Il sindaco di Riace tra i "più influenti" della Terra. "Esagerazioni da americani, ma da noi l'accoglienza funziona"

Domenico Lucano al 40esimo posto in una classifica che vede anche Merkel, la premio Nobel San Suu Kyi e il Papa. "A chi parla di ruspe dico: mettere le energie non contro ma a favore di qualcuno"

Il sindaco Lucano tiene in braccio un piccolo migrante
Il sindaco di Riace, Domenico Lucano
di Antonella Loi

Non ha dubbi nel bollare il fatto che sia stato inserito tra le 50 persone più influenti al mondo dalla rivista "Fortune" come "le solite cose esagerate che fanno gli americani". Eppure dietro la figura di Domenico Lucano, 57enne sindaco di Riace, piccolo comune della provincia di Reggio Calabria, c'è una storia che smentisce tutti i luoghi comuni più abusati su immigrazione e accoglienza: il piccolo centro di 1500 abitanti grazie ai profughi è infatti "rinato". "Se ho pensato a uno scherzo? Inizialmente non ho capito bene di cosa si trattasse - dice quando lo raggiungiamo al telefono - poi ho intuito che la cosa è legata a questo processo che abbiamo messo in atto da tanti anni". E che ha portato Riace ad essere un modello di accoglienza e integrazione. Centinaia di persone, per lo più richiedenti asilo, vengono ospitate nelle case abbandonate da chi dalla Calabria è emigrato. Ironia della sorte: case abbandonate per emigrazione abitate da chi, fuggendo da guerre e condizioni sociali difficili, cerca da noi un futuro. E molti lo trovano perché, assicura il primo cittadino, tante persone restano e oggi sono parte integrante della comunità. E la soddisfazione è anche un fatto personale: "Mi piace che mi renda utile, così do un senso alla mia vita", dice Lucano.

Nella classifica di "Fortune" lei sta insieme a premi Nobel come San Suu Kyi, a Merkel e il Papa. Sindaco ci spiega come ha fatto?
"Dopo tanti anni di emergenza sbarchi, bisogna dare aiuto, come ci si può girare dall'altra parte? E' un fatto normale questo, non è che ci voglia chissacché. Probabailmente è il mondo che va verso una anormalità e considera il problema degli altri, il problema di tantissime persone in fuga che non riescono a passare le frontiere perché vengono respinti. Una condizione di umanità veramente anormale". 

In 15 anni lei ha dato nuova vita a Riace, colpito da un fortissimo spopolamento. Il suo è un modello positivo di gestione delle crisi: ci spiega in poche parole cosa significa integrazione?
"Partendo dalla nostra esperienza più che di integrazione parlerei di interazione, perché integrazione presuppone tanti livelli e bisogna considerre tante cose. Invece interazione ha in sé un fatto pratico: utilizzando le case dei migranti (i nostri) in giro per il mondo queste case abbandonate diventano il nostro centro di accoglienza. Le case dei nostri abitanti sono state riaperte per fare spazio alle persone che arrivano dal mare e mettono in atto con la loro presenza un meccanismo positivo. Ho sempre sostenuto che gli esseri umani portano con loro non solo problemi ma anche cose bellissime. Ovviamente portano anche i loro drammi, penso ai rifugiati che sono passati da noi, moltissimi. Ho cercato unicamente di capire come mettere questa energia umana, fare in modo che potesse diventare occasione di crescita e poi superare la visione secondo cui con i migranti ci sono solo problemi di ordine pubblico o solo ricerca della marginalità. E quindi basta non considerare l'altro come portatore di una paura, di un problema o di un disagio. Ma anche di tante cose positive: bisogna guardare dalla parte giusta per avere risultati, ovviamente rapportati alla nostra micro dimensione".

Quanti migranti ospitate a Riace?
"Centinaia. Riace ha 1500 abitanti, nella parte alta del paese 250 sono autoctoni e altrettanti migranti. Il tasso più alto di popolazione mista a livello italiano, ma qui c'è una convivenza normale tra queste due componenti. Un caso di convivenza interetnica, la scuola è stata riaperta, abbiamo una pluriclasse dove ci sono più bambini figli di rifugiati che bambini italiani. Relazioni normali come si creavano nelle società contadine, come nella nostra tradizione. E ci conosciamo tutti, nome e cognome. Cose normali insomma".

Salvini le manderebbe le ruspe, lo sa?
"Il messaggio che voglio trasmettere - e che viene da questa esperienza - è che la dimensione umana è fondamentale. Le energie cioè non vanno messe contro qualcuno ma a favore di qualcuno. Non solo per l'accoglienza, ma per tutte le cose che ogni giorno dobbiamo risolvere, i problemi ambientali, scuola, lavori pubblici. Parto dal presupposto che sia più interessante seguire un'idea di costruire piuttosto che distruggere". 

Un modello che funziona insomma. Ha avuto dei riscontri da parte delle istituzioni quali Regione e Governo?
"No, mai nessuno. L'unica volta che c'è stata una vicinanza è quando alla Regione Calabria c'era presidente Ignazio Loiero, che era anche lontano dalle mie idee politiche, il quale partendo da un'altra esperienza aveva fatto una legge che nasce dalla nostra esperienza e riguarda i comuni come il mio dove il limite demografico è in declino ed è appunto un'idea di rinascita dei borghi abbandonati. Loiero aveva cofinanziato un documentario di Wim Wenders, 'Il volo' e anche l'Alto Rappresentante per il rifugiati ci diede un riconosciemento. Il messaggio che venne portato avanti era bellissimo, ma non ci fu seguito".

Si sentirebbe di dare qualche consiglio alle istituzioni per la gestione delle crisi umanitarie? 
"Io non so se posso, perché parto da una mia eperienza diretta, particolare. L'unica cosa che posso dire è che nonostante le precarietà economiche e sociali, abbiamo guardato il fenomeno dal punto di vista umano: non esistiamo solo noi ma ci sono anche gli altri. E spesso gli altri sono più importanti di noi".  

di Antonella Loi