La madre è in una RSA: "Per colpa delle misure anti covid non la vediamo da quasi un anno. E' straziante”

Il dolore di un figlio, Sandro, riassunto in una lettera: “Ha 90 anni e non possiamo abbracciarla da 9 mesi. Temiamo di non rivederla più. E la nostra situazione è simile a quella di tanti altri. Bisogna fare qualcosa. Così è inumano”.

Una anziana in una casa di riposo (Foto Ansa)
Una anziana in una casa di riposo (Foto Ansa)

Il Covid, non è solo un problema sanitario, colpisce la salute, il tessuto economico e anche gli affetti più cari delle persone. Produce lacerazioni e sofferenze intollerabili. Non è cosa da nulla, per esempio, che i figli non riescano per mesi e mesi a incontrare i  genitori ricoverati nelle RSA o in altre strutture a causa delle limitazioni imposte dalla pandemia. Sandro Cappai, 55 anni, di un paese del Cagliaritano, si è fatto interprete di una problematica che coinvolge in Italia centinaia di famiglie. Ha scritto agli enti competenti e bussato a tante porte. Poi si è rivolto ai media. “Mia mamma Esaudia – racconta in una toccante lettera – ha 90 anni, è in una casa protetta a Nuraminis, un paese poco distante da Cagliari (SU) ed è affetta da demenza senile. La prima chiusura con esclusione delle visite per noi parenti è durata 4 mesi, poi abbiamo potuto vederla a distanza, senza contatti, da Luglio ad Agosto 2020. Da  allora non l’abbiamo più vista”.

Una situazione che Cappai non esita a definire straziante. “Mia madre non riesce a interagire con le videochiamate – spiega – E la prolungata mancanza di contatto sembra aver accelerato la sua degenerazione cognitiva. Durante le nostre visite quotidiane le facevamo fare una piccola passeggiata, la spronavamo a parlare, anche se le sue erano frasi spesso senza senso, ma tutto questo era importante per lei e per noi”.

Sandro Cappai

"Personale competente e affettuoso, ma non basta"

Ci tiene a precisare che “il personale è competente, attento e affettuoso, ma – dice - non può comunque sostituire, per l’anziano, l’affetto dei propri cari. La carezza di un operatore della struttura non è la stessa di quella di un figlio, di un fratello, di una madre, di un marito, di un nipote”. E nemmeno le cosiddette camere degli abbracci, dove sono state allestite, risultano una soluzione adeguata. Anzi a volte si rivelano avvilenti”.

Il patema d’animo di Sandro è lo stesso di altri nella nostra Italia. Situazioni simili risultano alla lunga “insostenibili”. Determinano “danni psicologici gravi sia ai ricoverati che ai familiari”.

Serve una soluzione

Certo, occorre “garantire la sicurezza dai contagi” in ambienti dove il coronavirus ha fatto molte morti, ma “è necessario trovare una soluzione”.

“Il rischio zero - osserva ancora Sandro - non può mai esistere, per cui la chiusura assoluta non ha senso. “Gli operatori – spiega - entrano all’interno delle strutture seguendo tutte le misure di sicurezza del caso. Alla stessa maniera si potrebbe concedere a qualche parente stretto, applicando i medesimi protocolli sanitari, di accedere a turno con tutte le precauzioni, magari una volta alla settimana o ogni 15 giorni, per portare un abbraccio, una parola di conforto al proprio anziano”.

Si tratta in genere di pazienti molto avanti negli anni ai quali non rimane molto da vivere, e ogni giorno per loro può spesso essere l’ultimo. “Non è giusto che i parenti non possano vederli almeno qualche volta ogni tanto. Anche perché, come sta accadendo, si rischia di non vederli mai più”.  

Camera degli abbracci in una Rsa (Foto Ansa)

I vaccini

La situazione potrebbe risolversi con i vaccini, ma per ora – dice Cappai - non è cambiato nulla. Molti anziani sono vaccinati ma le RSA continuano a tenere chiuse le porte ai parenti. E ciò nonostante sia vaccinato anche il parente”.

Durante questo periodo di flagello Covid – osserva mestamente l’interessato - si è discusso su come ritornare a viaggiare, spostarsi tra regioni, andare al mare, aprire i bar e i ristoranti, tornare al lavoro o in palestra, ma quasi nessuno si è occupato di questo problema che alberga nelle strutture sanitarie”.

A distanza di un anno dal verificarsi della pandemia COVID-19 “poco o niente si è fatto per consentire l’accesso in sicurezza” oltre quelle mura dove sono ricoverati padri, madri o fratelli. Ad oggi “la maggior parte delle strutture di accoglienza per gli anziani, nonostante i vaccini somministrati, ancora non consentono l’accesso ai famigliari in quanto nessun organo istituzionale Nazionale o Regionale ha dato disposizioni in merito. Solo poche strutture lo fanno, a discrezione dei sanitari”, continua Cappai.

"Mia mamma è fortunata perché ha l'Alzheimer"

Ma una situazione simile risulta inumana. “Non si possono separare completamente queste persone fragili dai loro affetti per quasi un anno. Mia mamma, sotto un certo punto di vista, è fortunata, perché avendo problemi di Alzheimer, probabilmente, soffre meno. Ma altri sono perfettamente coscienti e soffrono anche di più. Vedersi da dietro un vetro, a 5 metri di distanza, o toccarsi avvolti dal cellofan, è una tortura, per i parenti e per loro”.

Per Cappai bisognerebbe “far presente all’ISS, ai vari consulenti ed a tutte le istituzioni che tale problema dovrebbe essere disciplinato quanto prima. Ci sono, com’è comprensibile, delle priorità ma non si possono nemmeno scavalcare fondamentali valori umani”. Non si può giungere ad “avere tanti casi di persone che, dopo mesi e mesi, non hanno più visto i propri cari e non sono riuscite a  riabbracciarli per l’ultima volta. E' terribile. Lo so, perché anche io e i miei familiari viviamo con la paura che ci capiti la stessa cosa”.

La lettera

“Per questo ho scritto una lettera ad enti e istituzioni e l’ho inviata poi ai mass media: per far comprendere a chi di dovere la sofferenza che io, e tanti altri come me, stiamo vivendo. Spero che le autorità preposte emanino quanto prima delle disposizioni per la riapertura, garantendo l’incolumità e la tutela di queste persone fragili ed indifese che sono state protagoniste del passato e del presente, nella nostra vita e in quella della collettività, e non meritano di essere dimenticate”.