[L'analisi] "Ammazza più gente possibile": l'ordine folle sulla chat privata all'uomo che preparava la strage in Italia

Meno di due settimane fa l'inizio del piano criminale, al centro del quale c'era Alagie Touray, pronto ad uccidere e martirizzarsi. Ora si cerca di colpire chi lo aiutava

Alagie Touray nel video analizzato dalla Polizia. A destra, agenti antiterrorismo
Alagie Touray nel video analizzato dalla Polizia. A destra, agenti antiterrorismo

Doveva fare più morti possibili. Un van, un’auto, un pullman. Lui doveva mettersi alla guida di un mezzo e buttarsi tra la folla. L’ordine gli era arrivato da una chat riservata su Instagram. Lui è stato fermato in tempo tre giorni fa a Licola, provincia di Napoli, da uomini della Digos e del Ros. L’inizio di questa storia risale a meno di due settimane fa. È il 13 aprile scorso, quando Alagie Touray, 22 anni, del Gambia, posta sul web un video messaggio nel quale recita il giuramento di fedeltà al Califfo Ali Baghdadi, il capo dell’Isis. Sono i nostri servizi segreti (Aise e poi Aisi) che hanno l’indicazione precisa che consente di catturare il video che era in rete. Scatta l’allarme, perché anche nel recente passato sono stati messi in rete i video di giuramento al Califfo da parte di chi si è poi reso protagonista di un attacco terroristico. E dunque Servizi all’inizio, e poi Digos e Ros dei carabinieri - ogni passaggio è stato coordinato dalla Procura di Napoli guidata da Gianni Melillo - sviluppano le indagini per risalire al terrorista.

La caccia parte da uno smartphone

Un indizio è il cellulare che ha postato il video di giuramento. Il suo intestatario è inesistente ma si riesce poi a risalire a chi effettivamente lo sta utilizzando, cioè Alagie Touray. Venerdì scorso viene fermato nel Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Licola, provincia di Napoli. Gli investigatori individuano persino il set dove è stato girato il video del giuramento. E anche altri luoghi dove erano state filmate le prove di giuramento. Nel cellulare sequestrato venerdì Alagie annuncia in una chat “di essere in missione e di pregare per lui”. Fermato, è stato interrogato. La prima volta tace, la seconda racconta che dall’estero, via Telegram, gli avevano promesso soldi se si fosse lanciato tra la folla con un’auto.
Fin qui le “certezze” investigative. Ancora scarne, che vanno sviluppate. Tante le domande che gli investigatori si pongono. Riassumiamole per cercare di capire se effettivamente il gambiano stava per entrare in azione in Italia.
Alagie Touray è arrivato in Italia su un barcone, il 22 marzo del 2017. Era già fidelizzato? Cioè un martire della jihad pronto a entrare in azione? Aspettava solo l’ordine dall’Isis? Era un militante dell’organizzazione terroristica o un lupo solitario? Insomma aveva dei complici in Italia? Il capo della Polizia, Franco Gabrielli, nella conferenza stampa tenuta in Procura, a Napoli, ha detto che le attività investigative hanno sventato «un’azione grave, anche se non ci sono elementi per dire quando è dove l’arrestato volesse agire».

La rete da ricostruire

Alagie il gambiano voleva entrare in azione in Italia? Dove? C’erano suoi complici pronti a intervenire? Allo stato delle indagini c’è solo il video del giuramento ma nessun indizio, elemento di un progetto reale di attentato.
Anche Anis Amri - l’attentatore di Berlino che alla guida di un camion si schiantò tra la folla di un mercatino di Natale uccidendo 12 persone e ferendone a decine - arrivò in Italia a bordo di un gommonee una volta uscito dal carcere si trasferì in Germania dove realizzò il suo progetto terroristico. In queste ore gli investigatori stanno cercando di ricostruire la sua rete di contatti, di relazioni internazionali. Ė una corsa contro il tempo per cercare di capire se c’è una cellula terroristica pronta a entrare in Azione. In Italia, cioè in Europa.