Quindici anni dalla morte di Stefano Cucchi, tra processi e colpi di scena ecco come si è arrivati alla verità
Ci sono voluti molti anni per giungere a una sentenza di condanna per i due carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale, mentre procedimenti per il depistaggio sono ancora in corso. Ilaria Cucchi: "Dalla morte di mio fratello in poi, nelle carceri nulla è cambiato"
"Nel 2009 ci avevano fatto stare fuori. Sotto la pioggia, io, mia mamma, mio papà. Ci arrivò la notizia. È iniziato lì, in quel momento, un calvario lunghissimo. Un calvario fatto di menzogne, di depistaggi, di una sofferenza indicibile. Nelle aule di giustizia, mia mamma si è ammalata; mio papà si è ammalato. Per avere giustizia per Stefano, e per dare voce a tutti gli ultimi che continuano ad affollare le nostre celle, la mia famiglia ha pagato un prezzo altissimo". E' questa la sintesi dei quindici anni che ci separano dalla morte di Stefano Cucchi, fatta dalla sorella Ilaria oggi senatrice tra le file di Avs, davanti al reparto penitenziario dell'ospedale Sandro Pertini a Roma. Parole affidate al suo profilo Facebook nelle quali sta racchiuso tutto il dramma di una vicenda non ancora totalmente chiusa. La morte del geometra romano, sottoposto a brutali pestaggi mentre era in custodia, ha trovato giustizia nel 2022 con la sentenza di Cassazione che condanna due carabinieri, Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, a 12 anni ciascuno per omicidio preterintenzionale: il pestaggio fu l'antefatto che ebbe come conseguenza la morte del 31enne.
L'arresto e la morte di Stefano
Tutto cominciò con l'arresto di Stefano, avvenuto il 15 ottobre 2009 nei pressi del Parco degli Aquedotti a Roma, avvenuto perché il giovane era in possesso un quantitativo di hashish eccessivo per il semplice consumo personale. E' l'inizio del calvario per il 31enne al quale nei giorni successivi vengono diagnosticate fratture, emorragie, lesioni in varie parti del corpo. Ma già la notte del suo arresto, Stefano accusa malori. La sua salute peggiora velocemente fino all'inaspettata morte, cinque giorni dopo, nel reparto detenuti dell’ospedale Sandro Pertini di Roma. Il momento che Ilaria descrive nel suo post è proprio questo, ovvero il momento a partire dal quale ha inizio una vicenda umana e processuale che indigna tutta Italia, non senza scontri e schermaglie. Può lo Stato al quale vengono affidati i detenuti permettere che avvenga quanto successo a Stefano Cucchi?
La lunga vicenda giudiziaria
Alcuni mesi dopo la morte, nel 2010, furono portati a processo sei medici, tre infermieri e tre agenti della penitenziaria; per accuse terribili, contestate a vario titolo, ovvero abbandono d'incapace, abuso d'ufficio, favoreggiamento, falsità ideologica, lesioni e abuso d'autorità. Nella prima indagine, l'ipotesi accusatoria fu che Cucchi era stato "pestato" nelle celle del tribunale e in ospedale era stato abbandonato e lasciato morire di fame e sete.
Nel processo di primo grado però i giudici scansarono l'ipotesi: secondo le loro evidenze, Cucchi era morto per "malnutrizione" piuttosto che per un pestaggio. I medici vennero dichiarati unici colpevoli e condannati per omicidio colposo, mentre furono assolti infermieri e agenti penitenziari. Nell'Appello tutto venne ribaltato e gli imputati assolti. Il passaggio in Cassazione cancellò parzialmente quella sentenza. Finì che tutti vennero assolti ma la Suprema Corte annullò di nuovo. Fu l'ostinazione di Ilaria Cucchi e dei suoi genitori a portare a un processo d'Appello-bis nel quale erano imputati 5 carabinieri, tre dei quali accusati di omicidio preterintenzionale.
Il colpo di scena arrivò l'11 ottobre 2019 quando uno dei carabinieri imputati, Francesco Tedesco, in un verbale accusò del pestaggio durante la custodia, due colleghi coimputati: Raffaele D'Alessandro e Alessio Di Bernardo che poi verranno condannati in Appello a 12 anni ciascuno per omicidio preterintenzionale. La sentenza definitiva arriva nel 2022 per mano della Corte di Cassazione. Giustizia è fatta.
Gli altri filoni del processo
Altri processi hanno coninvolto altri carabinieri e ufficiali dell'Arma per depistaggi, falsi verbali e omissioni. La sentenza d'Appello, insieme ad alcune prescrizioni, è datata 19 giugno 2025. In quella sentenza viene confermata la condanna 1 anno e tre mesi per il colonnello Lorenzo Sabatino e a 2 anni e 6 mesi per il carabiniere Luca De Cianni per depistaggio. Perché, si legge nelle motivazioni della sentenza, la catena di comando dei carabinieri ha fatto in modo di ricondurre la responsabilità del decesso alle condizioni di Cucchi: in quanto epilettico, tossicodipendente (lo era stato in passato ma non al momento dell'arresto), anoressico, addirittura sieropositivo (falsità riferita e poi subito smentita), e nonostante nessuna anomalia si era verificata durante la detenzione e la custodia affidate all'Arma. Una serie di falsità che ha indotto i giudici a convincersi che i carabinieri, compreso il generale Casarca - poi prescritto -, non agirono per individuare le "mele marce", "ma, al contrario, per restituire una realtà di comodo".
Se la morte di Stefano ha trovato giustizia, sono ancora in corso gli altri filoni del processo per i reati di depistaggio. Ma, soprattutto, il velo di vergogna sollevato dal caso sulle condizioni carcerarie dei detenuti e sulla violenza attuata da persone appartenenti alle forze dell'ordine resta sotto gli occhi di tutti. Tra le principali voci di deuncia c'è ancora la sua, quella di Ilaria Cucchi, che dedica la sostanza del suo mandato da senatrice a iniziative contro la negazione dei diritti che attende i detenuti ringhiusi nelle carceri italiane. Da Stefano in poi, dice con amarezza, "è cambiato poco o nulla".



di Antonella Loi














