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La storia su Berlusconi di cui non ha parlato nessuno dopo la morte

Dopo il suo sogno di entrare nei libri di storia e la sua capacità di voler piacere a tutti, c'è un altro aspetto del Cavaliere che conoscono in pochi

Massimiliano Lussanadi Massimiliano Lussana   
Silvio Berlusconi
Silvio Berlusconi (Foto Ansa)

In questa trilogia, umana, molto umana, su Silvio Berlusconi, in cui abbiamo raccontato il suo sogno di entrare nei libri di storia e la sua capacità di voler piacere a tutti, soprattutto ai nemici da conquistare alla sua causa, c’è anche una storia di cui non ha parlato praticamente nessuno in questi giorni: la sua capacità di innamorarsi e poi di mollare coloro che aveva amato moltissimo, anche con tradimenti che lasciano strascichi, come succede agli innamorati. Non parlo di donne, questa è una cosa assolutamente umana. Mi riferisco alla dimensione pubblica.

E forse, in tempi di beatificazione e di agiografie, non era nemmeno il caso. Ma, sinceramente, non renderemmo onore a Berlusconi se non raccontassimo anche questo nell’ultima parte del nostro racconto. Anche perché – almeno fino a un certo punto della sua parabola – almeno fino al 2001 e credo che finchè è rimasta in vita mamma Rosa il racconto della sua vita sia davvero esaltante - non era così. E Silvio, come tutte le persone intelligenti, apprezzava anche le critiche. Ricordo un giorno che eravamo in un luogo pubblico dove, a mio parere, aveva fatto un discorso noiosissimo. Lui, come spesso gli capitava, visto che si fidava di me e sapeva che non avevo alcun interesse personale, a differenza di molti che lo circondavano, mi prese sotto braccio e mi chiese: “Massimiliano, tu come pensi che sia andato?”.

Io, come il bimbo che dice che il re è nudo, gli dissi: “Presidente, con tutta la stima, ma questa roba è stata soporifera”. Lui scosse la testa: “Sai che anche io ho avuto la stessa impressione?”. Nel frattempo, arrivarono due dei più vicino al Capo e al Corpo del Capo e gli dissero: “Presidente, lei è stato grande”. Lui li sgridò: “Ma cosa dite, non è vero, lo dice anche Massimiliano”. Insomma, finì che i due non mi rivolsero la parola per settimane. E qui il discorso tocca ogni aspetto del mondo berlusconiano, a partire da quello più importante, quello delle istituzioni. I tre punti più alti raggiunti dal Cavaliere in trent’anni di politica sono stati la Bicamerale con Massimo D’Alema che avrebbe chiuso con quasi trent’anni di anticipo il bipolarismo muscolare che è stata la rovina del nostro Paese e la fortuna di urlatori e odiatori di entrambe le fazioni. Poi il patto del Nazareno con Matteo Renzi. E infine il governo Draghi, che nacque grazie a Berlusconi.


Ma in tutti e tre i casi, come Kronos che divora i suoi figli, anche sulla scorta di sondaggi vincenti e di cattivi consiglieri, Berlusconi si sfilò. La prima volta, con D’Alema convinto dall’unico di quelli che invece era un buon consigliere (come Gianni Letta, come Fedele Confalonieri, come Ennio Doris, come lo stesso Marcello Dell’Utri, come Gianfranco Miccichè, come Claudio Scajola, come Giuliano Ferrara, come Giovanni Toti, come pochi altri) e che lo fece in assoluta buona fede e animato da sentimenti ideali: don Gianni Baget Bozzo.

La seconda, con Renzi, prese la scusa del nome di Sergio Mattarella al Quirinale, a cui lui invece preferiva Giuliano Amato, per mandare a monte l’accordo sulle riforme costituzionali e votare no al referendum dove pure c’era tutto quello che gli azzurri chiedevano da sempre, tanto è vero che Marcello Pera e Giuliano Urbani guidarono il comitato per il sì. E anche la scelta di togliere la fiducia a Draghi insieme a Lega e Cinque Stelle era grande tattica, non ottima strategia.
Insomma, fare patti pollici con Berlusconi non era un’idea geniale, ma ci sta. È politica per l’appunto. Ma anche alcuni dei protagonisti appena incontrati fanno parte di questa storia: don Gianni Baget Bozzo fu il consigliere più amato da Berlusconi e colui che lo amò più di tutti, tanto da perdere i pantaloni davanti a lui in una manifestazione azzurra. Ma il Cavaliere non andò al suo funerale e Alberto Gagliardi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio voluto da don Gianni non glielo perdonò mai.


Oppure, Sandro Bondi, coordinatore nazionale e aedo di Berlusconi. Lo amava talmente che componeva poesie in suo onore. Ma il suo racconto dell’ultimo bacio e del saluto che suonava “a mai più“ è degno di una tragedia greca. E poi è rimasto solo risentimento con altre poesie, ma stavolta durissime da parte di Bondi, innamorato sincero e tradito. Diversa la storia dei delfini che si sono succeduti, tutti poi bocciati e buttati: Mauro Pili, Raffaele Fitto, Angelino Alfano, Giovanni Toti, lo stesso Giulio Tremonti. Il primo ha scritto un bel ricordo sull’Unione sarda, gli altri erano tutti in chiesa, nonostante anche in questo caso addii forti dal “senza quid” per Angelino a riferimenti sgradevoli al papà di Fitto morto quando Raffaele era giovanissimo: “Sei figlio di un vecchio dc”. E in tutti i casi - Tremonti a parte per ovvi motivi anagrafici - Silvio li trattava come figli. E nel caso del padre di Fitto si scusò con un comunicato ufficiale, tanto forti e dure furono quelle parole, ingiustificabili. Eppure per l’appunto erano tutti al funerale del Cav così come c’erano in questi giorni le due “zarine” Maria Rosaria Rossi e Licia Ronzulli, anche loro potentissime e poi messe in un angolo in un momento.

E ancora Daniela Bongiorno che lamentò pubblicamente di come Mike e la sua famiglia fossero stati dimenticati dopo l’uscita da Mediaset con un’intervista durissima a “Repubblica”, proprio come Veronica Lario. Eppure, sia il necrologio sia le parole di Daniela ieri all’uscita dalla Chiesa sono state dolcissime, segno che nel frattempo Silvio era tornato. O non se ne era mai andato. E  poi tutto il mondo liberale, vivi e morti: i radicali eletti nelle file azzurre, a partire da Elio Vito, la stessa amicizia con Marco Pannella, Alfredo Biondi, Antonio Martino, Giuliano Urbani. E gli intellettuali Messi in lista da Claudio Scajola, in quelle che furono le migliori liste della seconda Repubblica: il più grande epistemologo italiano, l’uomo che ha fatto conoscere Karl Popper nel nostro Paese, poi diventato presidente del Senato ma non sostenuto per il Quirinale: Marcello Pera; il più grande filosofo contemporaneo: Lucio Colletti; un costituzionalista di peso come Giorgio Rebuffa; un politologo del calibro di Saverio Vertone; il maggiore storico non conformista come Piero Melograni. Tutti eletti nelle file azzurre, poi chi più chi meno tutti abbandonati, in primis liberali e radicali. Eppure, come Mike, rompendo senza quasi mai, quasi nessuno, rompere davvero. Come nei grandi amori, per l’appunto.

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