[La polemica] “Il tablet fa male alla salute e viola la privacy”. L’assurda rivolta degli ausiliari del traffico di Milano

Viene da chiedersi se chi contesta la custodia di un tablet abbia mai alzato una vanga. O si sia mai portato a casa l'angoscia di non sapere se l'indomani avrebbe o no trovato – non gli strumenti di lavoro – ma il lavoro stesso. Si potrebbe obiettare che sui diritti, sulla salute, sulle tutele un Paese misura la propria civiltà. Ma la misura anche sulla capacità di garantirli a tutti

[La polemica] “Il tablet fa male alla salute e viola la privacy”. L’assurda rivolta degli ausiliari del traffico di Milano

Il mondo del lavoro, in Italia, è capace di raccontare l'orrore. La precarietà estrema, lo sfruttamento ai limiti dell'umano, la flessibilità che parcellizza così tanto da togliere senso alla parola stessa impiego. Ma poi, all'improvviso, da quella stessa savana arrivano storie che sembrano boutade e che danno davvero la sensazione di due mondi paralleli, due pianeti che non si scontrano per quieto vivere ma dove la vita assume forme diverse.

I palmari della discordia

Come altro commentare la notizia che arriva da Milano, proprio in questi giorni? Mentre in Puglia, decine di migranti vengono sfruttati dieci ore al giorno nei campi a due euro l'ora, e muoiono come formiche schiacciate nei furgoni dei caporali che si rovesciano sugli stradoni aridi, a Milano trenta ausiliari del traffico fanno causa alla loro azienda, l'Atm, e non ritirano i palmari che gli sono stati dati in dotazione perché li considerano pericolosi per la salute e per la privacy.

Lasciato in azienda

Gli apparecchi sono stati dati in dotazione agli ausiliari perché possano controllare la sosta (in 259 sono addetti a questo lavoro sul territorio milanese). Pesano qualche grammo in più di un tablet e l'ausiliare dovrebbe portarlo a casa, ricaricarlo in proprio, andare al lavoro con l'apparecchio carico e funzionante. Ma una trentina di loro non ci stanno: non voglio proprio saperne di questo strumento. Lo ritengono dannoso per la salute e lo considerano uno strumento invasivo della privacy. Così lo hanno lasciato in azienda.

Obbligo contrattuale

L'Atm, dal canto suo, ha fatto rilevare che l'uso e la custodia dell'apparecchio è prevista nell'accordo integrativo tra le parti sociali, che compone il contratto di lavoro e che per questo “disturbo” è prevista una indennità aggiuntiva di 900 euro lordi l'anno. I lavoratori – non tutti, una parte -, però, non ne hanno voluto sapere. L'azienda li ha spostati su altre mansioni ma, immediata, è partito il contenzioso giudiziario. Volano le carte da bollo, le interpretazioni normative, i ricorsi, i controricorsi, i pronunciamenti, ovviamente con tanto di strascichi: le associazioni di tutela dei lavoratori, gli avvocati, le accuse reciproche, i rinvii e le sentenze.

La misura

Una vicenda che è ancora ben lontana dal concludersi. Anzi, sembra essere appena cominciata, e che non appare neppure così significativa. Ma colpisce proprio per la sua paradossale piccolezza. Viene da chiedersi se chi contesta la custodia di un tablet abbia mai alzato una vanga. O si sia mai portato a casa l'angoscia di non sapere se l'indomani avrebbe o no trovato – non gli strumenti di lavoro – ma il lavoro stesso. Si potrebbe obiettare che sui diritti, sulla salute, sulle tutele un Paese misura la propria civiltà. Ma la misura anche sulla capacità di garantirli a tutti.

L'Italia diseguale

In questa Italia diseguale, invece, sbilenca come una zattera messa insieme con travi di fortuna e spaghi d'accatto, c'è chi può permettersi tutto e chi non può permettersi nulla. Forse il nuovo compito dei sindacati e di chi vuole tutelare il lavoro e i diritti non è più quello di arroccarsi sull'esistente ma di avanzare nell'insieme. E si avanza allargando l'area degli inclusi, anche cedendo diritti da qualche parte pur di farli guadagnare ad altri. Forse un tablet si può portare a casa e ricaricarlo come strumento di lavoro senza fare tante storie. E al tempo stesso, si può dare battaglia per schiodare certi compensi vergognosi da soglie di povertà e per riconoscere a qualcuno a cui è negato almeno il diritto ad ammalarsi.

Ognuno pensa a sé

La sensazione, invece, che parte dagli incolpevole ausiliari del traffico di Milano e arriva fino in Puglia è che ognuno pensi a sé, anche sfiorando il grottesco, e ciascuno tenti di salvaguardare strenuamente la sua personale situazione, cercando di avere il massimo col minimo sforzo. Ma non si esce mai da soli da una crisi sociale dei diritti, meno che mai che sul lavoro. Si esce e si ricostruisce tutti assieme. Chi ha di più dia qualcosa a chi ha di meno, fosse anche solo l'energia di una battaglia sindacale condivisa su temi seri; chi ha di meno, guardi avanti e non si rassegni. I due pianeti del mondo del lavoro italiano, quelli che hanno tutto e quelli che non hanno niente, provino a lottare insieme per avanzare e non per proteggere. Per conquistare nuovi spazi e non per difendere ridotte che fanno sorridere. Magari ci esce davvero un mondo migliore. Con o senza tablet.