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Covid: ecco perchè i trivaccinati sono difesi anche dalle varianti sicure

Uno studio ligure-californiano ha dimostrato che le varianti anche quelle future non bucano il virus, e i morti della prima ondata sono molti di più anche per errori

Massimiliano Lussanadi Massimiliano Lussana   
Vaccinazione
Vaccinazione (Foto Ansa)

Fuori dall’area archeologica dei Giardini Luzzati, in pieno centro di Genova, dietro piazza delle Erbe, sembra di essere al G8. Un G8 in sedicesimo, ma pur sempre G8. Ora, un po’ esagero: ma decine e decine di agenti, di uomini della Digos a controllare, gli ingressi alla sala dove si presenta “Il mondo è dei microbi”, il nuovo libro di Matteo Bassetti, anche stavolta in coppia con Martina Maltagliati, militarizzano quello che è un momento di scienza e di cultura.

La presentazione del libro di Bassetti

Dentro, fra gli altri, ci sono il presidente di Regione Liguria Giovanni Toti, il prefetto di Genova Renato Franceschelli che ricorda i primi drammatici giorni della pandemia e in quel momento lui era a Padova. E quando arriva il sindaco di Genova Marco Bucci, che non rifiuterebbe mai di incrociare le lame con chiunque, si ferma ad affrontare i contestatori di centri sociali e soprattutto No Vax, a volte No Vax dei centri sociali, quasi contestatori elevati a potenza.

La battaglia legale contro haters

Nel libro si parla dell’odio che ha circondato incredibilmente i medici negli ultimi mesi e non è per nulla casuale la presenza in sala di Rachele Selvaggia De Stefanis, la combattiva e tostissima avvocato che sta portando avanti la sacrosanta battaglia di Matteo Bassetti contro gli haters e la vergogna delle telefonate notturne, con la divulgazione del numero sui canali Telegram NoVax e NoPass. Una battaglia che, conoscendola, farà piangere moltissimi che si sentono in diritto di dire e fare qualsiasi cosa senza temere sanzioni.

I covid non è solo un’influenza

Il direttore della Clinica di Malattie Infettive del Policlinico San Martino di Genova, il più grande d’Europa, con la grande onestà intellettuale che lo contraddistingue, fa anche autocritica su una frase sbagliata che disse nei primi giorni del Covid, a febbraio 2020: “E’ solo un’influenza” e spiega che pensò a un “normale” coronavirus anche a causa delle scarsissime notizie scientifiche che arrivarono dalla Cina. Oggi è un’altra storia e, anzi, gli studi scientifici aiutano moltissimo a gestire il virus. A partire dal fatto che, oggi, nel reparto di Bassetti su 17 posti disponibili per malati Covid ne sono occupati solo tre: “Questo è frutto anche di una maggiore abilità nella gestione dei casi Covid, almeno per quanto riguarda il Policlinico San Martino, che ci ha permesso e ci permette tutt’ora di avere degenze medie molto più brevi rispetto a quello che avveniva anche nel recente passato. Da poco abbiamo inoltre pubblicato un articolo, disponibile su PubMed, che dimostra come, confrontando la prima con la seconda ondata, ci sia stata una riduzione significativa della mortalità di oltre il 50%; un dato evidentemente legato anche ad una maggior maneggevolezza dei farmaci e ad una sempre migliore gestione dei pazienti Covid”.

Lo studio del San Martino di Genova

E proprio lo studio del San Martino con la minore mortalità della seconda ondata è la chiave per capire anche una seconda analisi dei dati pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica “Cell”, uno studio del “La Jolla Institute for Immunology” di San Diego, in collaborazione sempre con l’ospedale genovese diretto da Salvatore Giuffrida e l’Università di Genova. La ricerca, analizzando la risposta delle cellule T contro tutte le varianti del virus Sars-CoV-2 finora identificate, ha per la prima volta dimostrato che queste ultime non riducono la risposta immunitaria garantita dai vaccini Pfizer, Moderna, Johnson & Johnson, Novavax, che resta duratura ed efficace anche sei mesi dopo la vaccinazione.

Le varianti non bucano i vaccini

Insomma, chi ha la dose booster per sei mesi è protetto anche da tutte le possibili varianti. Funziona così, come spiegano i medici in questo lavoro, che lo stesso Bassetti ha messo a sistema con i suoi studi: “Le varianti non riescono a 'bucare' la protezione dei vaccini, che continuano a farci scudo contro il virus molto a lungo perché, oltre agli anticorpi, stimolano la formazione di cellule T, cellule del sistema immunitario dalla "memoria di ferro" che sanno 'smascherare' e combattere il virus anche quando cambia faccia grazie alle mutazioni. Queste cellule, capaci di riaccendere in tempi brevissimi la risposta immunitaria, persistono in circolo a lungo, mantenendo dopo sei mesi dalla vaccinazione una risposta reattiva contro tutte le varianti, in media pari a circa l’87-90 per cento, che scende appena all’84-85 per cento soltanto per Omicron, rispetto a quella iniziale post-vaccinale”. Insomma, queste cellule sono la chiave per una protezione immunitaria di lunga durata, che protegge dalle forme gravi di malattia per molto tempo a prescindere dalle possibili mutazioni future del virus.

Il ruolo delle cellule T

Lo studio è firmato da uno staff di San Diego, guidato da Alessandro Sette, dell’Università della California, in collaborazione con il gruppo di Gilberto Filaci, direttore dell’Unità di Bioterapie San Martino e professore ordinario di Scienze tecniche di medicina e di laboratorio dell’Università di Genova. Spiega Filaci che quasi certamente non solo il vaccino coprirà le varianti presenti, ma anche quelle in arrivo: “Lo studio consente di prevedere che l’immunità indotta dai vaccini sia molto prolungata oltre che probabilmente efficace anche contro le varianti future. La dose booster si conferma come il metodo migliore per ‘richiamare alla lotta’ altre cellule T di memoria, rafforzando la nostra linea di difesa contro il virus. E’ stato osservato che le cellule T di ogni individuo vaccinato sono "allenate" a riconoscere non un solo elemento della proteina spike, ma in media una ventina di pezzetti diversi del virus. Ciò rende molto poco probabile che il virus generi eventuali future varianti tali da renderlo capace di sfuggire del tutto al riconoscimento e all’eliminazione da parte delle cellule T. In pratica queste cellule si comportano come chi sa riconoscere una persona da venti dettagli diversi del viso: anche se poi indossa un paio di occhiali o taglia i capelli, è molto improbabile che questi cambiamenti siano tali da rendere irriconoscibile l’identità della persona”.

Il sistema immunitario

La metafora è chiarissima, ma gli specialisti del Policlinico genovese spiegano anche il funzionamento del sistema immunitario con un linguaggio comprensibile a tutti: “L’esercito del sistema immunitario è diviso in due grandi 'legioni' che concorrono a una risposta immunitaria efficace. La prima è legata all’attivazione dei linfociti B, responsabili della produzione degli anticorpi che sono come missili, capaci di riconoscere e uccidere le cellule infettate dal virus. La seconda è legata all’attivazione dei linfociti T, cellule della memoria immunologica che perdurano molto a lungo anche dopo un eventuale calo degli anticorpi, come avviene nei soggetti vaccinati contro il Covid in cui si assiste a un decremento dei livelli di anticorpi già entro sei mesi dalla vaccinazione”.
E qui è ancora il professore di Scienze tecniche di medicina e di laboratorio dell’Università di Genova e direttore dell’unità di bioterapie di San Martino a decrittare, con metafore militari, ma incruente: “Queste cellule sono come sentinelle perenni capaci di riconoscere un nemico dopo anni e anni dal primo incontro e di montare in brevissimo tempo una risposta immunitaria che riattiva la produzione di anticorpi specifici: quelli che poi si legano al virus prevenendo o risolvendo l’infezione. Così, le cellule T specifiche 'di memoria', che si formano dopo essere venuti in contatto con un germe, per contagio o tramite la vaccinazione, perdurano in circolo proteggendoci da esso tutte le volte che lo incontriamo: fanno ciò anche attraverso la immediata riattivazione della risposta anticorpale, generando, quindi, una sorta di ‘doppio scudo’ immunologico, fondamentale per una protezione di lunga durata”.

Lo studio sui vaccini

In questo quadro, lo studio ligure-californiano ha analizzato la risposta delle cellule T e dimostrato che riconoscono tutte le dieci diverse varianti emerse negli ultimi mesi, Omicron compresa, e restano capaci di dare una risposta immunitaria efficace anche a 6 mesi di distanza dalla vaccinazione. Mettendo a contatto le cellule T di persone vaccinate con 4 differenti vaccini (Pfizer-BioNTech, Moderna, Johnson & Johnson/Janssen e Novavax), i ricercatori hanno osservato che la reattività delle cellule T a sei mesi è duratura e significativa contro tutte le varianti note e non viene 'bucata' neppure da Omicron. Infatti, quando una persona vaccinata viene a contatto con il virus, anche a mesi di distanza dalla vaccinazione, i linfociti T stimolano rapidamente i linfociti B a produrre anticorpi specifici: “In questo modo si crea un 'doppio scudo' al virus pressoché immediato e l’infezione viene prontamente combattuta e debellata in tempi molto più rapidi e con un’efficacia molto maggiore rispetto a quanto possa accadere nei non vaccinati. Anche per questo i vaccinati, pur potendo ancora infettarsi, hanno generalmente forme lievi o addirittura asintomatiche dell’infezione. Visti i risultati dei test a sei mesi dal vaccino, è molto probabile che le cellule T dei vaccinati diano luogo a una protezione immunitaria di lunga o lunghissima durata nei confronti della malattia grave; la dose booster resta tuttavia molto importante per minimizzare ulteriormente il pur lievissimo calo della risposta delle cellule T osservato dopo sei mesi dalla vaccinazione. È infine plausibile che il vaccino possa ‘frenare’ anche le future varianti: lo studio ha rilevato che le cellule T di ogni individuo vaccinato riconoscono in media una ventina di pezzetti diversi del virus, generando una risposta immunitaria ridondante, cioè diretta contro più di un frammento della proteina spike: ciò rende meno probabile che il virus generi future varianti in ciascuno di questi venti pezzettini di molecola, tali da renderlo totalmente irriconoscibile alle cellule T”.

Insomma, ci tengono a ripeterlo più volte i professori del Policlinico genovese, ma il concetto è chiaro: il virus col vaccino non passa, come gli attaccanti con Gentile ai mondiali dell’82. E non servono nemmeno le finte, che sarebbero le varianti. Alla peggio, poi chiudono Cabrini e Scirea.

 

Massimiliano Lussanadi Massimiliano Lussana   
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