[La storia] Le scommesse da mezzo milione di euro su una partita di calcio. Il vizietto del boss che puntava i soldi della mafia di mare

Una montagna di soldi, al punto da non sapere cosa farne. Lo dice, con ancora lucida sincerità, di nuovo lui: “Di tutti questi soldi sinceramente non sapevo che cosa fare; il vizio che avevo io è che giocavo, così passavo il tempo”. La confessione del boss in tribunale

Il boss Vito Galatolo
Il boss Vito Galatolo

Negli anni abbiamo visto sfilare davanti alle corti di giustizia boss mafiosi di ogni genere e con ogni caratteristica. I pittori come Luciano Liggio, capo di Cosa Nostra, che si definiva uomo di arte. I diplomatici, come Michele Greco, soprannominato il Papa per la sua capacità di mediare tra le famiglie. I finanzieri, come Pippo Calò, il cassiere della mafia siciliana. E poi i banchieri, i politici, i sindaci, qualche poeta, altri con velleità da scrittori, imprenditori, cantanti, sciupafemmine, qualche buon giocatore di carte: tutti intenti a costruire l'epica di loro stessi, nella tessitura del potere sanguinario, tra un omicidio e un vizietto. Mancava all'appello solo lo scommettitore incallito. Il boss dei videopoker e delle lotterie.

Mafia di mare

Il vuoto lo ha voluto riempire Vito Galatolo, boss dell'Acquasanta di Palermo, figlio di Vincenzo, a sua volta capo, condannato per gli omicidi del generale Dalla Chiesa e del giudice Chinnici; famiglia di una mafia di mare, si potrebbe dire, visto che hanno sempre controllato i traffici illeciti al largo delle coste con le imbarcazioni di loro proprietà. Vito, in particolare, oggi pentito, detto “U picciriddu”, è un operaio motoscafista e quando, per un lungo periodo, ha vissuto a Venezia in sorveglianza speciale, come copertura, ha scelto anche quella di barcaiolo per i turisti. Poi si è pentito, ha consentito di conoscere i retroscena della volontà mafiosa di uccidere il pm Di Matteo e oggi vuota il sacco, partendo da se stesso e rivelando che, tanto a Venezia quanto a Palermo, la sua grande passione erano le scommesse.

Mezzo milione di euro

“Una volta – ha detto l'uomo durante le udienze di un processo a Palermo – ho giocato mezzo milione di euro in una volta sola, entrando in una sala giochi”. Tutta la corte, in aula per il processo derivante dall'operazione Apocalisse (97 imputati, portati alla luce tre anni fa), ha strabuzzato gli occhi.”Cinquecentomila euro – ha chiesto sorpreso un giudice, secondo quanto riportato da Sicilia live – Proprio mezzo milione?”. Imperturbabile, il mafioso di mare. “Qualcosa in più, qualcosa in meno... - ha detto - era denaro mio personale”.

Soldi di mafia

A quel punto, la nuova domanda è arrivata naturale: “e dove lo prendeva questo denaro, se era il suo?”. Qui è arrivata la risposta, addirittura ingenua per schiettezza, quasi un manifesto del pensiero elementare mafioso: “dalle attività illecite”. Chiaramente. “Io sto parlando – ha aggiunto l'uomo - che quando si prendono dei soldi dentro Cosa Nostra, io c'ho la mia parte, sono soldi che vanno a me... Erano delle costruzioni, avevamo delle società con i Graziano; mio padre all'epoca negli anni '80 insieme ad Antonino Madonia, il capo, il vero capo mandamento di Resuttana, ha fatto delle società... tutto quello che costruivano nell'Acquasanta, nel territorio dell’Acquasanta, erano delle società”.

Una montagna di denaro

Una montagna di soldi, al punto da non sapere cosa farne. Lo dice, con ancora lucida sincerità, di nuovo lui: “Di tutti questi soldi sinceramente non sapevo che cosa fare; il vizio che avevo io è che giocavo, così passavo il tempo”. Un gioco, non un vizio. Nemmeno una ossessione. Soldi che ti escono dalle orecchie e che si puntano, per divertimento. Si vinceva, si perdeva. Soprattutto si perdeva, come i giocatori ben sanno. Ma quando i soldi sono molti e non sono guadagnati, quando distillano il sudore della fronte di altri, anche il rischio fa meno paura.

Ogni tanto, il saldo

“Giocavo – aggiunge particolari al suo racconto – nell'agenzia di Natale-San Lorenzo, a Resuttana. Quando ero a Palermo andavo direttamente io a giocare o ci mandavo qualcuno. Ovviamente c'era massima fiducia. Saldavo ogni tanto. Quando vincevo, quando perdevo, si facevano i conti. Col dare e l'avere e ci si metteva sempre i pari. A volte giocavo per telefono. Fino a 20mila euro alla settimana. Poi prendevamo le borse di soldi e pagavamo, se c'era da pagare”.

Debiti a Mestre

In realtà, quando fu arrestato, il boss risultò avere debiti di gioco inevasi per 80mila euro. A reclamarli l’Aladin Bet 2 di Mestre e la Match point, sempre dei dintorni di Venezia. Perché il boss, anche in sorveglianza speciale, anche fuori territorio, non aveva smesso la sua passione. “Anche se mi trovavo a Venezia – ha ammesso durante il processo, una volta pentito -, telefonavo, dicevo: Leandro giocami 5 mila, 15 mila, 20 mila euro per una settimana e poi se perdevo chiedevo a mio cognato, chiedevo a qualcuno di portare soldi, che erano soldi nostri, miei”. Soldi illeciti, ci capisce.

Il calcio

Ma su cosa puntava, il boss Galatolo? Partite di calcio dei campionati italiani ed esteri, soprattutto. Nel mirino, quando scattò il blitz tre anni fa, soprattutto cinque centri scommesse dove in realtà, oltre al vizio e alla passione, si provava anche a strutturare una rete, un po' rudimentale, di riciclaggio del denaro sporco, con account di gioco intestati a prestanome, o attraverso il transito di internet point con i quali piazzare le puntate su server esteri.

Siti di riciclaggio

Uno dei canali utilizzati, quello della Leaderbet, di proprietà della Lb Group limited, con sede a Malta e oscurata dall'Aams. «Era in siti come questi — spiegò a Repubblica, il giorno del blitz, il maggiore della Guardia di finanza Roberto Vallino —. A volte utilizzando un conto di gioco di un ignaro cliente. In questo modo diventava quasi impossibile seguire i movimenti di denaro. Anche perché i conti gioco funzionano come dei veri e propri conti bancari, senza però avere la stessa rintracciabilità». Migliaia di euro su singole partite. Puntate enormi su risultati secchi. Vincere, innanzitutto. Ma anche simulare puntate per ripulire il denaro.

La punta di un iceberg

«Le somme di denaro ricostruite nelle indagini — dichiarò il Colonnello Calogero Scibetta — sono solo la punta di un iceberg. Difficile quantificare l'intero business». Oggi una parola la dice, durante il processo, lo stesso boss pentito. Puntate da mezzo milione di euro, che nell'aula di Giustizia, fanno insorgere alcuni degli stessi imputati. Piero Magrì, in primo grado condannato a 8 anni di carcere, stanco di quei racconti, si alza e chiede di fare una dichiarazione spontanea. Prima si dichiara innocente, poi sbotta: “Sento nominare 500mila, 800mila, e mi vergogno; la gente non ha il pane, ha bisogno di mangiare e lui parla di scommesse”.