[L’analisi] Tutti i misteri della trattativa Stato-mafia. Tra condanne a morte e lotte di potere

Un azzardo anticipare l’esito del processo. Tante polemiche, convulsioni e attriti istituzionali lo hanno accompagnato da quando è iniziato, ormai cinque anni fa. Persino l’inquilino del Quirinale, il Presidente Giorgio Napolitano, è finito nelle polemiche

[L’analisi] Tutti i misteri della trattativa Stato-mafia. Tra condanne a morte e lotte di potere

E adesso è solo questione di ore, forse di pochissimi giorni. La Corte d’assise di Palermo, presieduta da Alfredo Montalto, si è ritirata in camera di consiglio per decidere se condannare o assolvere gli imputati del processo sulla cosiddetta “trattativa tra Cosa nostra e pezzi delle istituzioni”. Sarebbe un azzardo anticipare l’esito del processo. Tante polemiche, convulsioni e attriti istituzionali lo hanno accompagnato da quando è iniziato, ormai cinque anni fa. Persino l’inquilino del Quirinale, il Presidente Giorgio Napolitano, è finito nelle polemiche.

Vediamo subito gli imputati. Va detto che uno di loro, Calogero Mannino, ex ministro della Prima Repubblica, esponente di punta della sinistra democristiana, è già stato assolto, avendo chiesto e ottenuto il rito abbreviato. Per gli stessi reati di Mannino, sono stati processati gli ex generali del Ros dei carabinieri Mario Mori (l’accusa ha chiesto 15 anni di carcere) e Antonio Subranni, il colonnello Giuseppe De Donno (per loro due, 12anni di carcere). Per l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri l’accusa ha chiesto una pena di 12anni. 


I reati contestati sono: “attentato mediante violenza o minaccia a un corpo politico, giudiziario o amministrativo dello Stato, aggravato dall’agevolazione di Cosa nostra”. Falsa testimonianza, invece, è il reato contestato all’ex presidente del Senato Nicola Mancini (6anni) e calunnia nei confronti dell’ex Capo della Polizia Gianni De Gennaro, è stata contestata a Massimo Ciancimino (5anni).16 e 12 anni invece sono stati chiesti per i boss magiosi Leoluca Bagarella e Gaetano Cinà. La Procura di Palermo sostiene che «una parte importante e trasversale delle istituzioni, spinta da ambizione di potere contrabbandata da ragion di stato, ha cercato e ottenuto il dialogo e poi il parziale compromesso con l’organizzazione mafiosa».


Perché dunque la trattativa? Perché Calogero Mannino aveva saputo che su di lui pendeva una condanna a morte del Tribunale di Cosa nostra e sfrutta le conoscenze dei vertici del Ros per evitare l’esecuzione della condanna a morte. Assolto già Mannino, va detto che anche il generale Mori è stato definitivamente assolto per la mancata cattura di Bernardo Provenzano (un altro architrave del castello delle accuse della Procura di Palermo) e assolto in primo grado per la vicenda della mancata perquisizione del covo di Totò Riina.


Aspettiamo dunque la decisione della Corte d’assise, ricordando però alcune cose. Intanto che non si comprende, anche perché nel Codice penale non esiste, il reato di trattativa quale sarebbe. Prima Salvo Lima poi Falcone. Lo Stato era in ginocchio. Da tempo non c’erano stati pentiti in grado di aggiornare l’evoluzione di Cosa nostra. Non si conoscevano i progetti, gli eserciti, gli ufficiali di comando e in questi casi l’imput del governo è stato quello di sollecitare gli apparati di sicurezza a cercare informazioni, a tentare di prendere tempo per neutralizzare il nemico.


Anche nelle motivazioni di primo grado del processo contro le stragi di Firenze, Roma è a Milano, i giudici toscani accennarono alla presunta trattativa di Mori e De a Donno con l’ex sindaco di Palermo, mafioso, Vito Ciancimino, dando atto appunto dello spirito della direttiva centrale. E in qualche modo hanno ipotizzato che il solo “avvicinarsi” al dialogo fosse stato interpretato dal capo di Cosa nostra, Totò Riina, come una decisione di trattare (Riina, raccontano i pentiti, diceva che “(gli uomini dello Stato, ndr) si sono fatti sotto”).


Negli ultimi vent’anni il tema se accanto a Cosa nostra ci fossero stati altri soggetti ispiratori e partecipi della strategia eversiva e terroristica contro lo Stato ha visto impegnati decine di magistrati e centinaia di investigatori. E va preso  atto che nessuna indagine sui mandanti esterni si è conclusa positivamente.La Procura di Palermo invece ha deciso di far processare esponenti delle istituzioni. Ipotizzando che la trattativa abbia avuto un esito positivo. Tesi estrema, che solo i giudici potranno accogliere o rigettare. Ed è questione di ore. Per fortuna.