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[La storia] Ecco perché il gioco sui social 10 Years Challenge potrebbe essere un esperimento molto pericoloso

Secondo una giornalista di Wired l’obiettivo di Facebook è allenare gli algoritmi di riconoscimento facciale. Ma il noto social respinge le accuse: il fenomeno è spontaneo

Michael Pontrellidi Michael Pontrelli   
[La storia] Ecco perché il gioco sui social 10 Years Challenge potrebbe essere un esperimento molto...
Il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, oggi e 10 anni fa

“A pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca”. Questa celebre frase di Giulio Andreotti potrebbe cascare a pennello per capire il vero significato del gioco social del momento 10 Years Challenge che sta coinvolgendo milioni di persone su Instragram e su Facebook. La moda (per chi ancora non la conoscesse) consiste nel pubblicare sul proprio profilo una foto attuale e una di dieci anni fa. A ipotizzare che dietro il fenomeno possa esserci la manina interessata di Mark Zuckerberg è stata Kate O’Neill, giornalista di Wired, secondo cui il gioco potrebbe essere nient’altro che un enorme esperimento utile ad allenare gli algoritmi di riconoscimento facciale.

La difesa di Facebook

Facebook ha respinto le accuse sostenendo di non essere responsabile dell’iniziativa. Il fenomeno sarebbe nato spontaneamente. Un processo virale analogo a Bucket Challenge, un altro gioco che 5 anni fa ha coinvolto milioni di persone in tutto il mondo.

Gli algoritmi hanno bisogno di big data

Dire se abbia ragione Kate O’Neill o Facebook è impossibile senza prove specifiche. Con certezza però due cose si possono affermare. La prima è che gli algoritmi di intelligenza artificiale hanno bisogno di grandi quantità di dati (big data) per potersi evolvere. E non c’è dubbio che 10 Years Challenge li stia producendo. La seconda certezza è che attorno alle tecnologie di riconoscimento facciale ruotano fortissimi interessi economici e politici.

Boom di telecamere di controllo 

Le chiavi per capire il fenomeno sono due: sicurezza e controllo. Nel mondo già oggi sono installate più di 600 milioni di telecamere. Solamente nel 2017 ne sono state vendute 100 milioni. Il mercato del software per il riconoscimento facciale vale 9,6 miliardi dollari e cresce di oltre il 20% l’anno. I progressi compiuti negli ultimi anni dagli algoritmi sono stati impressionanti. Sky news, per esempio, ha utilizzato l’intelligenza artificiale per riconoscere gli invitati al matrimonio fra il principe Harry e Meghan Markle. L’informazione è stata condivisa in tempo reale con i telespettatori.

Cina leader mondiale nel riconoscimento facciale 

Da un report pubblicato pochi giorni fa da Elsevier, il maggior editore mondiale in ambito medico scientifico, è però emerso che il paese più avanzato al mondo nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale per il riconoscimento facciale è la Cina. Alle motivazioni economiche si sommano quelle politiche dato che queste tecnologie saranno parte integrante del Grande Fratello a cui sta lavorando Pechino, ovvero un sistema di credito sociale che valuterà la reputazione dei propri cittadini in ogni aspetto della loro vita, dunque anche al di fuori del web. E per poterlo fare l’obiettivo è poter osservare e controllare tutti ovunque grazie a un capillare sistema di telecamere e ad algoritmi di intelligenza artificiale addestrati al riconoscimento delle persone. 

La consapevolezza dei rischi 

Per il momento gli europei possono dormire sonni tranquilli. La Data protection regulation (Gdpr), ovvero la nuova normativa a tutela della privacy dei cittadini, vieta l’uso per identificare i cittadini. Ma ovviamente ci sono le eccezioni e la più rilevante è quella della sicurezza nazionale. Chi può escludere che in nome dell'interesse nazionale anche in Europa (e dunque in Italia) si possa arrivare alla creazione di un Grande Fratello simile a quello cinese che va ben oltre il controllo delle nostre vite sul web? Le vie del progresso tecnologico possono essere affascinanti ma anche inquietanti. I cittadini dovrebbero essere consapevoli di questo.

Michael Pontrellidi Michael Pontrelli   
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