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Spari sulla città di Napoli. I clan fanno paura a colpi di arma da fuoco

A dispetto del racconto buonista di chi vuole occultare i problemi per esaltare le qualità, la città partenopea appare sempre di più dominata dalla guerra tra clan.

Antonio Mennadi Antonio Menna   
Spari sulla città di Napoli. I clan fanno paura a colpi di arma da fuoco

Si spara a Napoli. Si spara tutti i giorni. Si spara ad altezza d’uomo. Si spara nelle vetrine, si spara in aria, si spara per terrorizzare, per dettare legge, per imporre il pizzo, per capriccio e per dominio. A dispetto del racconto buonista di chi vuole occultare i problemi per esaltare le qualità, la città appare sempre di più dominata dalla guerra tra clan. Le immagini dell’ultimo raid sono impietose. Ragazzini sugli scooter che scendono dai vicoli dei Quartieri Spagnoli, conquistano la centralissima piazza Trieste e Trento, a pochi passi dal San Carlo e da piazza Plebiscito e fanno fuoco nei gazebo dei bar.

Altezza d’uomo

A riprendere la scena le telecamere di sorveglianza di uno dei locali più noti della zona. I tre lavoratori chiudono le saracinesche, serrano le vetrate. Poi sentono alle loro spalle dei rumori, forse i primi colpi di pistola. Si voltano spaventati, poi si abbassano di getto. Spingono la testa nelle spalle, si chinano. Schivano i proiettili con una mossa istintiva, poi seguono con gli occhi gli scooter che volano via, infine vanno ad accertarsi dei danni. La paura è passata ma il rischio è stato alto.

Spari da cartolina

Quei colpi si sono andati a conficcare nelle recinzioni di vetro dei gazebo che i bar allestiscono per i turisti. E la mattina dopo i buchi con i cerchi concentrici si vedono da lontano e deformano i volti dei curiosi, che vanno a guardarci dentro. Anche gli spari diventano folclore. Ma sono colpi veri, sparati ad altezza d’uomo. Ci vuole un millimetro ad uccidere. E scene come queste, a Napoli, anche quando non sono riprese dalle telecamere, anche quando nessuno denuncia, se ne contano decine. Spari nei vicoli della Pignasecca, spari nella Sanità.

La giovane in fuga

Qualche settimana fa a pagare un prezzo fu una giovanissima diciottenne straniera. Rientrava da una serata col fidanzato, era in motorino. D’un tratto colpi di pistola, uno la centra casualmente alla gamba. La ferita non è profonda, la giovane se la cava. Ma il terrore si è insinuato così in profondità da spingerla a lasciare Napoli per sempre. È la paura, infatti, con il ricorso fatalistico al destino, ad accompagnare le passeggiate serali nel centro storico della città, attraversata negli ultimi tempi anche da numerose intimidazioni agli esercizi commerciali, tra cui le più note pizzerie dei Decumani.

Guerra di controllo

Ma chi spara? E perché? Secondo gli inquirenti sono i clan camorristici in lotta per il controllo dei traffici illeciti nel centro storico di Napoli. Ogni quartiere, almeno un paio di famiglie che si spartiscono il business di droga ed estorsioni. Labili i confini, difficili i rapporti. I raid notturni a colpi di pistola (le famigerate stese), in genere compiuti da ragazzini sui motorini, sono il mezzo più efficace per lanciare avvertimenti, per segnare un dominio, per sfidare un rivale, per spaventare una intera zona e tenerla sotto scacco.

La mappa

Succede nel centro storico ma non solo. Stese anche a Soccavo, la settimana scorsa, ad Agnano, a Barra, e perfino a Scampia. Accade a piazza Mercato, a Forcella, a San Giovanni e Teduccio, all’Anticaglia. I colpi sibilano nell’aria e si vanno a conficcare nelle serrande dei negozi, a volte perforano i balconi e finiscono perfino nelle case di persone innocenti, che si ritrovano proiettili nel soffitto, nelle pareti, con quella terribile sensazione di pericolo che sfonda la porta di casa e ti entra nella vita a tradimento.

Smettere di parlarne

A poco o nulla sono servite, in questi mesi, le visite frequenti del Ministro dell’Interno, Salvini, che dieci giorni fa è venuto a Napoli a presiedere il Comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico. Vengono sistematicamente promessi più uomini e più controllo del territorio. Ma i quartieri di Napoli sono con tutta evidenza sotto il dominio di clan camorristici che faticano a trovare un equilibrio interno e che sparando dimostrano di essere attraversati da tensioni. Come sa bene chi conosce le dinamiche criminali, le organizzazioni non sparano mai volentieri. Lo fanno solo se sono costrette. Sparano in aria, sparano al territorio, sembrano sparare alla città. Non sparano ai rivali ma aprono il fuoco per spartirsi i luoghi. Dicono che Napoli è la loro e non sono neppure concordi su come dividersela. Tutto questo mentre la stragrande maggioranza della popolazione prova a vivere una vita normale, immaginando che tutto questo smetta di esistere se si smette di parlarne.

Antonio Mennadi Antonio Menna   
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