[L’inchiesta] La strage della famiglia innocente che ha osato sfidare la mafia in piazza

Stanchi delle pressioni criminali, delle intimidazioni, delle minacce, un giorno il figlio maggiore della famiglia Spartà affronta nella piazza a viso aperto, davanti a tanti, il boss del paese, e nell’agitato confronto lo aggredisce fisicamente. Un affronto all’autorità mafiosa, qualcosa che non poteva passare così. Non sono stati uccisi solo perché si rifiutavano di pagare il pizzo, sono stati sterminati perché avevano osato sfidare in pubblico il potere mafioso. Solo uno degli esecutori è stato condannato all’ergastolo, gli altri sono liberi e, sicuramente, vivono nello stesso paese dei familiari delle vittime

I membri della famiglia Spartà, assassinati dalla mafia
I membri della famiglia Spartà, assassinati dalla mafia

Il 22 gennaio ricorre il venticinquesimo anniversario del triplice omicidio Spartà. Fu una strage vera e propria, nelle campagne di Randazzo, un paese ai piedi dell’Etna, circondato dalla lava millenaria, poco più di diecimila abitanti, con il suo affollato mercato della domenica, le sue chiese nere costruite con le pietre del vulcano. Antonino Spartà di 58 anni, con i figli Pietro di 26 anni e Salvatore di appena 19 anni, quella mattina lavorava nell’ovile di proprietà. Senza alcuna pietà furono sterminati a colpi di fucile e pistola. Una storia feroce, non molto conosciuta e, soprattutto, con una giustizia incompiuta: per compiere quel delitto dovevano essere almeno 6, 8, 10 persone, si trattava di uccidere tre uomini forti e robusti; solo uno degli esecutori è stato condannato all’ergastolo, gli altri sono liberi e, sicuramente, vivono nello stesso paese dei familiari delle vittime. Lavorano, passeggiano, frequentano i bar, accompagnano i figli a scuola, probabilmente vanno a messa la domenica, fanno la vita normale di un normale cittadino. Solo che loro sono degli assassini e condividono la stessa aria e gli stessi spazi dei familiari degli Spartà.

Una storia storta dall’inizio

Nei primi giorni, in quel freddo inverno del 1993, l’opinione pubblica locale e la stampa non colsero il valore della strage, tendeva a prevalere un movente privato se non addirittura interno alla mafia. Anche le indagini avviate risentivano di questo pregiudizio. Se si fosse trattato di vittime innocenti ci sarebbe stata almeno un minimo di indignazione e rivolta, qualche dichiarazione, qualche documento che non ci fu. Eppure, non ci voleva molto per comprendere la ragione per cui la mafia di Randazzo decise un così efferato crimine. Stanchi delle pressioni criminali, delle intimidazioni, delle minacce, un giorno il figlio maggiore affronta nella piazza a viso aperto, davanti a tanti, il boss del paese, e nell’agitato confronto lo aggredisce fisicamente. Un affronto all’autorità mafiosa, qualcosa che non poteva passare così. Non sono stati uccisi solo perché si rifiutavano di pagare il pizzo, sono stati sterminati perché avevano osato sfidare in pubblico il potere mafioso. Libero Grassi lo aveva fatto attraverso i media, la lettera al Giornale di Sicilia e l’intervista a Samarcanda. A Capo d’Orlando i commercianti lo avevano fatto in un’aula di tribunale. A Randazzo in una piazza. Solo così si capisce perché l’intero ramo maschile della famiglia dovesse essere soppresso. Incredibile: i mafiosi hanno avuto paura; e, quindi, con la consueta vigliaccheria, 8-10 in armi, compiono l’agguato. Come in tante storie di rivolta alla mafia, anche quella degli Spartà si svolge in un contesto di solitudine e di isolamento, in primo luogo rispetto agli imprenditori, certamente anche loro vessati dalle richieste estorsive, ma anche rispetto all’insieme della comunità, questione su cui ritorneremo più avanti.

La storia di Rita Spartà

C’è una storia parallela che in questi lunghissimi anni scorre accanto a quella della strage, è la storia di Rita Spartà, la figlia maggiore. Mi è stato sempre difficile raccontare di questa ragazza cresciuta donna nel dolore, come se mi mancassero le parole. Per fortuna mi è sempre venuta in soccorso la letteratura. Quasi subito dopo averla conosciuta, nei primi mesi dopo quella volta che si presentò con le altre donne della famiglia a Capo d’Orlando, donne in nero, doppiamente disperate, per la mancanza e per l’infamia che accompagnava quel lutto, per i dubbi sul movente, per le insinuazioni, e loro determinate, senza alcuna esitazione, perché sapevano la verità, cosa era successo in quella piazza e,prima ancora, in campagna, Rita mi è sempre apparsa come l’Antigone di Sofocle. Come nella tragedia non può avere pace, è una legge degli dei e della natura, se non sotterrerà i suoi cari: ma per farlo occorre verità e giustizia. Senza giustizia quei corpi resteranno dissepolti. Risponde Antigone alla sorella Ismene, rassegnata alla legge di Creonte: “A quelli di sotterra io devo compiacere per più tempo che a quelli di qui”. Poi, sferzante replica a Creonte: “Non sono nata per condividere l’odio, ma l’amore”.

"Le lacrime diventano parole"

Un anno fa, avendo riletto quello straordinario libro di Carlo Levi, chiamai subito Rita per segnalarglielo e, pensavo tra me, a Francesca Serio, la madre di Salvatore Carnevale, sindacalista socialista ucciso dalla mafia a Sciara, e alle parole dello scrittore per descrivere quella madre: “Così questa donna si è fatta, in un giorno: le lacrime non sono più lacrime ma parole, e le parole sono pietre. Parla con la durezza e la precisione di un processo verbale, con una profonda assoluta sicurezza, come di chi ha raggiunto d’improvviso un punto fermo su cui può poggiare, una certezza: questa certezza che le asciuga il pianto e la fa spietata, è la Giustizia”. Sì, anche con Rita “le parole sono pietre”, sì, anche per Rita l’unica certezza è la Giustizia.

Il "buco nero" di Randazzo

C’è in questa storia qualcosa di inquietante, per nulla risolto né chiaro. Mi riferisco alla comunità che vive in quel gradevole paese etneo, alla gente, alle istituzioni,agli intellettuali, ai giovani: credo che, purtroppo, con rare eccezioni soprattutto nel mondo scolastico, prevalga una forzata rimozione, come se le questioni di giustizia poste da Rita e dalla sua famiglia fossero fastidiosequestioni private. Come si fa a non capire quanto sia impossibile vivere e incontrarsi con quegli assassini in libertà? Come si fa a non capire che questa assenza di verità annebbia l’intera popolazione, è un’ipoteca sul futuro, anzi nega qualunque futuro? Ad esempio, nella terribile città di Palermo, negli anni dopo l’omicidio di Libero Grassi si sono sentite, anche se poche, significative voci di ripensamento. Perché non a Randazzo? Mi sono sempre chiesto: al momento della strage era attivo un capillare sistema estorsivo; proprio più di un anno prima a Capo d’Orlando, con notevole rilievo mediatico, si era realizzata quella straordinaria rivolta antiracket; ci avevano chiamato da ogni parte, ero andato in Puglia, in Calabria, in altre province siciliane; perché nessuno da Randazzo chiese aiuto? Ad appena 60 chilometri di distanza da una storia di successo e di sicurezza.

Solidarietà a pagamento

Ho provato un grande senso di sconforto, debolezza, sconfitta, quando ho saputo dell’avviso a pagamento pubblicato sulla Sicilia nel maggio dello scorso anno: “A chiunque abbia notizie sul triplice omicidio Spartà… stante il lungo tempo trascorso siamo alla ricerca della verità… lauta gratitudine”. Ho chiamato l’avvocato Franco Pizzuto che dal primo momento assiste la famiglia e sconsolato mi detto: nessuna telefonata. Ma che Paese è questo in cui la richiesta di giustizia deve passare attraverso un avviso a pagamento! In che Paese viviamo se i familiari di vittime innocenti perdono fiducia nelle istituzioni e nella giustizia!

Scavare in una ferita

Nelle recenti vacanze di Natale ho richiamato Rita per proporle la lettura di un altro libro, da me appena letto. E’ “Patria” di Fernando Aramburo e sullo sfondo delle vicende del paese Basco il racconto ruota attorno all’omicidio ad opera dell’ETA di un imprenditore che si era rifiutato di pagare il pizzo per finanziare l’organizzazione terrorista. Il protagonista indiscusso del romanzo è Bittori, la vedova del Txato. E ancora una volta un’altra somiglianza, un altro personaggio letterario che ci aiuta a capire di più Rita e la sua infaticabile battaglia. C’è una significativa discussione tra Bittori e il parroco, dichiaratamente filo ETA; costui sollecita la donna a rinunciare al suo risentimento di familiare di vittima innocente per assecondare il processo di pacificazione appena avviato con la rinuncia al terrorismo. La risposta è nettissima: “Non mi fermerò fino a quando non conoscerò tutti i particolari relativi all’assassinio di mio marito”. Il sacerdote replica: “Bittori, per l’amor di Dio, perché scavi in quella ferita?”. Ma la donna ha le idee chiare: “Per tirare fuori tutto il pus che c’è ancora dentro. Altrimenti non si chiuderà mai”. Solo la verità e la giustizia possono guarire l’infezione, una cicatrice rimarrà sempre, e forse è necessario che rimanga, l’importante è che la ferita smetta di suppurare. Ma questo non dipende da Bittori così come non dipende da Rita e dalla sua famiglia.

"Il dolore non cade in prescrizione"

Cinque anni fa, in occasione del ventesimo anniversario, Rita disse che “il dolore non è come i reati, non cade in prescrizione”. I figli di Bittori, Xabier e Nerea, parlando tra loro dicono: “La nostra memoria non si cancella con l’acqua. E vedrai che a noi vittime rinfacceranno che ci rifiutiamo di guardare al futuro. Diranno che cerchiamo vendetta”. C’è qualcuno a Randazzo che pensa questo? Probabilmente sì. Forse qualcuno si sente vittima di queste vittime in cerca di giustizia. Ma chi è senza futuro? Xabier è fidanzato con una giovane donna che di lui è innamoratissima. Lui non ce la fa a tenere il legame, il fidanzamento si spezza: “Ora come ora non mi viene in mente un crimine più mostruoso della pretesa di essere felice”. A tutti noi sembra che questa tragedia abbia ipotecato la vita e la felicità di una famiglia. Sembra. Perché ciò che è stato ipotecato è il futuro di una comunità, di tutti noi.