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[L’inchiesta] La vera storia di Pamela. Ecco come hanno fatto a pezzi la sua vita

Non ci sono innocenti in questa vicenda. Tutte le ombre che hanno accompagnato la ragazza verso l’orrore della sua morte, hanno qualcosa di terribile che è difficile da perdonare

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
[L’inchiesta] La vera storia di Pamela. Ecco come hanno fatto a pezzi la sua vita

La prima volta che Pamela appare nella cronaca terribile delle sue ultime ore di vita sono quasi le 11 di mattina del 30 gennaio e lei scende da una macchina per avvicinarsi alla farmacia di via Spalato. Indossa un pellicciotto smanicato grigio e pantaloni bordeaux molto attillati. Cammina spedita, con passo veloce. Il video della telecamera la inquadra quando entra ed esce poco dopo con un sacchetto in mano che contiene delle siringhe, come poi testimonierà anche il farmacista.

Da quel momento le sue tracce si perdono fino al giorno seguente, alle 9 di una mattina fredda e cattiva, quando a Pollenza vengono ritrovate due valigie a lato della provinciale, e gli agenti della Polizia Municipale hanno quasi un mancamento appena riescono ad aprirle: dentro ci sono i resti di un cadavere fatto a pezzi. Non passa molto tempo e al commissariato di Ps si presenta un tassista abbastanza scosso. Racconta che la sera prima verso le 22 era stato chiamato da Innocent Oshegale, un nigeriano che lui conosce bene perché è un suo cliente abbastanza assiduo che oltre a farsi dare un passaggio ogni tanto gli chiede pure l’uso del cellulare per delle urgenze. Dice che ha bisogno di uno strappo, di venire subito.

Arrivato sotto la sua casa, in via Spalato, vede Oshegale che scende con due valigie. Le carica da solo nel bagagliaio, rifiutando il suo aiuto: «No, lascia, faccio io», grugnisce, allontanandolo. Sulla via per Tolentino, gli suggerisce di svoltare a destra per Pollenza e a un certo punto ordina di accostare, vicino a una zona abitata. Scende, posa le due valigie e risale: «Riportami a Macerata», dice. Quando ascolta la notizia del ritrovamento di un cadavere proprio da quelle parti, pensa di tornare sul posto dove aveva offerto il passaggio ad Oshedale. E appena arriva lì vede un mucchio di persone che fanno delle fotografie e delle riprese video. «C’erano due valigie con un cadavere fatto a pezzi», continua a ripetere la gente attorno a lui. E’ per questo che corre dalla polizia a raccontare la sua storia.

Alle 18 e 50 del 31 gennaio, gli agenti arrivano a casa di Oshegale. Lo fermano che sta per uscire. Ha indosso 36 grammi di cannabis e altri 40 circa su un bilancino posato su un tavolo vicino all’ingresso. In un sacchetto nell’armadio ci sono dei fuseaux e un pellicciotto smanicato con tracce ematiche. Dentro c’è lo scontrino della farmacia per l’acquisto di alcune siringhe. Ci sono anche altri indumenti femminili. Nel terrazzo, macchie di sangue visibili ad occhio nudo. Poi altre tracce nel cestello della lavatrice, in cucina, su un piumone bagnato, sul manico di una mannaia e molto più piccole su un coltello lasciato nel portaposate.

Il pavimento è stato evidentemente lavato, ci sono ancora gli stracci e le scope, ma non tutte le macchie di sangue sono state cancellate. Il cadavere era stato tagliato in più parti: il capo, il torace e i due seni asportati per intero, il bacino, le braccia divise in due parti, dalla spalle ai gomiti e dai gomiti alle mani, come le gambe, spezzate in due dal ginocchio in su e fino ai piedi. L’autopsia rivela tracce di punture, vicino al polso, un ematoma sul braccio e un livido sul cuoio cappelluto, accanto alla tempia destra, grande come una moneta da due euro. In più c’è una lesione a livello toracico, una ferita da taglio. La prima impressione è che due possono essere la causa della morte: un’overdose, oppure quel segno da punta e taglio alla parte bassa del torace.

Innocent viene subito arrestato e sentito dagli inquirenti. Nel primo interrogatorio dichiara di essere stato avvicinato il 30 gennaio alle ore 11 da una ragazza che voleva dell’eroina. Ma lui aveva solo marijuana e quando lei gli ha chiesto se conosceva qualcuno che poteva darle l’eroina, lui ha chiamato un suo amico. L’hanno incontrato allo stadio dei Pini. Noi sappiamo che prima di arrivare a questo appuntamento, nella discesa verso il precipizio dell’orrore, Pamela era stata raccolta mentre camminava da solo sul ciglio della strada trascinando il suo grosso trolley rosso e blu, senza un euro, senza un cellulare e senza neanche sapere dove andare, da un signore che non si era minimamente preoccupato di aiutarla, anche soltanto di prestarle il telefonino per chiamare sua madre, ma che ne aveva approfittato per andarci a letto come con una prostituta, portandola nel garage sul retro della sua casa per fare sesso su una misera coperta stesa sul nudo pavimento. E’ lui che le ha dato i 50 euro che le sono serviti per comprarsi l’eroina e l’ha accompagnata alla stazione all’incontro con Oshegale. Quell’uomo qualunque rappresenta tutti noi in questa storia, la nostra indifferenza, la nostra incapacità di guardare gli altri, di volerli aiutare, la nostra miseria umana. Ma non tutti, nemmeno i giornali, si sono preoccupati di rappresentare questa terribile verità per quello che è. Una sconfitta.

Invece, Pamela corre da sola dentro la sua tragedia. sempre nel primo interrogatorio, Oshegale che tutti e tre, i due nigeriani e la ragazza, sono andati insieme a casa sua. Si sono fermati alla farmacia perché lei doveva comprare le siringhe. Poi dice che l’ha lasciata da sola in casa perché è uscito per vendere la droga. E’ rimasto fuori tutto il giorno, ripete. Nel secondo interrogatorio, poche ore dopo, sempre l’1 febbraio, cambia versione: è andato a casa con lei, l’ha vista iniettarsi droga e dopo un po’ sentirsi improvvisamente male. Trema, e cade per terra. Lui dice che si è spaventato ed è subito scappato via di corsa. Nega di aver fatto a pezzi il cadavere per buttarlo via. Ma in questo caso le prove e la testimnonianza del tassista lo inchiodano: è impensavbile che sia uscito alle 22 con le due valigie senza sapere che cosa contenessero.

A questo punto restano due ipotesi: la morte per overdose o per la ferita da taglio. Ma, secondo gli esami effettuati, per il colpo alla parte laterale destra del torace non è valutabile l’entità dell’emorragia interna che ne avrebbe potuto provocare la morte. Mentre il decesso in seguito a un’overdose è avvalorato dai segni di puntura sul suo braccio e dalle tracce di eroina nel corpo, e soprattutto dal fatto che Pamela era da tre mesi che non ne faceva uso, e per questo più soggetta a una crisi letale. Inoltre, sostengono gli inquirenti, non c’è un movente.

L’autopsia ha smentito una tentata violenza. Senza contare dei vicini ha sentito rumori di una colluttazione o grida d’aiuto. La ferita invece potrebbe essere dovuta a un primo tentativo, poi abbandonato, di tagliare il corpo di Pamela quando era già morta. Le ecchimosi, infine, non sono incompatibili con una stretta forte di Innocent quando ha visto il malore della ragazza e con la caduta che ne è seguita.
Per ora certezze definitive non ce ne sono. Ma questa ricostruzione serve a spiegare le decisioni del magistrato. Le uniche cose sicure sono altre. Che non ci sono innocenti in questa storia. Che tutte le ombre che hanno accompagnato Pamela verso l’orrore della sua morte, hanno qualcosa di terribile che è difficile da perdonare. A volte la malvagità degli uomini sta anche nel disprezzo che proviamo per gli altri, nell’oscurità delle esistenze senza sentimenti.                      

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
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