L'opera, la regia, i cantanti, il direttore: l'Italia riparte dalla Scala e da un 7 dicembre diverso

Luci, scene, costumi, Livermore trasforma la prima in una festa pop. Che incanta e commuove

Per me il 7 dicembre è una sorta di rito, qualcosa di imperdibile e da seguire in tutte le sue sfaccettature: l’opera, la regia, i cantanti, il direttore, il sovrintendente, i loggionisti, i vestiti delle signore, la “prima diffusa” sparsa per tutta Milano, il palco reale con gli applausi interminabili a Sergio Mattarella che hanno sanato la distanza fra popolo ed élites lo scorso anno, almeno parzialmente perché il popolo era rappresentato dalle élites in platea, la cena di gala della Società del Giardino, lo scorso anno la splendida presenza di Marracash ed Elodie che sono quanto di più simile al Puccini della “Tosca” offra il panorama contemporaneo perché hanno – tutti e due – la stessa forza dirompente, sfacciata, bella, capace di scandagliare l’animo umano, la stessa capacità di essere militanti.

Del 7 dicembre a Milano mi piace persino la fiera degli “O bej O bej”, le bancarelle di Sant’Ambrogio e dell’Immacolata. La prima della Scala sono le uova degli anni della contestazione e la diretta Rai che, dopo essere sparita, diventata solo radiofonica su Radiotre e poi transustanziata su Rai5, è finalmente tornata su Rai1, con ascolti sorprendenti e che riconciliano con il canone. Ecco, tutto questo, per ovvi motivi, quest’anno non c’era.

E anche Raiuno si è adeguata, anzi ha organizzato una giornata che sostituisse proprio la prima tradizionale: “A riveder le stelle”, con tanto di introduzione e postfazione di Milly Carlucci e Bruno Vespa. Il pubblico ha dimostrato di gradire con un ascolto medio di due milioni 608mila telespettatori, che per un programma così lungo sono parecchi, con uno share di 14,7 televisori accesi ogni cento (per l’anteprima due milioni 116mila con il 16 per cento di share) a cui vanno aggiunti tutti quelli che hanno seguito la prima su Radiotre e quelli che hanno scelto Raiplay.

In mezzo, c’è stata tanta di quella poesia televisiva e teatrale quanta non ne vedevo da anni, un capolavoro assoluto, capace di riconciliare con l’opera, con la cultura, con la Vita. E proprio qui sta il punto: la lettura delle quindici arie con ventiquattro cantanti che hanno sostituito la “Lucia di Lammermoor” di Gaetano Donizetti che avrebbe dovuto aprire la stagione della Scala è stata una cavalcata dalle tenebre alla luce. E, soprattutto, un capolavoro assoluto: musicale, culturale, teatrale, televisivo. Umano.

Anche Michela Murgia. Normalmente, Michela Murgia non sempre fa parte dei miei beni culturali di riferimento, ma ieri sera è stata perfetta con il suo richiamo alla “Bohème” e al fatto che i suoi protagonisti altro non erano che i lavoratori dello spettacolo dell’epoca, i dimenticati da tutti, quelli che non considerava nessuno, quelli che non meritano nemmeno di essere citati nelle conferenze stampa sull’ultimo DPCM: teatri, cinema, concerti, mostre, musei. Chiusi e senza lacrime.

Raccontando questa cosa, qualche giorno fa, qui su “Tiscali.it” avevamo raccontato di come a capo della reazione a tutto questo, con una parola splendida – “militanza” – ci fossero un professore, Andrea Del Ponte, e due intellettuali che lavorano a Genova e che hanno allestito una splendida mostra intitolata “Edipo, io contagio”, che parte dalla peste di Tebe e dal capolavoro di Sofocle per arrivare a noi.

Uno dei protagonisti del nostro racconto era il presidente di Palazzo Ducale che ospita (ospiterà, appena sarà possibile aprirla) la mostra: Luca Bizzarri che ha spiegato che “della pandemia dovrebbe occuparsi il ministero della Cultura e non quello della Salute”; l’altro era l’autore della mostra, Davide Livermore, che è anche il protagonista assoluto di questo trionfo scaligeroCerto, l’interpretazione musicale di Riccardo Chailly è stata straordinaria, impeccabile, senza una sbavatura e senza nemmeno andare mai sopra le righe.

Certo Lisette Oropesa e soprattutto Marianne Crebassa, splendide nei vestiti di Armani, hanno cantato divinamente e la Carmen della seconda, fasciata in un rosso torrido, è stata di una sensualità assoluta, che è proprio quella di un altro allestimento della Carmen, diversa ma uguale, uno splendido ossimoro: quella “cubana” messa in scena qualche anno fa al Carlo Felice di Genova proprio da Davide Livermore.

Certo, il ballo di Roberto Bolle che ha duettato con un laser sulle note di Davide Boosta Di Leo passato dai Subsonica alla Scala, è stato qualcosa da lasciare senza fiato. Esattamente come erano bellissimi anche gli abiti di Dolce & Gabbana, lo splendido finale sulle note di Rossini che portavano proprio “A riveder le stelle” con i cantanti schierati, la capacità di divertire con la musica di Vittorio Grigòlo, e brani come “E lucevan le stelle” che - sia pure in un’interpretazione forse meno trascinante e commovente di quella, splendida, di Francesco Meli alla fine della “Tosca” che ha aperto la stagione della Scala lo scorso anno, sempre con la regia di Livermore, of course - non possono lasciare indifferenti.

Insomma, bravi tutti e nessuno sotto il 7 in pagellaMa, se possibile, questo è stato il 7 dicembre di Davide Livermore più dei due precedenti che pure avevano segnato il suo trionfo e la sua consacrazione. Il 7 e dicembre del dieci e lode al regista. Perché la regia ha vinto su tutto, fondendosi con la musica come in un sabba erotico e splendido: le riprese di una Milano notturna e deserta mai così bella; i droni in volo sulla città prima e dopo le tre ore e un quarto di spettacolo; l’orchestra sistemata su una piattaforma sopra la platea, come sospesa, al livello dei palchi, coi musicisti tutti con la mascherina e ben distanziati, con ogni strumento, dal triangolo al contrabbasso, dalle percussioni ai fiati e primi piani televisivi splendidi, come quelli che ci regala quotidianamente la divina Silvia Stella dalla patria di Rossini. E il coro nei palchi che aggiungeva pathos a pathos.

E poi il treno nella neve e le mille citazioni di Livermore, da Cinecittà al clown di Federico Fellini, dal “Sorpasso” agli splendidi giochi con le videoproiezioni che sono un’altra delle meravigliose cifre stilistiche del regista anglo-torinese-valenciano-genovese-cosmopolita: penso in particolare a quelle con le piume volanti su “La donna è mobile” o agli astri e alle costellazioni sulle stelle protagoniste delle ultime due arie.

E anche qui è un gigantesco Livermore a far trionfare questo 7 dicembre: le scene, le luci, i costumi, il video design sono disegnate da lui e dal suo staff di sempre: Giò Forma, Gianluca Falaschi, D Wok, che sono marchi di fabbrica sulla bellezza e sulla magia dello spettacolo. E anche gli attori sono “livermoriani” puri: un grande Sax Nicosia, Giancarlo Judica Cordiglia, Laura Marinoni, Linda Gennari, Maria Grazia Solano, tutti reduci da una straordinaria “Elena” di Euripide che ha illuminato Genova, e poi nomi come Massimo Popolizio e Caterina Murino, tutti a leggere brani letterari e a cucire un pezzo con l’altro. C’è anche Alessandro Lussiana, che è quasi mio omonimo e mi fa sentire ancor più dentro questa meraviglia.

E, a proposito di “Elena”, Livermore riesce anche ad auto-citarsi, ma con dolcezza, con il palcoscenico inondato d’acqua come durante la sua messa in scena dopo la quale la tragedia greca non sarà mai più la stessa e i cantanti che arrivano come trascinati da scialuppe e da tronchi e passerelle sull’acqua.

E proprio per raccontare chi è Livermore e come pensa Livermore, basta guardare il finale del Guglielmo Tell di Rossini con il ricordo del concerto diretto da Arturo Toscanini l’11 maggio del 1946, con le immagini di quando la Scala riaprì subito dopo la guerra e il direttore d’orchestra suonò per la nuova Italia, che qualche volta era anche quella dei fascisti che lo assaltarono e lo insultarono quindici anni prima, nel 1931, perché il Maestro si rifiutò di eseguire “Giovinezza” al cospetto dei gerarchi a Bologna.

Ecco, Livermore ricorda questo e appare solo prima della chiusura per dire che "l'arte ci rende migliori, dà il senso alla nostra umanità. Ieri come oggi ripartiamo da qui, dalla cultura e dalla Scala. Solo con l'arte si può pensare tutti insieme di ritornare a riveder le stelle”.

E così tutta la serata, splendida, di Raiuno e della Scala, dell’Italia,  indipendentemente dall’ordine di apparizione e di citazione, diventa "un atto di militanza per ricordare che questo è il luogo in cui le persone hanno capito di essere cittadini". E chiude con l’appello per i dimenticati, per quelli dell’articolo dell’altro giorno su Tiscali.it, che partiva proprio da lui: "Tutto l'arco costituzionale deve capire che questa è la prima azienda del Paese".

Insomma, con questo 7 dicembre, l’Italia può e deve ripartire.

Con questo 7 dicembre c’è stata la migliore risposta agli haters, ai negazionisti, alla spazzatura che gira in rete e ovunque, ma anche a chi ha dimenticato che è sulla scuola, sui teatri, sui musei, sulla Cultura, sulla Bellezza che si costruisce il futuro e soprattutto il futuro di un Paese come l’Italia.

Alla fine dello spettacolo, avevo le lacrime agli occhi da tanta Bellezza ho visto, tutta insieme.

Anche quelli di Davide erano lucidi.