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[La storia] L'azienda chiude e restano senza lavoro, 12 dipendenti l'acquistano con i loro Tfr: ora fatturano 2 milioni

Quando la Lafer fallì comprarono con i loro risparmi macchinari e magazzino. Ma "non è stato tutto rose e fiori". Hanno passato momenti difficili. Si sono scontrati con la burocrazia, con dei sabotaggi, furti e perfino un incendio. Poi hanno vinto

Ignazio Dessìdi Ignazio Dessì   
I dipendenti della ScreenSud di Acerra (Napoli)
I dipendenti della ScreenSud di Acerra (Napoli)

Per loro l’anno orribile è stato il 2012.In particolare il momento in cui la loro azienda fallì buttandoli nella disperazione. Senza un lavoro è difficile andare avanti, soprattutto quando si ha una famiglia alle spalle. E soprattutto al Sud, dove le occasioni occupazionali sono rare come le mosche bianche. Cosa fare in quelle occasioni? I 50 operai della Lafer, società che ad Acerra, in provincia di Napoli, produceva ed esportava nel mondo reti d’acciaio per vagliature industriali, devono averci pensato a lungo, passando inevitabili notti insonni. Ognuno ha cercato la strada migliore per andare avanti, ma 12 di quei dipendenti, impiegati ed  operai, hanno deciso di rischiare. Di comprare con i loro Tfr e i loro risparmi di una vita i macchinari della ditta dal tribunale fallimentare e subentrare alla vecchia proprietà.

La sfida vinta

A distanza di 7 anni quella dozzina di lavoratori ha vinto la sfida: adesso la fabbrica si chiama ScreenSud e la cooperativa che la dirige fattura 2 milioni di euro all’anno. Un bel risultato, frutto del coraggio e della caparbietà di chi ha rischiato tutto per iniziare una nuova esistenza. Anche se non è stato facile. Ci sono voluti grandi sacrifici, nel periodo iniziale. Hanno dovuto fare un impegnativo trasloco e rimediare alle conseguenze di un incendio.

Ora però raccolgono le soddisfazioni dell’aver creduto che l’attività di produzione di telai in acciaio, reti antintasanti-setaccio per l’industria estrattiva e l’edilizia potevano continuare a farla loro. Non per nulla sul loro sito si legge qualcosa che suona come un moto d'orgoglio: "La nostra è una storia a lieto fine, una storia di rinascita e di riscatto per degli ex dipendenti... Quando la società è andata in liquidazione, noi abbiamo deciso di non mollare e di rimettere in gioco le nostre competenze maturate in oltre quindici anni di attività".

"Ciò che facciamo è per noi"

“Ti alzi da casa tua e vieni a casa tua – racconta su Repubblica Raffaele Silvestro, il presidente della Cooperativa, già responsabile commerciale della vecchia società – Tiri fuori più energie in tutto quello che fai perché lo fai per te. Una esperienza unica. Certo non è tutto rose e fiori. Non mancano gli screzi ma si superano. So che in caso di difficoltà, se chiedo ai miei compagni di rinviare lo stipendio per pagare un fornitore, mi dicono di sì”.

Uno dei prodotti della ScreenSud (Dal loro sito)

Investimento e difficoltà

Quando la vecchia Lafer ha chiuso i battenti ed è stata messa in liquidazione, i 12 dipendenti hanno investito dai 7 ai 25mila euro a testa e portato il capitale sociale a 130mila euro.  Poi, con l’assistenza di LegaCoop, hanno partecipato all’asta attraverso la quale il giudice fallimentare metteva sul mercato i macchinari e il magazzino dell’azienda.

Superato quell’ostacolo tuttavia ne hanno trovato davanti altri ed hanno lottato con le unghie e con i denti. Difficoltà burocratiche per quel pagamento dei Tfr che l’Inps non si decideva ad effettuare, le mazzate di alcuni sabotaggi e furti e perfino un grave incendio, hanno messo fortemente a rischio la riuscita dell’impresa.

Insomma “un percorso a ostacoli difficilissimo. Se ci penso ora mi vengono i brividi”, spiega sul giornale un altro dei protagonisti del successo della ScreenSud, Carmine De Luca rivelando un altro ostacolo molto duro che tutti hanno dovuto scavalcare: i timori e le riluttanze delle persone care, delle loro famiglie. “Trovati un altro lavoro, è meglio, mi diceva mia moglie – racconta Carmine – Anche per questo  ero sempre nervoso. Avevo paura”. Come ne avrebbe del resto chiunque, davanti alla responsabilità di decidere per sé ma anche per la propria moglie e i propri figli. Alla fine però “ho deciso di rischiare perché mi fidavo dei colleghi”, dice il dipendente diventato imprenditore. In ogni caso “la disperazione ci ha dato la forza di provarci e quella di volontà per realizzare” la nostra scommessa.

Alla fine quella potente energia profusa dall'impegno dei singoli e del gruppo ha prodotto il grande risultato e adesso la scatenata dozzina ha creato una realtà imprenditoriale con 2 milioni di euro di fatturato. Una gran bella realtà. Un bell’esempio di determinazione, capacità e coraggio che, per altro, come un altro caso di Workers buyout, quello della Wbo Italcables di Caivano, viene dal tormentato Sud. E anche questo vorrà pur dire qualcosa.

Ignazio Dessìdi Ignazio Dessì   
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