"Io, Paolo Borsellino e quegli ultimi giorni insieme che non dimenticherò mai"

Dopo Capaci tutto era stato detto, tutto era stato previsto, ma niente era stato fatto. Ha senso combattere ancora una guerra che lo Stato non vuole vincere?

Tano Grasso. A destra, Paolo Borsellino
Tano Grasso. A destra, Paolo Borsellino
di Tano Grasso

Dov’ero, cosa facevo, come l’ho saputo. Vale per Libero Grassi, per Giovanni Falcone, per Paolo Borsellino, vale per Giovanni Panunzio, per Gaetano Giordano, per Domenico Noviello. Come se fosse ieri si ricorda tutto. Quel 19 luglio del 1992 era una domenica, ero da poco tornato da alcuni incontri svolti con i ragazzi della Sinistra Giovanile a San Vito Lo Capo per il loro campeggio antimafia; al ritorno, quella domenica, abbiamo transitato sul Viale della Regione siciliana, ad alcune centinaia di metri in linea d’aria da Via d’Amelio; da poco arrivato a Capo d’Orlando mi chiamano i poliziotti della scorta per dirmi che sulla radio dell’auto, posta davanti la mia casa su una collina della costa tirrenica, sentivano concitate comunicazioni provenienti da Palermo, si capiva che era accaduto qualcosa di straordinario. Accendiamo la televisione mentre manda in onda le prime notizie, subito seguite da quelle più precise, infine l’annuncio della strage di Via d’Amelio, Paolo Borsellino. E dire che proprio col giudice, appena quarantotto ore prima, abbiamo viaggiato insieme sullo stesso volo Alitalia da Roma a Palermo, lui diretto in città, io a San Vito.

Tutto era già cambiato

Non è facile descrivere cos’era l’Italia in quel momento. Erano passati meno di due mesi dall’altra strage, quella di Capaci, ma una cosa fu il 23 maggio, un’altra il 19 luglio. Se per il tritolo sull’autostrada fu un colpo a freddo, inaspettato, improvviso, adesso con l’autobomba di via d’Amelio era tutto diverso. Dopo Falcone, Paolo Borsellino, stavolta a tutti, appariva in assoluto il più esposto; il giudice non si era sottratto a porsi, ancora una volta, sulla scia di Falcone, senza timidezza e assumerne il testimone: era per tutti “l’obiettivo”. La Sicilia è sempre stata la terra dei morti che camminano. Proprio per questo le conseguenze furono ancora più drammatiche. Innanzi tutto, lo Stato appariva  impotente, incapace, senza una convinta volontà di opporsi alla mafia. Era uno Stato disarmato: com’era stato possibile non riuscire a difendere la persona in assoluto più esposta agli attacchi mafiosi? Cosa si poteva ancora dire? Dopo Capaci tutto era stato detto, tutto era stato previsto, ma niente era stato fatto. Ha senso combattere ancora una guerra che lo Stato non vuole vincere? Era chiaro che nulla più poteva essere come prima. E’ Nino Caponnetto a parlare per tutti, con quella frase pronunciata all’uscita dall’obitorio: “Ormai tutto è finito”. L’ex-capo del pool antimafia esprime quello che era in quel momento il sentimento unanime di una Paese in ginocchio. L’altro ieri abbiamo letto alcuni documenti desecretati del dipartimento di Stato americano che non fanno altro che confermare questa rappresentazione: “Sono il governo e il sistema politico, che la gente valuta nel loro fallimento… La reputazione internazionale dell’Italia… viene ulteriormente scalfita dall’uccisione di Borsellino e dall’apparente incapacità del governo e delle istituzioni politiche nel definire un piano d’azione contro la minaccia”. 

Una lotta contro il tempo

Eppure bisognava ripartire. Ma da dove? Dalle parole di Borsellino pronunciate nel cortile di Casa Professa. Quella sera era stato organizzato un incontro da Micromega. Tra i relatori seduti al tavolo, con tra gli altri Leoluca Orlando e Paolo Flores d’Arcais, c’ero anch’io: sul finire della serata giunse Borsellino, si sedette accanto a noi, una sigaretta dietro l’altra, e pronunciò un discorso lucidissimo. Era il 25 giugno, il giudice lottava contro il tempo (“ragioni di lavoro mi hanno costretto ad arrivare in ritardo e forse mi costringeranno ad allontanarmi prima che questa riunione finisca”) per dare il suo contributo all’individuazione di mandanti ed esecutori di Capaci: “oltre che un magistrato io sono un testimone” e, più di altri, era depositario delle confidenze dell’amico. Non sprecare neanche un momento in quei 57 giorni. Non ci si poteva fermare, ognuno doveva continuare nel suo impegno, il modello erano quelle esperienze compiute con il pool antimafia “che erano nate artigianalmente senza che la legge le prevedesse e senza che la legge anche nei momenti di maggiore successo le sostenesse”. Queste parole diedero a tanti una nuova ragione d’impegno dopo il 19 luglio. Anche se in questi anni il tormentato iter processuale, con tanti aspetti oscuri e non del tutto chiariti, non rende onore alla memoria del giudice.

"I servigi che la mafia offre al posto di uno Stato inefficiente"

In conclusione, mi sia consentito un ricordo personale della prima volta che incontrai Paolo Borsellino, era il 18 dicembre 1991, in una manifestazione organizzata da Città per l’Uomo a Palazzo delle Aquile a Palermo. Quella sera, per la prima volta, ricevevo un riconoscimento: gli organizzatori avevano affidato al giudice il discorso ufficiale. Da poche settimane si era concluso il processo ai mafiosi che taglieggiavano i commercianti di Capo d’Orlando con una sentenza di condanna basata sulle testimonianze delle vittime. Borsellino valorizza l’iniziativa antiracket dei commercianti non solo perché hanno avuto fiducia nello Stato ma perché hanno saputo rifiutare quei “servigi apparenti che l’organizzazione mafiosa offre al posto di uno Stato inefficiente”. “Consenso allo Stato difficilissimo perché lo Stato quasi sempre manca e non tanto nella presenza repressiva o giudiziaria, ma manca come Stato-Amministrazione che ha il dovere di creare e tutelare le condizioni di libertà e di mercato”.

Una società civile cosciente, per battere i boss

Le sue parole sono state a fondamento della storia di questi lunghi anni del movimento antiracket, soprattutto, quando alla fine del suo discorso richiama il decisivo ruolo della società civile: “Lo Stato può cambiare se la società civile prende coscienza di se stessa e delle sue potenzialità. Se il cittadino mai ‘aspetta’ che dall’alto arrivi qualche cambiamento ma si adoperi per trasformare… lo Stato è l’unica alternativa legittima anche se inefficiente. Perché l’efficienza dello Stato (come platealmente dimostrato dalla sentenza di Capo d’Orlando) dipende anche dall’impegno della società civile, cioè di quei cittadini… che credono nel bisogno delle istituzioni anche quando esse appaiono vuote di contenuto (o estremamente inquinate nel loro contenuto)…”

Anche per queste parole, il ricordo non è solo esercizio di memoria. Paolo Borsellino, come Falcone, parla ancora oggi, le sue parole mantengono una loro concretissima attualità.