[La polemica] Niente soldi, periferie allo sbando e magistrati che ti inseguono. Che brutta fine hanno fatto i sindaci. La lista dei peggiori

Il potere centrale ha ripreso forza, le parole d’ordine sono cambiate e i candidati sindaci sono oggi per lo più figure di seconda o terza fila, quando non di mezza tacca, senza esperienza e senza storia

[La polemica] Niente soldi, periferie allo sbando e magistrati che ti inseguono. Che brutta fine hanno fatto i sindaci. La lista dei peggiori

Che Chiara Appendino avesse vinto la Governance Poll 2017 di gennaio, sondaggio realizzato da IPR Marketing per il Sole 24 Ore sul gradimento dei politici locali fra i cittadini, era già un segno evidente e inconfutabile della crisi dei sindaci. Otto mesi dopo, nonostante il complice silenzio dei grandi giornali di Torino, in un’altra ricerca realizzata questa volta da Index Research, è precipitata al ventunesimo posto, solo all’inizio di una discesa appena cominciata, vista l’insipienza del suo governo, a voler essere gentili: in un anno nemmeno una iniziativa a favore delle periferie, in nome delle quali aveva vinto le elezioni, e per il resto un autogol dietro l’altro, dalla tragedia di piazza San Carlo durante la finale di Champions, a tutte le manifestazioni culturali chiuse non si sa bene perché, fino ai conti di cassa ormai in delirio incontrollato. Fra un po’ sarà derby affascinante con Vittoria Raggi, che per ora troneggia incontrastata dall’88mo posto in fondo alla classifica. Ma non deve trarre troppo in inganno nemmeno il primo, attribuito a Dario Nardella, sindaco di Firenze, che nella realtà non sembra godere di tutti questi consensi, come testimoniano le polemiche esasperate dei suoi cittadini per i lavori delle tramvie che paralizzano il traffico o quelle per la statua orrore di Urs Fischer sbattuta al centro di Piazza della Signoria, proprio nel cuore della capitale dell’arte più famosa al mondo. Nonostante la poca stima di cui gode oggi, il rimpianto per Matteo Renzi è palpabile, perché che piaccia o no, lui come sindaco decisionista aveva fatto molto bene.

Con Renzi sindaco si è chiusa un'epoca

Ma Matteo Renzi è stato l’ultimo sindaco di un’era che è inesorabilmente finita. Oggi quelle poltrone vanno bene solo per le firme di seconda o terza fila. Era un mestiere ambito. Ora non lo è più. A Milano Giuseppe Pisapia non aveva voluto saperne di ricandidarsi, e Beppe Sala adesso è addirittura ai margini delle classifiche citate prima, dominate invece da sindaci di piccole città, Matteo Ricci di Pesaro, o Federico Borgna di Cuneo, oppure Pizzarotti di Parma, che risale posizioni come un razzo, alla faccia del M5S che l’ha espulso. A Torino Piero Fassino avrebbe tanto preferito rinunciare e aveva accettato solo a malincuore, quasi sapendo che avrebbe perso in ogni caso la gara con la Appendino. A Roma, Gianni Alemanno e Ignazio Marino avevano inaugurato la nuova stagione della crisi, rovinando per sempre un’immagine e un ruolo che erano molto in auge. A Napoli, alle ultime elezioni, il pd aveva pensato addirittura a rilanciare Antonio Bassolino, «il re dei cacicchi di vent’anni fa», come l’aveva definito in uno splendido servizio Mattia Feltri. La cosa drammatica è che Bassolino veniva dalla prima stagione, quella del successo. Solo che era 20 anni fa, appunto, quando i sindaci degli Anni 90 e Duemila rappresentavano la più grande novità della seconda Repubblica: Bassolino, Francesco Rutelli e poi Walter Veltroni, Castellano e Chiamparino, Marco Formentini, Leoluca Orlando, Massimo Cacciari, persino lo sceriffo Giancarlo Gentilini  e per ultimo Matteo Renzi, a racchiudere tutto l’arco ideologico del paese raccogliendo consensi generali da destra a sinistra. Nomi vecchi e nuovi che si affacciavano con prepotenza sul panorama politico, regalando la loro conoscenza per missione o partendo da quella poltrona per ambizioni più grandi. Quei sindaci furono i primi nella storia della Repubblica a essere incaricati direttamente dai cittadini, grazie alla nuova legge elettorale: contavano più dei partiti, in quel clima da piena euforia di federalismo rinnovato dopo tangentopoli, nella polemica pervasiva contro il centralismo della burocrazia e dei partiti. E in quell’atmosfera di totale gradimento, per cui i sindaci finivano per essere identificati con i loro stessi elettori in guerra con Roma, arrivò anche la stagione delle ordinanze folli, perché tutto era permesso a quelle figure divenute icone populiste nell’immaginario della loro gente, e vennero i divieti ai cani di abbaiare nelle ore di siesta e agli extracomunitari di sedersi sulle panchine, il divieto di giocare a palle di neve e persino quello di lanciare chicchi di riso ai matrimoni. Nella deriva di quel populismo da basso impero, toccò alla spending review cominciare ad assestare i primi colpi a un potere dilagante. Niente più soldi, e sempre meno aiuti per la periferia proprio mentre la magistratura non perdeva il suo vizio preferito, quello di inquisire qualsiasi firma, senza quasi mai distinguere i veri ladri o gli incapaci, come il sindaco di Parma che aveva portato il comune sull’orlo della bancarotta, dagli ignari responsabili che cercavano solo di far funzionare la macchina per andare avanti. Con questa persecuzione a volte esagerata (Del Turco docet, ma anche Pierluigi Penati e tanti altri, che non erano sindaci ma sono finiti lo stesso dentro a questo imbuto), fare il sindaco è diventato un mestiere molto a rischio e sempre meno amato. Il potere centrale ha ripreso forza, le parole d’ordine sono cambiate e i candidati sindaci sono oggi per lo più figure di seconda o terza fila, quando non di mezza tacca, senza esperienza e senza storia. 

Dicevano: "Niente è peggio di Marino a Roma". Invece no

La crisi dei sindaci è cominciata da qui. E non ci si deve stupire più di niente. Se a Roma erano sicuri che peggio di Ignazio Marino non esistesse niente, oggi sono costretti a ricredersi, e perfino l’ultimo sondaggio della Index Research ha piazzato la Raggi all’88mo posto, ben sei posizioni dietro a quello che Beppe Grillo all’epoca della vecchia ricerca, del 2015, bollava come «Ignaro Marino, un morto che cammina. Roma è governata da uno zombie. la città è nel caos. I servizi non sono più garantiti. La capitale è sommersa dalla spazzatura e i topi banchettano con i rifiuti a due passi da San Pietro». Il Foglio è andato a sentire oggi cosa dicono nei comitati di quartiere, ascoltando Paolo de Vecchis, presidente di quello del Trionfale: «Negli ultimi tempi la situazione è peggiorata, ora siamo completamente invasi. L’aumento dei topi è direttamente proporzionale alla mancata raccolta dei rifiuti. Il degrado è palpabile, lo vedi, lo senti. Roma deve essere liberata, non si può aspettare». In compenso, la magistratura si sta già buttando su Vittoria Raggi, per un’altra inchiesta. A vederla tutta, è diventato un mestiere così difficile, che ci fanno una grande pena, tutti, senza distinzioni di colore, con neanche un euro in cassa, pieni di debiti, affossati dai problemi e accerchiati da squali di qualsiasi tipo. Poveracci. Peccato solo che le città siano le nostre. E alla fine quelli che paghiamo più di tutti siamo noi.