Io sto dalla parte di Doina, la killer dell'ombrello. Spero resti libera

Telese: "Meno male che in Italia c'è un giudice di buon senso, alla procura generale che concede un parere favorevole alla sua semilibertà"

Io sto dalla parte di Doina e spero resti libera. Sarà brutta, sporca, cattiva, sarà romena, sto con lei. Non la conosco, non ho idea di cosa le passi per la testa, ma trovo incredibile la polemica sollevata nei suoi confronti. Mi piacerebbe poterle parlare, poter capire se è davvero una donna diversa, oggi, ma non potendolo fare mi fido dei magistrati di sorveglianza che vagliano ogni dettaglio della sua vita, per conto nostro. E per mestiere. La giustizia si amministra nelle istituzioni, non nei bar.

Meno male che in Italia c'è un giudice di buon senso, alla procura generale che concede un parere favorevole alla sua semilibertà. Per fortuna esistono dei pubblici ufficiali che, malgrado la pressione stracciona, populista e demagogica di una porzione avvelenata dell'opinione pubblica della politica e dei media, decidono - come ha appena fatto - di non revocarle la libertà (anzi, la semilibertà).

 

Doina Matei, dal carcere al mare

La storia la sapete, ma è bene ricapitolarla, nella sua follia. Doina Mattei nove anni fa, viene giudicata colpevole di omicidio preterintenzionale, perché a Roma, con un colpo di ombrello uccide una ragazza, Valeria Russo. Un delitto assurdo, orribile, per cui è giusto che paghi. Viene definita dai media "la killer dell'ombrello". Subisce un processo severo, in cui però viene stabilito, con una sentenza, che nel suo gesto non c'era nessuna volontarietà e nessun intento omicida. Viene fissata una pena, non certo tenera: sedici anni di carcere. Se si ha presente la casistica delle condanne per omicidio, si può dire che sia alta, non certo bassa rispetto alla media.

Sconta nove anni, che per una ragazza giovane sono una vita, e che rappresentano un periodo infinito rispetto alle condanne subite dai tanti che - in situazioni simili - hanno potuto comprarsi buone difese. Basti pensare a Vittorio Emanuele di Savoia, che a Cavallo, aveva sparato con un fucile uccidendo il giovane studente tedesco Dirk Hamer. Per quel delitto Vittorio Emanuele, venne processato in Francia e condannato nel '91 a sei mesi con condizionale per porto abusivo d'arma da fuoco ma prosciolto dall'incriminazione per omicidio volontario. Il principe, come è noto, si è sempre proclamato innocente. Ancora più nota è la vicenda di Beppe Grillo, indagato per un drammatico incidente d'auto in cui erano morti una coppia di amici e il loro bambino. Una tragedia, di cui Grillo era in parte vittima.

Nel processo di appello, il 14 marzo 1985 Grillo fu condannato per omicidio colposo a quattordici mesi di reclusione con il beneficio della condizionale, e la condanna fu resa definitiva dalla IV sezione penale della Cassazione l'8 aprile 1988. Condanna mite, e - aggiungo io - sacrosanta. Doina Mattei, che stava aggredendo la ragazza ma che secondo i giudici non aveva la minima volontà di uccidere, è già stata in cella un decennio. Le è stata concessa la semilibertà, come tutti o coloro che dopo aver scontato la metà della pena hanno i requisiti necessari (a cominciare dal parere dei magistrati di sorveglianza e dalla buona condotta).

Il suo percorso di riabilitazione, quello di una ragazza che entra giovanissima in carcere, paga il suo debito, ed ottiene una pena alternativa al carcere, è uguale a quello di tutti i condannati in Italia. Però sui giornali e sui social network, un bel giorno, saltano fuori le foto tratte dalla sua pagina Facebook. Doina sorridente, Doina giovane, Doina viva - udite, udite, grande scandalo - Doina al mare in bikini. Si sollevano polemiche, si alzano voci indignate. Non contano più la pena, la condanna, la legge. Suscita indignazione, indifferentemente, fatto che "dopo soli nove anni", Doina possa pretendere di essere viva e felice. 

Il padre della vittima, l'unico di cui si può capire il dolore, affida alle pagine de Il Tempo il racconto del suo sconcerto per quelle foto. "Le ho viste. E come no? In una c'ha pure il pollice alzata in segno di vittoria, come dire 'Mi vedete ce l'ho fatta, sono fuori'. Quel gesto suona come una beffa, una provocazione. E dimostra tutta la cattiveria e l'odio che c'è in questa donna. E' una vendetta nei nostri confronti. Incredibilmente ha vinto lei". E ancora: "Mi danno fastidio quelli che dicono che è giunto il momento di sorridere anche per Doina, che sia giusto che esca e che si riempiono la bocca di belle frasi ad esempio 'il carcere non è una vendetta'. Non parlerebbero così se si trattasse dei loro figli". A Doina hanno trovato subito il lavoro".

Il padre di una ragazza morta ovviamente queste cose ha il diritto di dirle. Un senatore della Repubblica come Roberto Calderoli non dovrebbe. Degli opinionisti che non conoscono le regole nemmeno. Per quanto sia spiacevole dirlo, la legge non si può fare a colpi di emotività, legittimo rancore, rabbia. Ed è esattamente così che deve andare: quando uno paga il debito che viene fissato da un tribunale, qualunque sia, deve poter uscire dal carcere. E possibilmente poter trovare un lavoro.

E possibilmente poter tornare a vivere e a sorridere. E se trova un lavoro per noi, cioè per la società è molto meglio che se diventa un disadattato e finisce a rubare. Fa la cameriera in una pizzeria, non la regina. Meglio se sorride, invece di ringhiare o piangere. Se uno che esce dal carcere ci rientra siamo noi a perderci. È assurdo e medievale questa ossessione vendicativa, questa idea trogloditica che il corpo debba restare recluso, ai ceppi, debba soffrire, altrimenti qualcuno si potrebbe sentire offeso. Capisco il padre di Valeria, ma se fossi lui, vorrei poter essere ripagato dalla legge, non da una vendetta.

Ovviamente c'è una alternativa: si può sostenere che dieci anni di carcere non potendo vedere i propri figli se non nei colloqui, e non potendo parlargli se non per telefono, una volta a settimana siano poco. Però prima di parlare, provatelo voi, anche solo per un giorno. 

Si può sostenere che non debba esserci possibilità pena, riscatto, libertà. Ma allora, tutti quelli che pensano che il bikini di Doina si uno scandalo, abbiano il fegato di dire che vogliono la pena di morte e la legge del Taglione. E mettano in conto che, prima o poi, nella vita, potrebbe capitare anche a loro di essere giudicati dal tribunale dell'odio.