La Corte dei diritti dell'uomo dice "no" al ricorso della Sea Watch 3. La capitana non ci sta: "Porterò i migranti a Lampedusa"

Le 43 persone dovranno restare sulla nave in acque internazionali, all'Italia l'obbligo di assistenza. La Ong pronta a violare i limiti e la tedesca Rackete rischia l'arresto

La capitana della Sea Watch 3 con agenti della Gdf
La capitana della Sea Watch 3 con agenti della Gdf
di An. L.

 

E' no. La Corte europea dei diritti dell'uomo respinge il ricorso della Sea Watch 3: non si può imporre al governo italiano di accogliere la nave con i 43 naufraghi a bordo e ferma alla fonda da 14 giorni a 16 miglia circa dall’isola di Lampedusa, fuori dalle acque territoriali italiane. Ai giudici di Strasburgo la Ong chiedeva la "sospensione" del decreto sicurezza bis per "motivi umanitari" permettendo così l'attracco in un porto italiano. Richiesta respinta quindi, ma la Corte ha "indicato al governo italiano che conta sulle autorità del Paese affinché continuino a fornire tutta l'assistenza necessaria alle persone in situazione di vulnerabilità a causa dell'età o dello stato di salute che si trovano a bordo della nave". 

Il ricorso della capitana e dei migranti

La Corte ha avviato un'istruttoria dopo che i ricorrenti, cioè la capitana tedesca Carola Rackete, e una quarantina di migranti, avevano invocato gli articoli 2 (diritto alla vita) e 3 (divieto di trattamenti inumani e degradanti) della Convenzione. La richiesta era di essere sbarcati con provvedimento provvisorio d'urgenza per poter presentare all'Italia una richiesta di protezione internazionale. A questo la Corte di Strasburgo ha risposto ponendo dei quesiti alla capitana e ai migranti ospitati sulla nave, riguardanti le loro condizioni di salute fisica e mentale, le misure previste dal governo per l'assistenza. A quest'ultimo invece è stato chiesto quante persone erano state già sbarcate dalla nave, il loro possibile stato di vulnerabilità, le misure messe in campo, nonché la situazione attuale a bordo della nave. 

Dopo aver esaminato le risposte ricevute, entro il 24 giugno, la Corte ha deciso che non c'erano sufficienti motivazioni per chiedere al Governo italiano di applicare un provvedimento provvisorio di sbarco. Tale provvedimento viene infatti concesso "nei casi eccezionali in cui i richiedenti sarebbero esposti - in assenza di tali misure - a un vero e proprio rischio di danni irreparabili", come la stessa Corte ha precisato. Richiesta respinta. 

La nave potrebbe entrare comunque in acque italiane

La Sea Watch nel suo profilo Twitter scrive che i migranti a bordo "sono disperati. Si sentono abbandonati. Ci hanno detto che la vivono come una negazione, da parte dell’Europa, dei loro diritti umani". La capitana promette di non arrendersi e già oggi potrebbe condurre la sua nave fino all'isola di Lampedusa, ha detto in un'intervista a Repubblica, e quindi portare i migranti "in salvo". Lo aveva assicurato "qualunque fosse stata la decisione della Corte". E questo nonostante lei rischi l'arresto per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, forse l'incriminazione per associazione a delinquere, multe e la confisca della nave previste dal decreto Sicurezza bis. Si capirà oggi quale sarà la decisione della donna.

La traiettoria della Sea Watch in questi giorni fuori dalle acque territoriali italiane

Un altro tentativo di sbloccare la situazione, dopo che anche il ricorso al Tar non era andato a segno, è messo in campo dal Garante dei detenuti. Il quale, ha precisato in una nota, "non può né intende intervenire su scelte politiche che esulano dalla propria stretta competenza. Tuttavia, è suo dovere agire per fare cessare eventuali violazioni della libertà personale, incompatibili con i diritti garantiti dalla nostra Carta, e che potrebbero fare incorrere il Paese in sanzioni in sede internazionale". In particolare l'Autorità garante ha ribadito che "le persone e loro vite non possono mai divenire strumento di pressione in trattative e confronti tra Stati. Ritiene inoltre che la situazione in essere richieda la necessità di verificare se lo Statoitaliano, attraverso le sue Autorità competenti, stia integrando una violazione dei diritti delle persone trattenute a bordo della nave".

Salvini esulta

La sentenza è stata subito commentata dal ministro dell'Interno, Matteo Salvini, secondo cui “anche la Corte di Strasburgo conferma la scelta di ordine, buon senso, legalità e giustizia dell’Italia: porti chiusi ai trafficanti di esseri umani e ai loro complici. Meno partenze, meno sbarchi, meno morti, meno sprechi. Indietro non si torna”. Il ministro dell’Interno aveva comunque liquidato con poche parole l’iniziativa del ricorso, fatto dai migranti a bordo: "Ci pensino Olanda e Germania", aveva detto.