Musei, teatri e cinema: la strage silenziosa dei lavoratori dimenticati. La risposta di Livermore, Bizzarri e Del Ponte

Questa è la storia di un popolo di non garantiti che, spesso, per la modalità stessa dei suoi contratti, non ha alcuna copertura, nemmeno quella delle partite Iva, nessun ristoro se non quello, splendido, dell’arte.

Musei, teatri e cinema: la strage silenziosa dei lavoratori dimenticati. La risposta di Livermore, Bizzarri e Del Ponte

Oggi scrivo in prima persona, perché questa è la storia di tutti noi, di tanti amici, di attori, di lavoratori dello spettacolo, di titolari di palestre, di gestori di terme, di musicisti, di chi lavora nei musei, nelle mostre.

Un popolo di non garantiti che, spesso, per la modalità stessa dei suoi contratti, non ha alcuna copertura, nemmeno quella delle partite Iva, nessun ristoro se non quello, splendido, dell’arte.

Un popolo che, quando fa manifestazioni, le fa come quella dei bauli di piazza Duomo, che è stato uno dei momenti più alti e nobili da marzo ad oggi, qualcosa di una forza evocativa devastante, ma anche di una civiltà assoluta, definitiva, potente.

Quando Paola Donati, che è la numero uno in Italia a montare palchi, direttore di palco che è come un ufficiale teutonico, severa ma giusta, ha postato le foto di tutti i bauli perfettamente allineati in piazza Duomo a Milano, confesso che mi sono commosso.

Così come ogni volta che qualche mio amico, di questi invisibili, ha postato o retweettato quell’immagine: penso a Paolo Benvenuto che fa il mixer e il service in tutti gli spettacoli del Golfo Paradiso e che poi, a sua volta, dà lavoro ad altri, in un vortice virtuoso. E non è uno da “liberi tutti”, anzi è uno che predica attenzione e rispetto delle regole.

Non ci sono negazionisti, in questa storia.

Non ci sono No Mask.

C’è un mondo – e ci metto dentro anche quello della scuola – di cui nessuno parla più.

Stiamo qui, anche giustamente, a discutere di quello che è chiuso, quello che è aperto, quello che è a metà.

E poi ci sono quelli che, se ci avete fatto caso, non vengono più nemmeno citati nelle conferenze stampa, né di quelli che vogliono tutto aperto, né di quelli che vogliono tutto chiuso: Giuseppe Conte l’altra sera non ha ricordato che cinema, teatri, musei, mostre, concerti restano vietati (e sono stati i primi a chiudere con il DPCM del 24 ottobre) proprio perché ormai è dato per scontato, come se fosse normale.

Eppure i dati resi noti dall’AGIS l’11 ottobre ufficiale parlavano chiaro: “Su 347.262 spettatori in 2.782 spettacoli monitorati tra lirica, prosa, danza e concerti, con una media di 130 presenze per ciascun evento, nel periodo che va dal 15 giugno (giorno della riapertura dopo il lockdown) ad inizio ottobre, si registra un solo caso di contagio da Covid 19 sulla base delle segnalazioni pervenute dalle ASL territoriali. Una percentuale, questa, pari allo zero e assolutamente irrilevante, che testimonia quanto i luoghi che continuano ad ospitare lo spettacolo siano assolutamente sicuri”.

E così si continua a litigare su cose surreali come il cenone di Capodanno, gli impianti di risalita e il “tutto aperto”. E mi inchino davanti alla Cei che, sulla vicenda della Messa di mezzanotte, ha dimostrato molta più serietà di tante istituzioni. Ma nessuno o quasi dice una parola sulla scuola in presenza che continua a rimanere chiusa e che è il nostro futuro.

E, soprattutto, nemmeno si parla delle categorie che hanno chiuso per prime senza lacrime di nessuno o quasi: le palestre, le terme e soprattutto i lavoratori della cultura e dello spettacolo.

Gente per cui nessuno spende una parola, un pensiero, una lacrima, per l’appunto.

E proprio per questo, proprio perchè penso che la cultura, specie quella classica, sia la cura, la Cura nel senso di Franco Battiato, oggi mi piace raccontarvi due storie. Molto diverse fra loro e di persone diversissime fra loro, ma che vanno al cuore del problema e anche della sua soluzione: che tutto era già raccontato dagli antichi e che nelle loro opere c’è la salvezza.

La prima storia, che è proprio la traduzione di tutto questo in atti e missioni, opere e reazioni, è quella di Luca Bizzarri – che è sì la metà di Luca e Paolo, è sì il conduttore di “Quelli che il calcio”, ma è anche e soprattutto il presidente di Palazzo Ducale di Genova, che è il maggiore contenitore culturale d’Italia – che presentando una mostra – che non è aperta, ma che resta lì, montata e “congelata” ha detto una frase in cui secondo me c’è tutto: “Secondo me di questa pandemia dovrebbe occuparsi il ministero della Cultura, non quello della Salute”.

Ecco, Luca ha detto tutto in quella frase.

Lui, di cui ho grande stima professionale e umana, anche per il coraggio di dire la sua anche quando non è quella che vorrebbe sentirsi dire il potere, persino il potere che ce l’ha messo lì, usa i social come corpi contundenti, oasi di libertà e di pensiero se ce n’è una, anarchia intellettuale allo stato puro, dove la parola intellettuale è importantissima, perché Luca è un intellettuale puro, di quelli che si ribellano al conformismo e al tradimento dei chierici.

Insomma, quel giorno Bizzarri si trovava insieme a un altro intellettuale vero, Davide Livermore, che fa il direttore del Teatro Nazionale di Genova, quattro sale che se la giocano per il primo posto in Italia, ma è contemporaneamente un grandissimo regista, teatrale e lirico: ha aperto per due anni la stagione della Scala con “Attila” di Verdi e una “Tosca” pucciniana che resteranno nella storia dei 7 dicembre. Quest’anno parteciperà come tutti a un Sant’Ambrogio molto particolare e il 2021 sarà di nuovo suo, qualcosa che non si era mai visto nella storia della Scala.

Tanta roba, Livermore e Bizzarri insieme.

E insieme hanno pensato e allestito “Edipo – Io contagio”, la mostra pensata da Davide Livermore a Palazzo Ducale, con il primo atto di “Edipo Re”, il capolavoro assoluto di Sofocle e per me di tutta la tragedia greca, ambientato durante la peste di Tebe e le cui scene sono recitate da attori chiusi in teche di plexiglas nelle varie sale del Ducale, dove sono poste anche installazioni provenienti da precedenti scenografie teatrali, alcune prestate gratuitamente anche dal teatro alla Scala.

In ogni sala ci sono l’attore chiuso con il suo microfono e il rosso come colore unificante.

Il sangue.

La peste.

Finora è stata fatta solo un’anteprima e qualche immagine è filtrata con la narrazione di Livermore, il valore aggiunto, esattamente come lo è stato con la splendida “Elena” di Euripide, lo spettacolo più visionario mai visto a Genova, che io ho amato tantissimo mandando il maggior numero di persone possibile a vederlo.

Tutti mi hanno ringraziato, dopo.

A Siracusa è stata la tragedia greca più vista di sempre. Ed è stato giusto così.

E poi c’è un’altra storia, che è quella di Andrea Del Ponte, che nella vita insegna al liceo classico D’Oria, che anche grazie a Maria Aurelia Viotti e Andrea Barabino, un professore che vorrei aver avuto io, è una scuola dove non solo si insegna, ma si impara.

Dove c’è cuore.

Li cito così a caso, ex alunni e insegnanti per capire di cosa si parla: un ex presidente del Consiglio, Massimo D’Alema; forse un Papa eletto, ma mai insediato e comunque il cardinale più potente del Novecento italiano, Giuseppe Siri; un poeta, Edoardo Sanguineti; Paolo Villaggio e suo fratello gemello Piero, diversissimo da lui, genio della matematica ingegneristica; il ghota della critica cinematografica: Enrico Ghezzi, il papà di blog; Claudio G. Fava, il più gradevole ed amato dei divulgatori televisivi; l’ex direttore della mostra del cinema di Venezia Gian Luigi Rondi; Luigi Tenco; Bruno Lauzi e Mauro De Andrè che era il fratello di Fabrizio (che invece fece il “Colombo”, il liceo “rivale”), grandissimo avvocato che contribuì a fare grande la Ferruzzi, venerato a Ravenna.

E ancora Duccio Garrone che fece grande la Erg e Paolo Fresco che fu il predecessore di Marchionne alla guida della Fiat, e ministri della Repubblica, oltre a D’Alema: Paolo Emilio Taviani, poi senatore a vita e (ci fu anche la figlia di un altro senatore a vita, Eugenio Montale, Bianca), Domenico Fisichella e Alfredo Biondi. E la prima donna, ex ministro anche lei, ad avvicinarsi ai vertici della Corte Costituzionale, Fernanda Contri, e il maggior tributarista italiano, Victor Uckmar. E Marco Bucci, sindaco di Genova e commissario che ha ricostruito il Ponte, insieme a un suo compagno di classe, Alberto Maestrini, manager Fincantieri e amministratore delegato di Per Genova.

Insomma, la scuola è questa.

Eppure, il D’Oria non rinuncia all’umanità e alla capacità di pensare.

E poi ci sono docenti che, anche catapultati sul palco, reggono benissimo, proprio perché le loro lezioni sono fondamentalmente teatro, nel senso più bello che la parola sa avere.

Penso, ad esempio, ad Andrea Del Ponte che – con la regia di Sergio Maifredi e la produzione di Teatro Pubblico Ligure – ha raccontato le pesti dell’antichità, lasciando a bocca aperta il pubblico ammirato e trasformando gli attori a cui avrebbe dovuto fare da spalla in spalle loro stessi.

In platea, a Palazzo Tursi e a Luni, erano in tanti, finchè si poteva, a bocca aperta.

E c’erano anche tanti ex alunni, che è sempre la prova provata di chi si fa amare dai suoi ragazzi con la forza dell’insegnamento.

E così ho amato tantissimo l’idea del professor Del Ponte – un altro dei docenti che avrei sognato io – che, da tre settimane ha lanciato la sua nuova serie di incontri online che organizza per il “Centrum Latinitatis Europae” ligure, con il supporto del Centro Studi “Femininum Ingenium” diretto da Roberta Fidanzia di Pomezia, in provincia di Roma.

Il primo incontro “delpontiano” è stato intitolato “Florida: dal fiore al testo” e, come tutti gli altri, ha aperto la strada al racconto del latino attraverso i fiori.

Esattamente come quando lavora con Sergio Maifredi e quando insegna, Del Ponte non è mai banale, ma anzi sa trascinare l’entusiasmo di chi lo conosce e poi non lo molla più.

E, stavolta, spiega: “Questi nuovi videoincontri, resi necessari più che mai dalla cupezza del clima di clausura e di restrizioni nel quale è ripiombata l’Italia, si propongono di portare una ventata di freschezza e di cultura attraverso dei percorsi piuttosto originali che a partire dal linguaggio dei fiori ci porteranno, attraverso varie tappe, all’incontro con una pagina latina (e qualche volta greca) che porta quel medesimo “profumo”. Naturalmente, come già avete visto con i “Classici delle Sedici”, queste conversazioni non sono ristrette ai professionisti del latino e del greco, ma sono disponibili a chiunque abbia interesse a volare un po’ più in alto del consueto”.

Ed è esattamente così: se accettate un consiglio andatevi a rivedere la prima parte di questo progetto, che si chiama “I Classici delle Sedici… per non morir d’inedia ai tempi del Coronavirus”, un libro che riporta il primo ciclo di incontri targati Andrea Del Ponte, coglie una serie di autori e li contestualizza – addirittura il pic-nic di Pasquetta nelle lettere di Plinio il Giovane - ed è acquistabile su Amazon o contattando direttamente il professore alla mail septimius@alice.it.

Ordinatelo, poi ringrazierete.

E, soprattutto, ringrazierà la cultura classica che è il miglior vaccino di questi tempi.

Così come lo sono i lavoratori dello spettacolo, i dimenticati da tutti.

Da loro, anche e soprattutto da loro, si può e si deve ripartire.