I giudici: "La trattativa Stato Mafia accelerò l’esecuzione di Paolo Borsellino". E Dell'Utri "rafforzò i piani di Riina"

L’invito al dialogo fatto al boss Totò Riina, dopo la strage di Capaci, indusse Cosa Nostra ad accelerare i tempi dell’eliminazione del magistrato. Depositate le motivazioni della sentenza emessa il 20 aprile scorso dalla corte d’assise di Palermo

I giudici: 'La trattativa Stato Mafia accelerò l’esecuzione di Paolo Borsellino'. E Dell'Utri 'rafforzò i piani di Riina'
TiscaliNews

“L'invito al dialogo che i carabinieri fecero arrivare al boss Totò Riina dopo la strage di Capaci sarebbe l'elemento di novità che indusse Cosa nostra ad accelerare i tempi dell'eliminazione di Paolo Borsellino”. Lo sostengono i giudici della corte d'assise di Palermo che hanno depositato le motivazione della sentenza sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia.

I giudici: “La trattativa accelerò la morte di Borsellino"

"Ove non si volesse prevenire alla conclusione dell'accusa che Riina abbia deciso di uccidere Borsellino temendo la sua opposizione alla 'trattativa' conclusione che peraltro trova una qualche convergenza nel fatto che secondo quanto riferito dalla moglie, Agnese Piraino Leto, Borsellino, poco prima di morire, le aveva fatto cenno a contatti tra esponenti infedeli delle istituzioni e mafiosi, - scrivono - in ogni caso non c'è dubbio che quell'invito al dialogo pervenuto dai carabinieri attraverso Vito Ciancimino costituisca un sicuro elemento di novità che può certamente avere determinato l'effetto dell'accelerazione dell'omicidio di Borsellino, con la finalità di approfittare di quel segnale di debolezza proveniente dalle istituzioni dello Stato e di lucrare, quindi, nel tempo dopo quell'ulteriore manifestazione di incontenibile violenza concretizzatasi nella strage di via d'Amelio, maggiori vantaggi rispetto a quelli che sul momento avrebbero potuto determinarsi in senso negativo". La corte "smonta" poi le tesi dei legali degli imputati che attribuivano l'accelerazione dei tempi della strage all'indagine mafia-appalti che il magistrato stava effettuando e anche alla possibilità di una sua nomina a Procuratore Nazionale Antimafia.

"Dell'Utri rafforzò i piani di Riina"

"Con l'apertura alle esigenze dell'associazione mafiosa Cosa nostra, manifestata da Dell'Utri nella sua funziona di intermediario dell'imprenditore Silvio Berlusconi nel frattempo sceso in campo in vista delle politiche del 1994, si rafforza il proposito criminoso dei vertici mafiosi di proseguire con la strategia ricattatoria iniziata da Riina nel 1992". Lo scrive la corte d'assise di Palermo nelle motivazioni della sentenza sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. Secondo i giudici che hanno condannato l'ex senatore azzurro a 12 anni di carcere per minaccia a Corpo politico dello Stato, la disponibilità dell'imputato a porsi come intermediario tra i clan e Berlusconi pose inoltre "le premesse della rinnovazione della minaccia al governo quando, dopo il maggio del 1994, questo sarebbe stato appunto presieduto dallo stesso Berlusconi". La corte, dunque, ha accolto la tesi della procura secondo la quale Dell'Utri sarebbe stato la "cinghia di trasmissione" della minaccia di Cosa nostra all'ex premier. I giudici, poi, specificano che perché sussista il reato di minaccia a Corpo politico dello Stato non è necessario che la minaccia abbuia effetti concreti, "ma è sufficiente che sia stata percepita dal soggetto passivo". Cioè non è necessario che gli interventi legislativi del Governo Berlusconi o in sede parlamentare di Forza Italia "siano stati concretamente determinati dalla coartazione della libertà psichica e morale di auotodeterminazione dei proponenti per effetto della minaccia mafiosa".

"Berlusconi sapeva"

"Se pure non vi è prova diretta dell'inoltro della minaccia mafiosa da Dell'Utri a Berlusconi, perché solo loro sanno i contenuti dei loro colloqui, ci sono ragioni logico-fattuali che inducono a non dubitare che Dell'Utri abbia riferito a Berlusconi quanto di volta in volta emergeva dai suoi rapporti con l'associazione mafiosa Cosa nostra mediati da Vittorio Mangano".

Il ruolo di Riina

"E' logico ritenere che Riina - si legge in un altro dei passaggi delle motivazioni della sentenza -, compiacendosi dell'effetto positivo per l'organizzazione mafiosa prodotto dalla strage di Capaci, possa essersi determinato a replicare con la strage di via D'Amelio quella straordinaria manifestazione di forza criminale già attuata a Capaci per mettere definitivamente in ginocchio lo Stato e ottenere benefici sino a pochi mesi prima (quando vi era stata la sentenza definitiva del maxi processo) assolutamente per lui impensabili''.

Le stragi del 1992

E ancora: "Il cedimento dello Stato, di fatto iniziato dopo le stragi del 1992 per iniziativa di alcuni suoi esponenti e ancora più evidenziatosi dopo le stragi del 1993, sarebbe divenuto inarrestabile per l'impossibilità di fronteggiare quell'escalation criminale, senza pari nella storia del Paese, in un momento di forte fragilità delle istituzioni" si legge ancora in uno dei passaggi della sentenza del processo Stato-mafia.

Mafia e appalti

Inoltre, "può ritenersi certo che il dottor Borsellino nel periodo compreso tra la strage di Capaci e la sua morte si sia occupato del rapporto 'Mafia e appalti'. Tuttavia, non vi è alcun elemento di prova che possa collegare tale evenienza alla improvvisa accelerazione che ebbe l'esecuzione del dottor Borsellino, se si tiene conto che nessuno spunto idoneo a collegare tra la vicenda 'Mafia e appalti' con la morte del dottor Borsellino è possibile trarre dalle dichiarazioni dei tanti collaboratori di giustizia esaminati a cui la vicenda era ben nota". Il rapporto 'Mafia e appalti', realizzato dal Ros dei carabinieri, aveva puntato l'attenzione sulla spartizione delle opere in Sicilia secondo un rigido schema a tre: mafia, politica e imprese.