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Il web ha ucciso Tiziana, assassinata dal furto della sua privacy per un video hot

Ill video hard diffuso sul Web, la gogna contro di lei, il tentativo di rifarsi una vita con altro nome, in un altro posto. Ma il cyberbullismo ha vinto

di Luca Telese   
Tiziana Cantone
Tiziana Cantone

No, non siamo tutti colpevoli della morte di Tiziana Cantone: l'autoflagellazione estrema è sempre l'altra faccia del linciaggio, tra le belle animelle smarrite del web, che ora discutono, non capiscono, ma comunque trovano conforto peloso nel battersi il petto. No, non siamo colpevoli, per la sua scomparsa, ma non siamo nemmeno innocenti per il modo in cui abbiamo assistito allo spettacolo. E soprattutto: rischiano di non capire il senso di questa morte, la lezione che, con questo gesto estremo e disperato, anche appendendosi ad una corda, Tiziana potrebbe averci dato.

Un impasto pericoloso

La prima cosa che io capisco, dopo la fiammata del video erotico, la caccia alla donna, e un mese di tritacarne virtuale che diventa subito reale, è questa: la rete non è sempre "il futuro", "il progresso", "la libertà", come ci vogliono spiegare i piccoli profeti dei social. Ma la rete è - piuttosto - un impasto pericoloso ed esplosivo di modernità e Medioevo, di sfrontatezza, di inconsapevolezza e di pulsioni oscure. Moderno è lo strumento, il suo effetto moltiplicatore, la sua pervasività virale, i limiti che può abbattere come castelli di carte: medievale può essere la morale che veicola, la sua oggettiva pressione sui corpi, la sua capacità di animare cacce alle streghe, forche e roghi. Medievale, ad esempio, è quando l'onda giudicante del web diventa carnivora, chiede sangue, sceglie un bersaglio e si impegna a praticare l'ordalia all'impuro, al debole o allo sprovveduto. Se Daniela Martani si fosse suicidata, dopo il suo strafalcione orribile su Amatrice adesso sarebbe un hashtag con le candeline. Siccome non è morta è ancora una reproba da insultare e da punire. Il web è bambino, e il suo processo di conoscenza si sviluppa solo per lazzi o drammi.

Da donnaccia a santa

Anche Tiziana, fino a ieri, era "la puttana" da rimettere in riga, perché il basso ventre della rete si divertiva a irridere e a sfregiare una donna che non si poteva difendere, perché il senso medio di questa entità, spesso esprime conformismo e voyeurismo. È una geometria vigliacca, quella che si disegna, intorno al video di una giovane ragazza che commette la leggerezza di farsi immortalare mentre fa sesso con un amante occasionale: i molti contro l'uno, i tanti anonimi giudicanti contro un nome ed un cognome, fino ad annichilire la ragazza che li porta. Da oggi Tiziana è santa, e - quindi - a parte i folli, viene beneficiata del coccodrillismo che deve mettere in moto la catarsi assolutoria. Il web deve celebrare anche e soprattutto ció che ha distrutto, con lo stesso senso di consapevolezza dei bimbi che piangono dopo aver rotto il giocattolo che fino ad un attimo prima sbattevano al muro.

La fuga e la causa contro i social network

Eppure, fino a ieri, una piccola esclamazione rivolta ad un ragazzo che non conosciamo- trascritta con l'acca- in un contenuto che non conosciamo, in un video che doveva restare privato, era interpretata come una sorta di nulla osta, come una liberatoria sufficiente per emettere e legittimare una condanna etica. La morale corrente del web - che non ha età perché mischia adolescenti e vecchi in un unico contenitore - crocifigge la disinibita, la spolpa, la marchia con una lettera scarlatta che pare davvero ottocentesca, ma che si muove e si moltiplica con la forza dirompente  e deresponsabilizzata dei tweet e dei like. Tiziana fugge dalla sua vita, fa causa a Facebook, insegue l'anonimato. Ma è troppo tardi. L'orda neo-medievale la insegue ovunque, la crocifigge al suo sorriso, gode della sua bellezza violata.

L''autodifesa del privato

Eppure Tiziana non ha sbagliato a vivere la sua avventura erotica, il suo piccolo tradimento, il suo gioco sessuale, perché questo era - o avrebbe dovuto essere - l'insindacabile della sua sfera privata. Tiziana non ha capito - come noi tutti - che nel tempo dei social, bisognerebbe essere educati all'autodifesa del privato con unghie e denti, a scuola. Tiziana non sapeva che bisognerebbe codificare, conoscere ed applicare dei precetti inviolabili: essere informati che, contrariamente a quello che accade nella vita, se nel web sei di uno, subito dopo diventi di tutti. Tiziana non sapeva, o non poteva immaginare che, nel tempo dei social, la condivisione diventa un teorema negativo, rompe ogni vincolo di solidarietà e di fiducia interpersonale, può aggregare la squadraccia che ti appenderà al palo. Non poteva immaginare che nella websfera, i guardoni inseguono i frammenti di privato, gli esibizionisti vanno a caccia di pubblicità macerando la carne altrui, gli stalkers si esaltano quando possono sbirciare dalla serratura, i frustrati si uniscono alla folla per poter picchiare senza farsi notare. 

Se ti "regali firmi la tua condanna a morte

In questo mare di piranha quando regali, anche ad uno solo, la tua sessualità, la tua ironia, il tuo privato, hai firmato una condanna a morte. Quando modernità e Medioevo si fondono, magari celebrando il loro matrimonio sul corpo di una ragazza giovane - un buon bocconcino - è già troppo tardi, hai già iniziato a morire. Tiziana non ha retto quando ha capito che il suo corpo non apparteneva più né a lei, né al ragazzo che aveva scelto per celebrare la sua trasgressione. Tiziana è crollata quando ha capito che il web l'aveva spossessata di se, e quindi posseduta. 

Assassinata dal cyberbullismo

Io vorrei che per noi Tiziana diventasse quello che realmente è: che la considerassimo insieme l'ultima vittima del cyberbullismo, una donna assassinata dal furto della privacy, ma anche e soprattutto, la prima vittima tra i caduti della rete. Viviamo in un tempo in cui perdere il controllo del privato produce dolore e morte. Guardate Tiziana e non pensate "poverina, come era bella", che è la cosa più scema e scontata che si possa fare. Pensate ai classici: de te fabula narratur, questa storia co insegna qualcosa di terribile e vitale su noi stessi.

di Luca Telese   

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