Il medico e l’infermiera di Saronno, in carcere per omicidio, non possono essere licenziati e prendono ancora lo stipendio

Il contratto sanitario prevede che si possa perdere il posto di lavoro solo a sentenza passata in giudicato. Anche a fronte di un quadro indiziario grave

Leonardo Cazzaniga e Laura Taroni
Leonardo Cazzaniga e Laura Taroni

Sono in carcere con l’accusa di aver commesso diversi omicidi ma non possono essere licenziati dal posto di lavoro – pubblico - che occupano, e continuano perfino a percepire metà dello stipendio. Sono Leonardo Cazzaniga e Laura Taroni, il medico e l’infermiera di Saronno arrestati nelle settimane scorse con l’accusa di aver somministrato a vari pazienti dosi eccessive di farmaci, provocandone la morte. I due sono in custodia cautelare in cella, dopo una lunga e dettagliata inchiesta, composta da intercettazioni, acquisizioni di documenti e cartelle. Un quadro accusatorio circostanziato che gli costa la libertà, benché entrambi respingano le accuse.

La nota stonata

La nota stonata è che l’Ospedale di Saronno, di cui i due - amanti – sono dipendenti a tempo indeterminato, non riesce a licenziarli. Vorrebbe ma non può. I due, infatti, sono tutelati dal contratto del reparto sanitario, che, alla pari di altri contratti del Pubblico impiego, prevede che si possa procedere a licenziamento solo in caso di sentenza passata in giudicato. Quindi, anche di fronte a un quadro indiziario grave, anche rispetto ad accuse che riguardano proprio l’esercizio della loro stessa professione, anche in presenza di provvedimento giudiziari cautelari importanti come la detenzione in carcere, non si possa mandare via i lavoratori.

Solo la sospensione

Per l’azienda, l’unico provvedimento possibile è stata la sospensione, che solleva – ovviamente – i due dalla prestazione lavorativa ma gli dà comunque il diritto a percepire una indennità. «Un’altra conseguenza dell’applicazione del contratto collettivo del lavoro sanitario - dichiara a Lidia Baratta del giornale Linkiesta, Luca Failla, avvocato – è che in questo momento, nonostante i due siano in custodia cautelare, sospesi dal lavoro, percepiscano comunque la metà dello stipendio».

La beffa

Una vera beffa, per l’azienda sanitaria, gravemente danneggiata anche nell’immagine, oltre che nella funzionalità del servizio. Ma c’è di più. Se i termini di custodia cautelare dovessero scadere, se gli inquirenti dovessero revocare la carcerazione preventiva, mantenendo le accuse, il medico e l’infermiera potrebbero addirittura tornare in servizio. La sospensione, infatti, opera solo per la materiale impossibilità dei due di lavorare, essendo privati della libertà. Ma se fossero indagati, e poi processati, a piede libero, potrebbero tornare in corsia, rimettere il camice, accudire di nuovo i pazienti, anche portando sul groppone accuse di questa gravità.

La punta di un iceberg

“Il caso di Saronno – dichiara ancora Failla a Linkiesta - è la punta dell’iceberg di una stortura che deve essere risolta, in cui i contratti collettivi tutelano in modo più stringente i lavoratori che sono coinvolti in procedimenti penali rispetto a quelli che non lo sono e che invece possono essere legittimamente licenziati. Così si finisce che i dipendenti che si sono macchiati di fatti più gravi sono più tutelati”. Un paradosso che potrebbe addirittura tradursi in una ulteriore beffa. Se i due, infatti, patteggiassero, potrebbe in seconda battuta addirittura impugnare il licenziamento con qualche probabilità di spuntarla.

Il rischio di reintegro

«Accade sempre – continua l’avvocato Failla, intervistato da Linkiesta - che, a seguito del patteggiamento, il Giudice del lavoro valuti la sentenza in modo neutro, come elemento a favore dell’innocenza del lavoratore».  Naturalmente è difficile che ciò accada con accuse gravi come quella di omicidio. Ma è successo con reati come rapina o spaccio di droga. Datori di lavoro si sono visti costretti a reintegrare lavoratori condannati, con una tutela che appare oggettivamente eccessiva.

Un punto di principio

Un sistema di garanzie, quelle presenti sul mercato del lavoro, che è sempre di più a macchia di leopardo. Chi tanto, forse troppo, chi poco, forse niente. Chi viene pagato con un voucher, a chiamata, chi non può essere messo fuori nemmeno se in carcere con l’accusa di omicidio. Naturalmente, qui, non è in discussione la presunzione di innocenza, diritto e garanzia per tutti, fino alla Cassazione. E’ in discussione la possibilità di invertire la modalità: se sei in cella con accuse così gravi, io ti licenzio e non ti do più lo stipendio. Se fossi assolto, ti reintegrerei. Una inversione forse indispensabile per segnare un punto di principio, e per impedire il paradosso di vedere un medico e una infermiera, accusati di aver ucciso diverse persone durante il loro lavoro, che continuano ad essere pagati dal Servizio sanitario nazionale. Soldi pubblici, per giunta.