Rodotà e il tumore, l'ultima lezione del campione della società civile

Ha combattuto da pendolare della malattia andando al Gemelli, ogni giorno, con la sua macchina. Ha resistito per cinque lunghi anni, senza arrendersi mai

Stefano Rodotà

Il grande pubblico lo aveva imparato a conoscere, alla fine degli anni novanta per il tormentone televisivo di Ezio Greggio e di Enzo Iachetti a Striscia la notizia: "Rodotá-ta-ta", gridato con pollici e indici piegati a mo' di mitragliatrice. E lui che all'epoca era diventato il primo Garante della privacy, ma soprattutto un uomo di spirito, ci scherzava su divertito: "vedi? Tu studi per una vita, e poi ti riconoscono per via di un Gabibbo!".

Ma Stefano Rodotá - che oggi purtroppo ci la lasciato dopo una lunga battaglia contro la malattia - era, in Italia, molto più che un personaggio politico: era un intellettuale, un nome e simbolo evocato durante le Quirinarie dai grillini che gridavano in piazza: "Rodotá! Rodotá!", trasformandolo prima in una bandiera politica, poi in un candidato e infine in un eroe ripudiato.

Aveva vinto le Quirinarie sul blog di Grillo dopo Milena Gabanelli, e il M5s lo avevano candidato al Colle, votandolo scrutinio dopo scrutinio. Poi - senza preavviso - dopo l'elezione del nuovo presidente Grillo lo aveva improvvisamente ingiuriato: "È stato un ottouagenario miracolato dalla rete". Eppure anche questo innamoramento passeggero non lo aveva minimamente turbato: "Gli insulti di Grillo non mi fanno né caldo né freddo: sono pententi - aveva detto - di tutto l'affetto che ho raccolto".

E tuttavia, nel 2013, anche grazie ai voti del M5s Rodotá era stato ad un passo dal diventare presidente della Repubblica, evitando un secondo mandato del suo storico rivale Giorgio Napolitano: per questo paese sarebbe stato uno choc positivo, un secondo Pertini. E avrebbe sicuramente impedito un governo di larghe intese. Ma a votargli contro fu la stessa sinistra da cui proveniva, i compagni che lo avevano accompagnato per una vita. Rodotá era, per chi lo ha conosciuto bene, un intellettuale, uno studioso, e un uomo di straordinaria simpatia.

Aveva scoperto di avere un tumore, e lo aveva combattuto da pendolare della malattia andando al Gemelli, ogni giorno, con la sua macchina. Ha resistito per cinque lunghi anni, senza arrendersi mai. Un giorno io e Marco Berlinguer lo eravamo andati ad intervistare per Pubblico- il quotidiano che dirigevo allora - nella sua casa piena di libri vicino a largo Argentina, completamente foderata di libri.

Rodotá aveva appena pubblicato il libro che considerava la summa dei suoi studi: "Il diritto di avere diritti". Ed era da poco salito sul palco di una manifestazione organizzata dalla Fiom, perché mentre Matteo Renzi sceglieva Sergio Marchionne gli sembrava normale schierarsi dalla parte dei lavoratori della Fiat. Un gesto che gli aveva alienato non poche simpatie, ma che lui considerava "necessario" non solo per il rapporto di amicizia con Maurizio Landini. Era diventato candidato al Quirinale per la prima volta nel 1992, sostenuto idealmente da "Cuore, il settimanale di resistenza umana", diretto da Michele Serra che all'epoca era nelle tasche di tutti i giovani di sinistra. E nel 1979 era entrato in parlamento come deputato della Sinistra indipendente eletto nel Pci.

Sempre a sinistra, per una vita, ma sempre in modo eterodosso, da uomo libero, sempre indipendente. Aveva alle spalle una storia di tradizionale socialista nella sua Calabria, una militanza antichissima nel Partito Radicale, di Mario Pannunzio, dove aveva intrecciato una burrascosa amicizia con Marco Pannella. Nel 1989 era diventato ministro ombra nel governo di Achille Occhetto, nel 1992 presidente del Pds. Ma anche quel ruolo lo aveva lasciato sbattendo la porta, quando da vicepresidente della Camera era stato messo da parte per la candidatura di Napolitano. In realtà la rivalità tra i due non era umana, ma politica.

Rodotá e Napolitano sono stati per mezzo secolo le due anime della sinistra italiana: quella radicale e legata al culto della libertà, e quella riformista e legata al tema del governo. Adesso che la politica diventa piccola, i due ex avversari sembrano entrambi dei giganti. Rodotá se ne va dopo essere stato fino all'ultimo un campione della società civile: non aveva scorte, non aveva poltrone, non aveva cariche. Ma era l'uomo dei diritti nel paese dei senza-diritto: la più grande soddisfazione possibile per un uomo come lui.