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[L’analisi] Il rottame trasformato in oro. Grazie a Marchionne la Fiat ha guadagnato in borsa il mille per cento

Ingaggiato per vendere la Fiat agli americani della General Motors, finisce che invece si compra un’azienda americana. Miracolosamente riesce a rilanciare sia la casa madre che il nuovo acquisto. E, poco alla volta, restituisce pure i soldi avuti in prestito da Obama

Giuseppe Turanidi Giuseppe Turani   
[L’analisi] Il rottame trasformato in oro. Grazie a Marchionne la Fiat ha guadagnato in borsa il...

Figlio di un carabiniere abruzzese, trasferitosi in Canada, Sergio Marchionne, dopo aver lavorato in aziende svizzere, approda in Fiat nel 2004, cooptato nel consiglio di amministrazione da Umberto Agnelli, che lo stimava moltissimo.

Quando Umberto muore e bisogna pensare alla successione, Susanna Agnelli, che probabilmente ne aveva parlato con il fratello, indica Montezemolo per la presidenza e Marchionne come amministratore delegato.

La partita si presenta subito quasi impossibile. La Fiat va malissimo. I modelli sono tutti vecchi, la reputazione modestissima (“A Parigi – si diceva allora – solo i portieri di notte girano con auto Fiat”), i conti un disastro assoluto: perdite e  debiti. 

Inoltre, l’azienda è in pratica già stata venduta alla General Motors (la numero 1 americana). Anzi, l’azienda ha in mano un’opzione put, con la quale può chiedere in ogni istante agli americani di comprare tutto.

Marchionne parte per gli Stati Uniti, probabilmente con l’incarico di sentire che aria tira. Ma ha in testa un disegno: far scucire molti soldi alla General Motors per liberarla dall’obbligo di comprare tutta la Fiat, che va malissimo. Un’impresa quasi disperata. All’epoca, un banchiere milanese mi confida invece: “Vedrai che Marchionne ci riesce. Vedi, noi abbiamo studiato a Oxford, conosciamo le buone maniere. Sergio invece ha studiato in America e sa come si dice “Andate a cagare”. Li spaventerà e ci riuscirà”.

Va proprio così. Per uscire dall’affaire Fiat Marchionne chiede una cifra astronomica: 1,55 miliardi di dollari. Si discute un po’, ma alla fine gli americani accettano: un miliardo subito e il resto dopo 90 giorni. L’accordo viene raggiunto a New York e di corsa Marchionne vola a Torino, dove nel giro di poche ore è riunito il consiglio di amministrazione per ratificare il tutto.

Con quella dote, comincia a ricostruire la Fiat. Si sbarazza di tutto quello che non sono auto e motori, e si mette al lavoro. Ha un grande senso del marketing. Ma riesce anche a far funzionare le fabbriche. All’inizio non ci sono modelli nuovi, tanto il mercato non tira. Ma dietro le quinte si lavora. Quando il mercato riparte, arrivano le nuove auto e sono tutte un successo.

La sua seconda grande occasione arriva dieci anni dopo: c’è di nuovo crisi dell’auto e in America Detroit sembra un cimitero. Tutte le case automobilistiche sono a pezzi. Marchionne punta la terza, la più piccola, la Chrysler. Grazie ai buoni rapporti con l’amministrazione Obama riesce a avere un finanziamento dalla Casa Bianca. Ma non è coì semplice. Il 40 per cento dell’azienda è in mano al sindacato automobili. Gente dura, molto attenta al proprio denaro (si tratta delle loro pensioni). La trattativa è lunghissima e probabilmente la più tosta che Marchionne abbia mai dovuto affrontare. Ma alla fine vince. E il sindacato americano gli cede le proprie azioni. La Chrysler entra nell’impero Fiat e la Fiat diventa a tutti gli effetti, per la prima volta nella sua lunga storia, una multinazionale. 

Insomma, ingaggiato per vendere la Fiat agli americani della General Motors, finisce che invece si compra un’azienda americana. Miracolosamente riesce a rilanciare sia la casa madre che il nuovo acquisto. E, poco alla volta, restituisce pure i soldi avuti in prestito da Obama.

Il mercato dell’auto va in ripresa e tutto torna. Marchionne, che intanto è diventato presidente anche della Ferrari (il gioiello dell’impero), comincia a pensare al dopo Fiat (che ormai si chiama Fca).

A conti fatti l’era Marchionne si chiude con un guadagno di Borsa del titolo Fiat del 1000 per cento. Il valore delle azioni, cioè, si è moltiplicato di dieci volte. Risultato impressionante, soprattutto se si tiene conto del fatto ce all’inizio quella era un’azienda fallita e piena di debiti, senza un futuro.

Del suo stile si sa ormai tutto. La sua rivoluzione è consistita nell’avere pochissimi, quasi zero, rapporti con i politici e rapporti molto netti con il sindacato italiano, soprattutto la Fiom, il cui segretario, Landini, si segnala come un suo nemico personale. Marchionne, ad esempio, accetta di riprendere la produzione a Pomigliano d’Arco, ma chiede il rispetto di prestazioni lavorative standard. La Fiom si oppone. Si fa un referendum e vince Marchionne. A Landini non resta altro che inseguire l’amministratore delegato con inutili denunce nei tribunali italiani.

In sostanza, gli hanno consegnato un rottame e lui nel giro di dieci anni ne ha fatto il sesto gruppo automobilistico mondiale, in attivo e ormai senza più debiti. E senza chiedere un solo euro al governo italiano. Gli unici soldi pubblici che ha avuto sono quelli che gli ha prestato Obama in America.

Tutto bene (c’è anche una nuova compagna di vita). Ma una ventina di giorni fa etra in ospedale in Svizzera per un intervento alla spalla e dice ai collaboratori: “Starò via pochi giorni, non terremotate l’agenda”. Ma i medici scoprono metastasi ai polmoni. E la situazione si aggrava di ora in ora. Finisce in coma, probabilmente irreversibile.

Ma lunedì le Borse riaprono e la Fca sostituisce Marchionne di corsa. Il capitale non si ferma mai.

 

Giuseppe Turanidi Giuseppe Turani   
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