[Il punto] Frattura tra il Nord produttivo e la Lega. Durissimo attacco di Assolombarda al governo

Carlo Bonomi ha bocciato senza mezzi termini la politica economica dell’esecutivo ufficializzando la rottura tra il mondo produttivo del Nord e il Carroccio

Frattura tra il Nord Est produttivo e la Lega. Durissimo attacco di Assolombarda al governo
Matteo Salvini

I nodi stanno venendo al pettine. L’alleanza innaturale tra M5s e Lega rischia di scoppiare al suo primo vero test: il varo della Manovra finanziaria. La necessità di un compromesso tra due forze politiche profondamente diverse sta producendo forti malumori nelle rispettive basi elettorali. Da un punto di vista mediatico il problema più grosso è quello dei Cinquestelle, che dando il via libera alla Pace fiscale hanno di fatto contradetto anni e anni di retorica contro gli evasori e il malaffare. La negazione di tutto quello per cui si sono battuti e sono stati votati. Ma anche la Lega non si trova in una situazione migliore. Come dimostrato dal duro attacco di Carlo Bonomi, il presidente di Assolombarda, che ufficializza la frattura tra il Carroccio e il mondo delle imprese.

Carlo Bonomi

Manovra elettorale 

“Vi state occupando solo delle prossime elezioni e non della crescita” ha affermato Bonomi senza mezzi termini rivolgendosi al governo. Dalla nascita del governo del Cambiamento non si era mai sentita una critica così dura dal mondo imprenditoriale. Ma il vaso ormai è colmo, come evidenziato da Roberto Rho su la Repubblica, che ha sintetizzato la lunga lista di no che il leader di Assolombarda ha ieri indirizzato a Salvini e Di Maio.

I no pronunciati da Bonomi 

“No allo Stato che chiude i negozi alla domenica. No al reddito di cittadinanza No ai prepensionamenti che aggravano il furto ai danni dei più giovani. No all'innalzamento del deficit se serve per aumentare la spesa corrente. No agli attacchi alle autorità indipendenti e ai magistrati. No alla generale mancanza di responsabilità che travolge la fiducia nelle istituzioni. No allo Stato moralista che vuole essere padre e madre dei cittadini. No alle convocazioni a Palazzo Chigi delle imprese pubbliche per chiedere loro di far questo e quello. No alle promesse elettorali scassa bilancio senza impatto sulla crescita e sul lavoro”.

La provocazione su Alitalia 

C’è perfino un “No al decreto fiscale che finisce per accrescere la confusione del nostro sistema tributario” e ci sono i No furiosi “allo Stato che crede recidivo di poter gestire il trasporto aereo” e “allo Stato che si oppone alle grandi opere infrastrutturali, che chiama prenditori gli imprenditori e dopo una tragedia come quella del Ponte Morandi si propone di stracciare 35.000 concessioni”. In questi ultimi passaggi i riferimenti evidenti sono ad Alitalia e alla Tav. Nel primo caso Bonomi ha provocatoriamente proposto “un referendum sulla nazionalizzazione”. Sull’asse ferroviario Torino-Lione pesa invece il dietrofront della Lega che si è avvicinata alle posizioni del M5s approvando lo stop agli appalti e mettendo in discussione il commissario Paolo Foietta.

Le richieste degli industriali 

Il decreto Dignità aveva già incrinato rapporti tra gli industriali e la Lega ma la Manovra ha definitivamente rotto gli argini della protesta. Bonomi ha detto chiaramente cosa si sarebbero aspettato: un grande programma pubblico privato per l’industria e la manifattura, il rilancio degli istituti tecnici superiori, un piano di investimenti pubblici per stimolare la crescita. Di tutto questo o non c’è traccia o le risorse messe a disposizione sono minime rispetto agli altri interventi principali della Finanziaria.

Il dramma dell'Italia 

Il governo Lega-M5s si è infilato in un imbuto molto pericoloso. Sta provocando un duro scontro con l’Europa, ci sta mettendo contro i mercati (spread ormai abbondantemente sopra 300 punti, ai massimi degli ultimi 5 anni) e , per motivi diversi, sta scontentando i rispettivi bacini elettorali. Il dramma però è che al momento non c’è alternativa. L’inconsistenza delle opposizioni (Forza Italia sempre più prigioniera di Silvio Berlusconi e il Pd sempre più lacerato dalle faide interne) rendono necessaria la sopravvivenza di questo esecutivo. L’unica speranza è che si rendano conto degli errori che stanno commettendo su più fronti e invertano rotta prima che sia troppo tardi.

Basterebbero poche correzioni 

Anche perché per uscire dall'empasse basterebbe un solo correttivo: ritardare di un anno il reddito di cittadinanza e la riforma delle Legge Fornero e utilizzare le risorse risparmiate (circa 17 miliardi) in parte per abbassare il deficit (e dunque accontentare l'Europa), in parte per potenziare il Rei e contrastare le povertà estreme, in parte per ampliare le categorie dei lavori usuranti che possono andare prima in pensione e (infine) in parte per raddoppiare da 3,5 a 7 miliardi le risorse destinate agli investimenti pubblici nel 2019 e in questo modo spingere di più sulla crescita economica. Sarebbe una quadra del cerchio che salva le promesse elettorali ma non mette in pericolo il futuro del Paese. Per farlo servirebbe solo una cosa: "Pensare meno alle prossime elezioni europee" come denunciato dal leader di Assolombarda, Bonomi.