“Se rientri al lavoro ti faranno morire”: le minacce a una mamma lavoratrice dopo il secondo figlio

La storia che sembra appartenere al lontano 1800 è invece venuta a galla in questi giorni nella sede milanese della Cgil Lombardia

“Se rientri al lavoro ti faranno morire”: le minacce a una mamma lavoratrice dopo il secondo figlio
TiscaliNews

 “Ti faremo morire“. E’ la frase che una  neomamma  si è sentita rivolgere dal consulente un dell’azienda lombarda nella quale lavora da oltre 15 anni. La sua colpa? Aver avuto un secondo figlio. La donna, rientrata al lavoro dopo la gravidanza è stata da prima invitata ad accettare un incentivo per andarsene, e poi dopo aver rifiutato, ha dovuto iniziare a convivere con pesanti vessazioni. La storia che sembra appartenere al lontano 1800 è invece venuta a galla in questi giorni nella sede milanese della Cgil Lombardia in via Palmanova, dove sono stati presentati i numeri dell’Ufficio vertenze legali del sindacato che la sta sostenendo.

I problemi dopo il secondo figlio

La neomamma  - si legge nel  Corriere che ha riportato la notizia -  quando è nato  il primo figlio non ha avuto  nessun problema.  Ma recentemente ai vertici dell'azienda c'è stato un cambio generazionale e le cose sono molto cambiate. Quando il nuovo capo è venuto a sapere che era incinta  si è subito rivolto a lei in questi termini: “Dovevi dirmelo già quando tu e il tuo compagno avete deciso di avere un altro bambino”.  E  quando lei  ha provato a obiettare che nei primi tre mesi di gravidanza possono succedere tante cose, l'uomo le ha risposto così: “Perché, se lo avessi perso non me lo avresti detto?”

“Se rientri al lavoro ti faranno morire”

Ma i veri problemi sono iniziano al suo rientro in azienda. Sin dal primo momento è stata  oggetto di vere e proprie discriminazioni. “Appena tornata al lavoro, sono stata demansionata. Mentre ero in maternità hanno assunto una persona a tempo indeterminato per sostituirmi e un consulente dell'azienda mi aveva proposto dimissioni incentivate con una buona uscita. Mi ha detto: "Ti conviene accettare l'offerta, se rientri al lavoro ti faranno morire", ha raccontato la donna.

Il dimensionamento

Così, se prima della gravidanza, la donna era responsabile di un reparto, da quel momento le affidano compiti elementari: fotocopie, rispondere al citofono, tritare documenti, controllare la cassetta della posta e archiviare fascicoli cartacei. Le assegnano una scrivania con un computer, ma senza la possibilità di accedere alla sua consueta email, né ad altri indirizzi aziendali. Insomma  Muta profondamente il clima intorno.

Il voltafaccia dei colleghi

I colleghi, gli stessi di sempre e con i quali mai vi erano stati attriti o incomprensioni, iniziano a farle osservazioni e commenti negativi sul modo in cui “ricordavano lei lavorasse anche prima della gravidanza”. Inoltre controllano costantemente i suoi spostamenti e, a fronte dei banali compiti a lei assegnati, arrivano a sostenere che non “bucasse i fogli” nel modo corretto o a spiegarle come andassero “pinzati più fogli insieme”.  Insomma una situazione insostenibile ma alla donna non rimane che stringere i denti anche perché a fine mese ha bisogno di avere lo stipendio.  "E’ molto frustrante- dice questa madre- Ma così è purtroppo, io vado avanti con il mio lavoro”.

I dati della Cgil

Purtroppo questa storia raccontata dal Corriere non è un caso isolato.  I dati della Cgil dicono che “nel 2018 l’ufficio vertenze della Cgil ha aperto più di 27mila pratiche. Nella prima metà del 2019 sono state 14 mila. In Lombardia sono stati recuperati più di 54 milioni di euro, scrive ancora il Corriere. Le vertenze al momento aperte sono 5.695 per recuperare "stipendi mai o non del tutto pagati dai datori di lavoro". Le violazioni contrattuali sono la metà, 2.757 e tra queste ci sarebbero 1.623 licenziamenti illegittimi.