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I meandri oscuri del delitto dei Murazzi, ecco perché Stefano Leo sarebbe potuto essere ancora vivo

Said Machaouat, era stato condannato a un anno e sei mesi senza sospensione della pena. In teoria, avrebbe dovuto essere in carcere

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
I meandri oscuri del delitto dei Murazzi, ecco perché Stefano Leo sarebbe potuto essere ancora vivo

Adesso abbiamo purtroppo scoperto che il delitto dei Murazzi avrebbe anche potuto non accadere - non è detto, ma... -, perché l’assassino di Stefano Leo, Said Machaouat, era stato condannato a un anno e sei mesi senza sospensione della pena, per maltrattamenti e lesioni aggravate ai danni della ex compagna. In teoria, avrebbe dovuto essere in carcere. Molto in teoria. La pena era diventata esecutiva nel 2018, solo che non era mai stata eseguita «per un ritardo, - o forse un errore materiale -, che potrebbe essere riconducibile alla Cancelleria della Corte d’Appello di Torino», come scrive Giuseppe Legato sulla Stampa.

Il presidente della corte d'appello

Edoardo Barelli, presidente della Corte d’Appello, ha sibito convocato una conferenza stampa: «Sono qui per prendermi pesci in faccia come capo d’ufficio. Ma siamo qui, prima ancora che come magistrati, come esseri umani, e credetemi che in questo momento il mio pensiero va ai parenti della vittima. La famiglia Leo ha chiesto di incontrarmi. Ho detto sì. Ho anch’io un figlio e fosse successa a me una cosa del genere pure io sarei mortificato. Ma cercate di capire anche oltre. Vengano gli ispettori a vedere in che condizioni siamo».

Più si va avanti nei meandri oscuri del delitto dei Murazzi, e più finiamo per trovarci di fronte un caso emblematico, che racconta quest’Italia smarrita dei nostri giorni con tutti i suoi peccati, dalla violenza sulle donne alla convivenza difficile con l’immnigrazione, dall’ingiustizia della Giustizia alla cronaca impotente di omicidi sempre più efferati, come se la morte violenta, nella sua banalità del male, appartenesse ormai interamente alla nostra vita. E noi siamo qui che cerchiamo un senso a una cosa che senso non ne ha. Che senso ha un assassino che racconta tranquillamente ai carabinieri che voleva uccidere «un ragazzo come me, che fosse italiano, per togliergli tutte le promesse che aveva, dei figli, toglierlo ai suoi amici, ai suoi parenti»? Che senso ha la naturalezza con cui spiega la dinamica del delitto: «La coltellata alla gola è il modo più sicuro di uccidere. Se lo colpisci di schiena è meno sicuro, anche se lo prendi al polmone non sei certo di ammazzarlo»?

Eppure questo assassino avrebbe potuto essere rinchiuso in carcere

Certo, in Italia questo è un concetto molto relativo. Tra benefici di legge, farraginosi iter burocratici e percorsi alternativi, non è francamente detto che avrebbe scontato la pena nella cella di un penitenziario. E poi picchiare una moglie da noi è un reato di serie C. Però, la sentenza su Said, firmata dal giudice Giulia Casalegno, nelle sue motivazioni ci consegnava già il ritratto di un uomo violento e cattivo, che aveva fatto passare una vita d’inferno alla povera madre di suo figlio, con pugni, schiaffi e calci, spaccandole il naso e riempiendola di botte anche quando era incinta, «con una frequenza costante».

Said e le botte alla moglie

All’inzio lei era molto innamorata, come ha raccontato al processo: «La mia famiglia ci aveva aiutato a mettere su casa. Ci amavamo davvero, anche se litigavamo spesso. La prima volta che mi mise le mani addosso, mi dette uno spintone. Poi...». Sono cominciati gli schiaffi e i pugni, e i calci alla pancia quand’era mezza svenuta per terra. Lei era terrorizzata. Abitavano in via Principessa Clotilde, in un condominio di gente letteralmente sotto choc per quello che succedeva nell’appartamento della giovane coppia. La volante della polizia era intervenuta sei volte, in 3 anni, dal 2011 al 2014, proprio perché chiamata dai vicini, che erano spaventati dalle urla di dolore e dal fracasso che erano costretti a sentire nelle loro tranquille serate davanti alla tv. Nel novembre 2013, Ambra vaga sotto casa piangendo, seminuda, con il figlioletto appena nato in braccio. E’ sanguinante, gli occhi gonfi e il naso rotto. Gli agenti salgono sopra e trovano lui che sta sfasciando i mobili. Lei viene portata in ospedale. Quando esce, dopo più di dieci giorni di degenza, torna a casa e lui è di nuovo lì. E’ stato liberato subito: da noi si lasciano fuori gli stupratori, figurati chi picchia la moglie.

Per Ambra ricomincia l’inferno

Botte da orbi e silenzio. Ha paura a denunciarlo perché pensa che per lei sarebbe solo peggio. Durante uno degli interventi delle forze dell’ordine, però, un carabiniere la tratta come se fosse una sua figlia e le dà coraggio, la convince a presentare una denuncia e a uscire di casa. Il processo si chiude il 20 giugno del 2016 con la condanna a un anno e sei mesi. Lui viene descritto come «un violento che aveva ridotto la sua ex compagna in uno stato di succubanza, costretta a subire percosse e minacce con frequenza costante. Per sua stessa ammissione almeno tre volte al mese».

Mentre lei si rifa la vita con un nuovo compagno, lui tira avanti con qualche lavoro saltuario. Ha un impiego in una focacceria di piazza Castello, ma anche lì viene tradito dalla sua violenza e licenziato. Passa l’inverno dormendo in un discount vicino a piazza d’Armi. E comincia a scaldare dentro di sé l’idea di uccidere qualcun’altro per sentirsi meglio. Quando si consegna alla polizia («meglio venire qua che continuare a passeggiare senza meta»), dice: «Ho pensato che potevo far pagare a Torino quello che è Torino». A Stefano Leo, 33 anni, da Biella, invece piaceva: «E’ un bel posto per viverci».

Gli piaceva il lavoro che faceva, in piazza Cln, vedere gli amici alla sera in pizzeria, fare questa passeggiata sul lungo Po per andare al negozio. Quella mattina, lo aspetta la banalità del male. Lo aspetta Said: «Sono sceso dal tram in piazza Vittorio. Sono andato ai Murazzi e dalla scala sono arrivato alla passeggiata. Mi sono seduto sull’ultima panchina a destra. Ho fumato un paio di sigarette. Passavano persone. Ho scelto quel posto perché da lì si può scappare via subito. E poi ci andavo spesso la domenica. Ho avuto un battibecco con un ragazzo che portava a spasso un cane perché faceva delle foto col cellulare. Per un attimo ho pensato di ammazzarlo, ma ho cambiato idea».

La banalità del male è come il nostro destino

 Ha curve che ti salvano la vita o che ti uccidono. «Non era un’azione comoda», ha detto Said. «In quel momento c’era gente». Qualche minuto dopo è arrivato Stefano Leo. «Mi è passato davanti. Sapevo che non si accorgeva se mi alzavo. Così mi alzo e piglio con la mano sinistra il coltello dalla borsa. Lo affianco e lo colpisco mentre lo sorpasso». Lo vede accasciarsi a terra mentre scappa. «Cercava di respirare». Lui è tranquillo. Impunito. Ha pranzato in un bar vicino alla questura ed è andato via senza pagare. Il coltello non l’ha buttato via. L’ha nascosto: «Poteva servirmi ancora».  

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
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