[Il ritratto] Pieni di debiti e senza lavoro, la nuova vita di Amanda Knox, Raffaele Sollecito e Patrick Lumumba

Dieci anni dopo l’omicidio di Meredith, i protagonisti oscuri di quella vicenda non riescono a voltare pagina. Ecco le loro vite. E uno di loro rivela: "Io non so che cosa ha fatto Amanda. Ma credo che lei sappia perché Meredith è morta"

[Il ritratto] Pieni di debiti e senza lavoro, la nuova vita di Amanda Knox, Raffaele Sollecito e Patrick Lumumba
Patrick Lumumba, Raffaele Sollecito e Amanda Knox

Patrick Lumumba dice che la sua vita è rovinata da allora. Ha dovuto vendere Le Chic, il suo locale di Perugia dove Amanda Knox faceva la cameriera, prima che tutto cominciasse, quella sera del primo novembre 2007, quando Meredith Kercher, 22 anni, da Croydon, Londra, studentessa arrivata in Italia per l’Erasmus, fu trovata con la gola sgozzata nella sua camera da letto. Non ci andava più nessuno, è stato costretto a chiudere e poi per qualche tempo si è arrangiato facendo il dj in giro nei locali con contratti saltuari, fino a quella volta che l’ultimo che l’aveva chiamato, l’ha preso in disparte nel frastuono della musica: «Tu sei bravo Patrick, ce ne sono pochi come te. Ma è come se fossi marchiato. Vieni da una brutta storia, anche se non c’entri niente». Aveva fatto 15 giorni in galera e sulle prime pagine dei giornali accusato ingiustamente da Amanda Knox. Oggi Lumumba ha dovuto andar via, vive a Cracovia, Polonia, con la moglie Alexandra Beata e il figlio. «Non ho più un soldo», dice, «Tutto per colpa di lei». Ma la cosa strana, o forse no, è che quel delitto ha finito per rovinare tutti i suoi protagonisti, senza salvare nessuno, innocenti o colpevoli, perché nessuno di loro ha potuto davvero uscirne per ritornare «normale», come cercava di dire Amanda in una delle sue interviste, seduta in poltrona di fronte alla giornalista di Abc news, mentendo a se stessa e soprattutto anche alla verità di questa tragedia: «Sono libera da sei anni e sono tornata a fare una vita normale...».

Dieci anni dopo, non è rimasta solo la memoria di quel delitto, ma l’ombra lunga di una eco senza fine che sembra aver segnato i suoi protagonisti per tutta che deve ancora venire, con le sue tappe dolorose, le condanne e le assoluzioni a catena per cinque gradi di giudizio, i titoloni sui giornali, i film, le inchieste e le polemiche e tutti i ritratti degli imputati consegnati alla verità perversa della cronaca, come una pena inestinguibile. Non c’è stata salvezza dentro agli archivi di questa vicenda. Amanda aveva 20 anni, Raffaele Sollecito 23. Rudy Guede, l’unico imputato ritenuto colpevole, ne aveva 21. Ma sin dall’inizio non c’è pietà per nessuno: i due giovani innanmorati - Amanda e Raffaele - vengono raccontati con accentuata malizia a fare shopping in un negozio di intimo due giorni dopo il delitto, avvinghiati fra baci e sorrisi. Ancora altri due giorni e finiscono in carcere, bollati implacabilmente dai verbali passati ai giornali. Amanda viene dipinta bella e diabolica, secondo lo schema più banale, e Raffaele stupido e plagiato dal suo fascino. La cosa terribile è che non c’è assoluzione che tenga. Quattro anni di carcere, una prima condanna a 26 anni per lei e 25 per lui, l’assoluzione in appello e la Cassazione che dice di rifare il processo, una nuova condanna a Firenze - 28 e 6 mesi lei e 25 lui - fino all’ultima parola della Quinta Sezione il 27 marzo 2015: assolti per non aver commesso il fatto. Ma Raffaele Sollecito fa un servizio per le Iene e intervista la gente per strada, chiedendo loro cosa ne pensano di quel delitto. E rispondono tutti allo stesso modo: «Beh, quei due assassini devono pagare le loro colpe. Quella americana e il suo ragazzo, l’hanno uccisa loro Meredith». Non è solo la convinzione della colpa a marchiare la loro vita. E’ tutto quel che ne consegue a farne quasi degli eterni imputati.

Amanda Knox vive a Seattle, la sua città, si è laureata e fa la giornalista al West Seattle Herald, ma senza contratto, pagata a pezzo. Il suo sogno è fare l’avvocato, per poter salvare quelli come lei. E il suo vero impegno non fornisce guadagni di sorta, in una associazione che si occupa di vittime di errori giudiziari. Ha scritto un libro, Waiting tobe heard, ma l’ha fatto solo per pagare i debiti accumulati dalla sua famiglia per pagare tutti i conti del suo interminabile processo. Il libro ha venduto, ma i soldi non sono bastati. Amanda oggi è fidanzata con lo scrittore Christopher Robinson, barba e capelli rossi nelle foto dei sorrisi, mentre papà e mamma devono ancora far fronte ai debiti.

E anche la famiglia Sollecito non è messa tanto meglio. Francesco, il papà, era un urologo famoso. «I miei hanno dovuto vendere gli appartamenti che avevano», ha raccontato Raffaele, «per far fronte a tutte le spese legali che abbiamo avuto. E non è stato sufficiente, perché dobbiamo ancora 400mila euro». Per questo, dopo la definitiva assoluzione, lui aveva chiesto un indennizzo dallo Stato per i 4 anni di ingiusta galera: 516mila euro. Ma i giudici il 26 giugno 2017 gli hanno detto di no. Raffaele ora porta i capelli lunghi stretti in un codino che scende sulla schiena, s’è laureasto in informatica con una tesi su se stesso dal titolo «Innocentisti e colpevolisti sul web», e fino a qualche tempo fa era fidanzato con Greta Menegaldo, trevigiana da Ponte di Piave, hostess conosciuta su un aereo a Venezia. La sua passione, però, è diventata la stessa di Amanda: la lotta per i diritti civili, per tutte le vittime della Giustizia ingiusta. «Io non trovo ancora un lavoro per quello che mi è successo», dice. «La gente mi ritiene colpevole e io continuo a subire i danni e le conseguenze degli anni passati in carcere». E’ andato al congresso del Partito Radicale e ha alzato la voce contro «il sistema penitenziario dell’Italia che così com’è non serve a nulla».

L’unico in carcere è Rudy Guede. Il suo nome viene fuori quando un testimone svizzero scagiona completamente Patrick Lumumba. Lo arrestano a Magonza. Contro di lui ci sono un bel po’ di indizi, a differenza di Sollecito a Amanda: c’è l’impronta di una sua mano insanguinata su un cuscino accanto al cadavere di Meredith, tracce di Dna sparse in giro e pure un suo cromosoma Y sul tampone vaginale fatto sulla vittima. E poi ci sono le versioni che fornisce, quantomeno bizzarre. Quella ufficiale dice che stava facendo sesso consenziente con Meredith quando ha avuto mal di pancia ed è corso in bagno. Uscendo ha incrociato gli assassini che scappavano ed è scappato anche lui. Soltanto una trasmissione su Raitre, Storie maledette, è riuscita a dargli credito senza contestargli le incongruenze. L’altra versione l’ha rilasciata a Mario Alessi, l’assassino del piccolo Tommaso Onofri a Parma, che come Raitre l’ha presa per vera: uno sconosciuto aveva prima tentato di stuprare Meredith, poi l’aveva uccisa e gli aveva regalato i soldi perché lui scappasse in Germania. A parte questi racconti fantasiosi, in carcere Rudy è diventato uno studente modello. S’è laureato in Scienze storiche del territorio prendendo 110 e lode con una tesi su «Storia e mass media. I mezzi e i luoghi della divulgazione storica». A giugno ha avuto un permesso premio di 36 ore e ha confessato che aveva paura di attraversare la strada, che aveva visto uno smartphone e non capiva che cosa fosse e davanti allo schermo piatto di un televisore aveva chiesto se era un quadro. Uscirà nel 2023 dopo aver scontato 16 anni.

La verità è che nessuno di loro uscirà mai da questa storia. Lumumba ancora adesso non riesce a capire l’ingiustizia patita. Secondo lui, Amanda lo fece apposta, perché la sgridava per come lavorava e le aveva detto di non venire più. Per questo sarebbe finito dentro a quel delitto e ai suoi misteri. A questa storia senza fine, come ha detto al giornalista del Gardien: «Io non so che cosa ha fatto Amanda. Ma credo che lei sappia perché Meredith è morta».