I 40enni precari di oggi via dal lavoro a 73 anni e con una pensione da fame

Lo studio della Cgil esprime dati sconcertanti: un esempio fra tanti, la colf tipo che oggi ha 35 anni nel 2057 prenderà solo 265 euro, dopo ben 43 anni di lavoro

Manifestazione Cgil a Milano (Ansa)
Manifestazione Cgil a Milano (Ansa)
TiscaliNews

La generazione dei quarantenni precari di oggi rischia di andare in pensione a 73 anni, con assegni poveri, equivalenti agli attuali 300-400 euro. E ai più giovani potrebbe andare anche peggio. A rilanciare l'allarme sulle pensioni del futuro è la Cgil ma non è tutta colpa della legge Fornero. Il problema è dato dai vincoli legislativi che legano l'età d'uscita all'aspettativa di vita e non permettono di staccare prima dei settant'anni al di sotto di un importo: gli odierni 687 euro.

Precarietà inconciliabile con la pensione

I paletti che diventano più rigidi di fronte a quelle che in termini tecnici vengono definite “carriere discontinue”. In altre parole lavoretti, impieghi saltuari e precari, part time obbligati non sembrano conciliabili con la pensione. Se si può immaginare una vita attiva in qualche modo alimentata attraverso i mini-job, diventa impensabile concepire una forma di sostenibilità con l'arrivo della vecchiaia.

Pensione tropo bassa

La questione non è nuova ed era stata al centro del dibattito due anni fa. La proposta era quella di introdurre nel sistema "una pensione di garanzia per i giovani", così da rimediare a quella che per la Cgil è una falla del sistema contributivo: "a fronte di una pensione povera non è prevista un'integrazione al minimo, come nel regime retributivo", spiega l'esperto di welfare della Cgil, Enzo Cigna. Al momento infatti è fissato un minimo di 524 euro. Ma per chi è entrato nel mondo del lavoro dal 1996 in poi non è prevista alcuna compensazione. Si può sperare a quel punto solo in misure assistenziali, slegate dal lavoro. Ma allora per molti diventerebbe spontaneo chiedersi, 'perché pagare i contributi?'. Una domanda destabilizzante. Eppure gli esempi della Cgil parlano chiaro: chi con un part time ha iniziato a lavorare nel 1996, quando è scattato il contributivo al 100%, con un salario di 10 mila euro annui e uno stop di un anno per ogni tre continui, pur avendo iniziato a 24 anni non potrebbe uscire prima dei 73.

Esempi catastrofici

La colf tipo che oggi ha 35 anni nel 2057 prenderà solo 265 euro, dopo ben 43 anni di lavoro. E ancora, mettiamo due persone che lavorano nello stesso edificio. Lui è un dirigente di banca full time a 4 mila euro al mese con 20 anni di lavoro: potrà andare in pensione a 64 anni con 1.330 euro. Lei invece è una lavoratrice delle pulizie part time a sei ore al giorno, per 600 euro al mese. Nonostante possa contare su una contribuzione di 40 anni, quindi il doppio del 'capo', non potrà smettere prima dei 68 anni perché maturerebbe un importo troppo basso (360 euro, che secondo le regole del contributivo pieno non consentono l'uscita).

Verso una riforma complessiva della previdenza?

"La situazione dovrebbe essere ribaltata", sostiene Cigna. Il sottosegretario leghista Claudio Durigon riconosce che è venuto il momento di "una riforma complessiva della previdenza". E annuncia: "nei prossimi giorni convocherò le parti". Avendo la delega sulle pensioni "lo posso fare", risponde a chi gli chiede se sarà lui o il ministro e vice-premier Di Maio a far partire gli incontri.

Il nodo del lavoro femminile

La priorità per Durigon sta nel "dare una risposta al lavoro femminile", visto che, ammette, Quota 100 ha premiato più la componente maschile. Sulle pensioni per i giovani invece il percorso è in salita, perché si toccherebbero i saldi "pluriennali". Ma l'impegno è a discutere di tutto. Il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, intanto punta sull'incontro alla presidenza del Consiglio. Per il leader del sindacato di Corso d'Italia alla fine è a palazzo Chigi che si decide, per cui è lì che devono tenersi "i confronti con le parti sociali". Insomma si aspira alla concertazione ma, è l'avvertimento di Landini, non più per essere ascoltati, si tratta invece di entrare nel merito delle scelte, ovvero della manovra. A prescindere dalle colorazioni politiche.