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[La storia] Giornalista lavora tre settimane per Amazon: ecco cosa ha scoperto

Una inchiesta di Luigi Franco, per il Fatto Quotidiano, ha denunciato ritmi di lavoro durissimi governati da algoritmi e da manager che controllano in tempo reale le prestazioni di ciascun lavoratore

Michael Pontrellidi Michael Pontrelli   
[La storia] Giornalista lavora tre settimane per Amazon: ecco cosa ha scoperto

Il buon giornalismo esiste ancora? La risposta è sì. Un bell’esempio è una inchiesta che Luigi Franco, cronista de Il Fatto Quotidiano, ha fatto sulle condizioni di lavoro nel centro di distribuzione Amazon di Castel San Giovanni, vicino a Piacenza. Il giornalista si è fatto assumere in incognito come magazziniere per tre settimane, nel periodo di picco in vista del Black Friday e del Natale. Il resoconto completo è stato pubblicato in esclusiva su Fq MillenniuM, il mensile cartaceo diretto da Peter Gomez. Ma alcuni estratti sono stati pubblicati anche online sul sito web del quotidiano. L’inchiesta di Franco conferma quanto già si sapeva: lavorare per Amazon è molto duro.

Smistati fino a 360 pezzi all'ora 

“In piedi da ore, sollevo una cesta dal nastro e me la metto davanti. Prendo il primo prodotto, lo scansiono e con una rotazione che a volte sfiora i 180 gradi lo metto a sinistra, in una delle dodici ceste che il computer mi indica. Prendo il prodotto successivo e obbedisco di nuovo al pc. Poi un altro ancora, veloce. La mente è svuotata, annullata dalla continua ripetizione degli stessi movimenti” ha scritto il giornalista de Il Fatto Quotidiano denunciando un lavoro dai ritmi pesanti, controllato da un algoritmo e da manager che sul pc hanno traccia in tempo reale delle prestazioni di ciascun lavoratore. Con obiettivi di smistamento orario che possono arrivare a 360 pezzi, uno ogni 10 secondi.

Persone obbligate a lavorare in Amazon dalla crisi 

Le dure condizioni di lavoro nei centri di distribuzione Amazon sono note da tempo e più di una volta sono state denunciate dai sindacati, che lo scorso anno hanno anche proclamato il primo sciopero contro il colosso americano. Perché, dunque, le persone continuano a lavorare in queste catene di montaggio 2.0 che riportano alla memoria Tempi Moderni, il film capolavoro di Charlie Chaplin. Il motivo è molto semplice: la fame di lavoro. Lo stesso Franco nella sua inchiesta ha spiegato che il lavoro in Amazon rappresenta comunque uno stipendio per tante persone che a causa della crisi economica hanno perso una occupazione precedente o non l’hanno mai trovata. E  i numeri danno ragione alla azienda americana: dal suo arrivo in Italia, nel 2010, ha creato più di 3000 nuovi posti di lavoro.

Consumatori indifferenti alle politche sul lavoro di Amazon 

Cosa si potrebbe fare per migliorare le condizioni di lavoro dei dipendenti Amazon, ma in generale di tutti quelli che ancora lavorano nelle catene di montaggio? Fare appello al senso etico dei consumatori è una strada impraticabile. L’efficienza del colosso creato da Jeff Bezos è incontestabile e sono pochissime le persone che non usano la sua piattaforma perché nei centri di distribuzione le condizioni di lavoro sono dure. I consumatori premiano chi dà loro valore e Amazon questo lo fa molto bene. 

La risposta deve arrivare dalla politica 

La strada da percorrere è un’altra e si chiama politica, quella con la P maiuscola però. Quella che rimette al centro della sua azione l’uomo e che attraverso il sistema legislativo costringe le aziende a migliorare continuamente le condizioni di lavoro e le tutele per la salute. Il mercato (il dio mercato per alcuni) lasciato senza regole inevitabilmente produce le distorsioni denunciate dal giornalista de Il Fatto Quotidiano. Compito della politica è proprio quello di mettere un freno a questi eccessi. E pazienza se i consumatori devono aspettare uno o due giorni in più per ricevere un prodotto acquistato online.

 

 

Michael Pontrellidi Michael Pontrelli   
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