzazione dei lavoratori: l’organizzazione tende a privilegiare il raggiungimento degli obiettivi rispetto al tempo trascorso nella scrivania.

Il flop dello smartworking

Una conferma sul ritardo culturale del nostro Paese in tema di lavoro è dato anche dai numeri sullo smartworking. I primi dati relativi all’applicazione della Legge 81 del 2017 sul Lavoro Agile hanno fornito un quadro sconfortante: le aziende che hanno chiesto gli sgravi contributivi previsti per incentivare questo nuovo modello organizzativo sono state pochissime.

Dipendenti visti come costi

Pensare che nel 2018 i modelli organizzativi debbano essere uguali a quelli di 50 anni fa è un grande errore. L’idea che il lavoro coincida solo ed esclusivamente con il sacrificio è perdente. Il lavoro è anche competenza e motivazione. Leve sulle quali le aziende italiane investono pochissimo perché pensano di poterne fare a meno proprio perché il tasso di disoccupazione giovanile è elevato (oltre il 30%). “Prevale ancora l’idea che i dipendenti siano solamente un costo e non invece una risorsa” ha spiegato a Tiscali News, Giuliano Lanzetti, imprenditore nel settore della ristorazione e titolare di Pienissimo, società attiva nella formazione manageriale. Ritardo culturale dal quale sarebbe preferibile uscire al più presto.

 

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