Strage di Capaci: ventotto anni dopo ancora senza la verità tra processi bis, quater e nuovi pentiti

Il collaboratore Riggio prova a chiamare in causa pezzi deviati dello Stato anche per la strage in cui fu-rono uccisi il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca e gli uomini della scorta. Quel giorno 500 kg di tritolo misero fine all’antimafia del maxi pro-cesso e iniziò l’attacco di Cos Nostra al cuore dello stato. E intanto Graviano canta e manda messaggi dal tribunale di Reggio Calabria

Strage di Capaci: ventotto anni dopo ancora senza la verità tra processi bis, quater e nuovi pentiti

Il “Turco” non si è presentato. Ex poliziotto ed ex 007, Giovanni Peluso doveva sedersi il 20 febbraio scorso davanti al pg Lia Sava e al pm Antonino Patti nell’aula bunker di Caltanissetta e convincere che lui non era presente a Capaci quel pomeriggio di 28 anni fa. Doveva convincere l’accusa e la corte d’Assise che non c’è mai stato un secondo canale nella ideazione, preparazione ed esecuzione dell’attentato in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre uomini della scorta. Che la storia di “pezzi dello Stato che anche a Capaci hanno agito, appunto, in un canale parallelo a quello di Cosa Nostra”, è solo materia per visionari complottardi e complottisti.  

Ma poi è arrivato il virus. La macchina della giustizia si è fermata. E anche il il processo d’Appello Capaci bis è dovuto andare in freezer con ancora più domande che risposte.

Le 17 e 58 minuti

Molti di noi ricordano perfettamente dove erano e cosa stavano facendo intorno alle 18 di quel mercoledì 23 maggio di 28 anni fa. A Palermo una magnifica giornata di sole divenne in pochi secondi grigia e acre di fumo e polvere. Alle 17 e 58, cinquecento chili di tritolo piazzati con uno skate board nel canale di scolo che passa sotto l’autostrada che da Palermo va all’aeroporto Punta Raisi, fecero a pezzi il giudice Giovanni Falcone, la moglie anche lei giudice Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta Vito Schifani, Antonio Mortinaro e Rocco Dicillo. La Fiat croma, ridotta a un cubo di acciaio e pneumatici, gira l’Italia in una teca. Perchè si ricorda anche così.

Una catena di stragi

Quel giorno è stato l’inizio e la fine di tante cose. La fine di una stagione decisiva della lotta alla mafia iniziata vent’anni prima con il pool antimafia di Palermo e arrivata a condannare 475 boss per un totale di 2665 anni di reclusione. L’inizio di un biennio di terrore in cui Cosa Nostra - da sola o con pezzi dello Stato è ipotesi oggetto ancora oggi di vari processi  - si è vendicata per quella sentenza del maxi processo diventata definitiva pochi mesi prima (20 gennaio 1992) e ha deciso di attaccare il cuore dello Stato. Un biennio di bombe e strazio che ha ucciso 22 volte. La striscia deve iniziare il 12 marzo 1992 a Mondello con l’omicidio di Salvo Lima, prosegue con le cinque  vittime di Capaci, sei in via D’Amelio il 19 luglio 1992 quando con Paolo Borsellino furono uccisi anche i cinque uomini della sua scorta. Poi la Commissione di Cosa Nostra, guidata allora da Totò Rina, decise di portare l’attacco in continente, “perchè i politici ci stavano tradendo e dovevamo romperci le corna”. 

Le bombe furono portate a Firenze (il 26 maggio 1993), con cinque vittime, di nuovo a Milano e Roma, tutto nella notte del 27 luglio, una manciata di minuti tra un’esplosione e l’altra, con altre cinque vittime. La strategia dell’attacco al cuore dello Stato, con tanto di “papello" con la richieste di Cosa nostra per far tacere le bombe, aveva messo in conto anche la morte di Totuccio Contorno (collaboratore di giustizia) ma l’attentato fallì. Così come fallì un altro attentato, pianificato per il 23 gennaio 194 allo stadio Olimpico a Roma. L’autobomba doveva saltare nei pressi di due pullman di carabinieri in servizio per la partita di campionato e proprio mentre era in corso l’uscita dallo stadio. Una strage di centinaia di persone. Fallita per un difetto all’innesco. Una settimana dopo, il 27 gennaio, la polizia arrestò a  Milano Filippo e Giuseppe Graviano che dopo l’arresto di Totò Riina (gennaio 1993) erano al vertice di Cosa Nostra. 

Da quel momento le bombe hanno taciuto. E tacciono anche le armi. Si può dire che Cosa Nostra, almeno da un punto di vista militare non ha più una potenza di fuoco. Certamente Matteo Messina Denaro, ancora latitate, è un uomo d’affari che sposta e investe ricchezze. Da quel momento, gennaio 1994, ha iniziato a prendere forma anche la seconda Repubblica.

Gioco dell’oca giudiziario

Parlare del processo di Capaci 28 anni dopo i fatti, significa raccontare un gioco dell’oca giudiziario che vede coinvolte ancora in fase di acquisizione delle prove almeno due procure (Firenze e Caltanissetta), la Procura nazionale antimafia, ovviamente, tre distretti giudiziari (Caltanissetta, Palermo e Reggio Calabria) per la celebrazione dei processi, un numero senza fine di pentiti che ogni tanto, e dopo anni, aggiungono un pezzo di verità che va quindi verificato e tonnellate di atti giudiziari. Un gioco dell’oca a cui mancano ancora alcune sentenze definitive.

La giustizia è arrivata in tempo per le stragi in continente: ha condannato in tempi ragionevoli (2002) ad una raffica di ergastoli Riina, Provenzano (prima che morissero), Giovanni Brusca, Matteo Messina Denaro (latitante), Filippo e Giuseppe Graviano, Giuseppe Barranca, Salvatore Benigno, Gioacchino Calabrò, Luigi Giacalone, Francesco Giuliano, Cosimo Lo Nigro, Antonino Mangano, Giorgio Pizzo, Gaspare Spatuzza. Più una schiera di soldati ed esecutori, prestanome e coperture varie.

Quell’ “inizio” sbagliato

Non sono affatto chiuse, invece, la due stragi madre, Capaci e via d’Amelio. Perché le indagini presero fin dall’inizio una strada sbagliata. E questo potrebbe non essere stato un caso. Ma un depistaggio. Su cui c’è un processo a parte. Sempre a Caltanissetta, ombelico del mondo giudiziario. Basti qui dire che dal 1992 al 2008, tutti i processi celebrati e arrivati a sentenza hanno avuto un presupposto sbagliato, un pentito farlocco, di nome Vincenzo Scarantino, un balordo del quartiere palermitano della Guadagna che in realtà non ha avuto alcun ruolo nella strage di Capaci e via d’Amelio. Di questo clamoroso errore si erano subito resi conto due magistrati - Ilda Boccassini e Roberto Sajeva che nel 1994 scrissero una lunga memoria-denuncia indirizzata ai procuratori Caselli (Palermo) e Tinebra (Caltanissetta). Non furono ascoltati. E fino al 2008 i processi sono stati tutti falsati per via di questo errore madre. Nel 2008 l’allora procuratore antimafia Piero Grasso, con i colleghi fiorentini  Piero Luigi Vigna e Gabriele Chelazzi raccolsero la confessione di un altro mafioso già condannato, Gaspare Spatuzza del mandamento di Brancaccio, che smontò le “certezze” giudiziarie fin lì acquisite e ha dato il via ai nuovi processi. Che ora stanno arrivando a conclusione, forse, tra nuove testimonianze e colpi di scena. 

Spatuzza e la svolta del 2008

Raccontò Spatuzza che circa un mese prima della strage di Capaci si recò a Porticello insieme ad altri mafiosi di Brancaccio e Corso dei Mille (Giuseppe Barranca, Cristofaro Cannella, Cosimo Lo Nigro, Giorgio Pizzo, Vittorio Tutino, Lorenzo Tinnirello) per ricevere da un certo Cosimo alcuni residuati bellici recuperati in mare. Quegli ordigni furono portati in un magazzino, svuotati dell’esplosivo che poi fu consegnato in sacchi della spazzatura a Giuseppe Graviano. Chili e chili di tritolo destinati a Capaci e alle altre stragi. Il processo Capaci bis è iniziato a Caltanissetta il 23 maggio 2014. Spiegò quel giorno l’aggiunto Domenico Gozzo che “il Capaci bis è un processo molto importante perché, a 15 anni di distanza dal primo processo, affronta gli stessi fatti ma con sette nuovi imputati e svelando la parte della vicenda che riguarda il reperimento dell’esplosivo. Così come avevamo fatto per il Borsellino quater, abbiamo inserito nel processo tutte le altre indagini che abbiamo fatto in merito”. Un’affermazione che da sola è sufficiente per far capire che razza di intreccio si è creato tra i vari processi.  Tra gli imputati del bis ci sono Salvatore Madonia, Cosimo Lo Nigro, Giorgio Pizzo, Vittorio Tutino e Lorenzo Tinnirello. Con rito abbreviato sono già stati condannati all’ergastolo [Giuseppe Barranca e Cristofaro Cannella, Cosimo D’Amato, il pescatore che aveva fornito l’esplosivo,   e Spatuzza sono stati condannati a trenta e dodici anni di carcere. A 28 anni da questa strage, sommando i vari filoni, possiamo contare 41 condanne definitive (34 nel primo processo)  di mafiosi tra mandanti ed esecutori. Di questi otto sono collaboratori.

Tra misteri e nuove verità  

Ma il bis potrebbe aprire nuovi squarci di verità. O altri depistaggi. Prima che scattasse il lockdown, appunto, il pentito Pietro Riggio ha puntato il dito contro “il turco”. Giovanni Peluso, ex poliziotto ed ex 007 adesso indagato per strage. Secondo l’accusa della procura di Caltanissetta il campano Peluso avrebbe ricoperto il ruolo di “compartecipe ed esecutore materiale della strage di Capaci”. Atteso davanti alla Corte per un confronto, ha prima fatto sapere di aver “alcuni impedimenti”, che però non sono ancora stati dimostrati. Il 20 febbraio, l’ultima udienza, non si è presentato. La presidente Occhipinti, su richiesta del pg Patti, ha disposto l’accompagnamento coatto. Riggio aveva raccontato ai pm che il poliziotto gli rivelò di aver preso parte alla strage di Capaci. “Si sarebbe occupato del riempimento del canale di scolo dell’autostrada con l’esplosivo, operazione eseguita tramite l’utilizzo di skateboard”.

Riggio e il Turco

Riggio collabora con la giustizia dal 2009. Teste chiave nel processo in cui è stato condannato l’ex di Confindustria Antonello Montante, ha deciso di raccontare questo nuovo scampolo di verità dopo la sentenza di primo grado  del processo sulla presunta trattativa tra lo Stato e la mafia (in corso a Palermo), che ci sarebbe stata nel 1994 per mettere a tacere le bombe di mafia e che avrebbe avuto nella liberazione dal 41 bis circa 400 mafiosi di vario livello. Era questa una delle principali richiesta di Cosa Nostra fatte pervenire allo Stato attraverso il papello di cui parlò per la prima volta Giovanni Brusca nel 1996. Dichiarazioni pesanti, che hanno lasciato perplessi i magistrati nisseni, da sempre scettici sull’ipotesi che a Capaci ci sia stato un “doppio cantiere”: le sentenze fin qui emesse annoverano solo uomini delle cosche attorno all’autostrada dove furono uccisi Falcone, la moglie e gli agenti di scorta. “Parlo solo ora perchè solo adesso i tempi sono maturi per  trattare certi argomenti” si è giustificato Riggio. Che avrebbe conosciuto “il turco” nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere. Nel Duemila Riggio viene scarcerato e Peluso lo recluta per fare parte di una non ben identificata struttura dei Servizi segreti che si occupa della ricerca di latitanti. Riggio passa qualche notizia. Intanto, in quel periodo, anche alcuni investigatori della Direzione investigativa antimafia agganciano il mafioso nisseno.

Ancora troppi misteri 

E’ solo l’ultimo mistero di una lunga serie. Tutti ancora sotto processo. E’ ancora mistero la strage di via d’Amelio, su cui Spatuzza ha aperto nuovi scorci di verità, ormai arrivata al processo quater sempre a Caltanissetta. E’ un mistero il depistaggio di Scarantino: il pool del superpoliziotto Arnaldo La Barbera nel 1992 andò subito sul sicuro indicando quel mezzo balordo come esecutore di Capaci. Oggi ci sono tre poliziotti imputati per calunnia a Caltanissetta. Il 20 febbraio scorso Ilda Boccassini, uno dei pm antimafia più importanti nella storia d’Italia, in pensione di due mesi, è stata chiamata a deporre. Subito dopo Capaci chiese di essere applicata a Caltanissetta dove resto fino al 1994. Quando fu chiaro, ha detto, “che non era più gradita. Avevo sollevato subito dubbi su Scarantino, era chiaro che diceva solo sciocchezze e la decisone fu di non farmi partecipare ai suoi interrogatori. Io e il collega Sajeva scrivemmo una lunga relazione per contestare la gestione di quel pentito. Eravamo ancora in tempo per riportare l’indagine nei giusti binari. La relazione, inviata ai procuratori, sparì”. Quella relazione è spuntata poi in Commissione antimafia nel 2012. Due magistrati, Anna Maria Palma e Carmelo Petralia sono indagati a Messina per calunnia aggravata.

Via D’Amelio, il mistero più grande

Il più grande mistero è via d’Amelio: Spatuzza è stato decisivo nel riscrivere la storia di come fu deciso di eliminare il giudice Borsellino e la sua scorta, due mesi dopo Capaci. Un’indagine piena di buchi, molti dei quali compatibili con la presenza in regia di pezzi dello Stato. Siamo al processo quater.  Che dire poi del mistero trattativa Stato-Mafia? Questo processo è “figlio” del Borsellino visto che il gip di Caltanissetta, Alessandra Bonaventura Giunta scrisse che la trattativa Stato mafia ci fu “a partire dal giugno 1992” e Paolo Borsellino fu ucciso perché, secondo Riina, ostacolava questa trattativa. La sentenza di primo grado il 30 aprile 2018 ha condannato a 12 anni Mori, Subranni, Dell’Utri e Cinà, De Donno e Bagarella. Sono stati assolti Mancino (l’accusa era falsa testimonianza) e Calogero Mannino. E’ in corso il processo d’Appello.

La memoria di Graviano

Non finiscono mai i misteri. Anche perchè i boss ogni tanto ricordano qualcosa e parlano. Stupefacente, ad esempio, che il boss Giuseppe Graviano, in carcere dal 1994, il vero depositario della verità su quegli anni, abbia deciso improvvisamente di ricordare e di parlare. Tra il 2016 e il 2017 sono stati registrati in carcere alcun suoi sfoghi tra cui una presunta “cortesia” richiesta da Berlusconi nei primissimi anni novanta. I due si sarebbero anche incontrati tre volte mentre Graviano era latitante. Intercettazioni che sono costate a Berlusconi una nuova iscrizione al registro degli indagati nel fascicolo “mandanti occulti” di quegli anni di strage. Una precedente iscrizione finì nel nulla. La differenza è che adesso Graviano ha deciso di parlare. E per farlo ha scelto il tribunale di Reggio Calabria dove è in corso l’appello del processo ‘ndrangheta stragista. Poi Graviano fatica nel ripetere e spiegare davanti ai giudici. Ogni scusa è buona per rinviare il confronto su quelle frasi intercettate. Pare non si trovi un supporto tecnologico per far riascoltare in aula quelle frasi intercettate. L’aggiunto Lombardo nell’ultima udienza si è molto arrabbiato. E intanto  però continua ad inviare messaggi: “Ormai sono rimasto io solo che sono a conoscenza di queste situazioni. Su via D’Amelio, porterò a tante malefatte che ancora sono nascoste”.

Coltivare la memoria

L’elenco sarebbe lungo. Intanto ricordiamo ancora una vota quel giorno di 28 anni fa. Per l’ennesima volta senza poter dire “ecco la verità”. E quest’anno senza neppure il rito della memoria collettiva. Senza lo sbarco a Palermo della Nave della legalità con mille ragazzini che raccontano quanto sia ancora “viva” la strage di Capaci e invadono Palermo fino a via Norbatolo. Dove abitavano Falcone e la moglie e ogni giorno cresce l’albero della loro memoria.  

* questo articolo, in forma più sintetica, è stato pubblicato nel numero speciale de L’Unità uscito in edicola il 23 maggio 2020. Dedicato alla strage di Capaci