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[Il ritratto] Chi è il direttore del museo egizio diventato un eroe grazie all'arroganza dei politici. La storia incredibile dell'uomo dei record

Christian Greco lo potremmo definire un fenomeno. Partito dal nulla è riuscito a portare il museo di Torino a risultati mai visti. Eppure la Meloni (che poi ha smentito) vorrebbe cacciarlo in caso di vittoria alle elezioni.

[Il ritratto] Chi è il direttore del museo egizio diventato un eroe grazie all'arroganza dei politici. La storia incredibile dell'uomo dei record

Christian Greco, 42 anni, vicentino di Arzignano, direttore del museo egizio di Torino, è diventato il simbolo delle vittime dell’arroganza dei nostri politici. Che poi, più che vittima ormai è un eroe. Dopo la reprimenda di Giorgia Meloni contro la sua iniziativa «fortunato chi parla arabo» per avvicinare anche gli immigrati a una delle culture più antiche e importanti del mondo e la minaccia del suo partito di mandarlo via appena saranno al governo, ha ricevuto tanti di quegli elogi e attestati di solidarietà da non saper più da che parte girarsi a dire grazie. 

Endorsement bipartisan, nessuno escluso, pure dentro Fratelli d’Italia. Antonella Parigi, assessore alla cultura della Regione Piemonte, ha detto: «Ce ne fossero di Christian Greco in Italia! Saremmo un Paese migliore». Il presidente della Regione Chiamparino: «Christian Greco sempre, tengano giù le mani dall’egizio». Francesca Leon, assessore 5 stelle di Torino: «In Italia ci sono pochi direttori che hanno dimostrato tanta competenza come lui. Sta facendo un lavoro di grande qualità da ogni punto di vista. E poi Greco è stato scelto con un concorso». E quindi non può essere sbattuto via da un ministro. 

Quello attuale, Franceschini, in ogni caso, s’è unito al coro: «E’ un grande direttore che ha tutta la nostra stima». Persino il sindaco di Rimini, Andrea Gnassi, s’è sbrigato a scrivergli: «Se passa l’editto Meloni venga subito al Museo Fellini. Rimini sarebbe lieta di accogliere fra le sue braccia un uomo e un professionista di straordinarie capacità, in grado di far fare un salto importante alle gestione dei beni culturali e intellettuali. Lei onora Torino, quel museo e l’Italia intera». Così, pure Guido Crosetto, dei Fratelli d’Italia, ex ministro di Berlusconi, è stato costretto a smentire pubblicamente il suo partito: «Finché ci sarò io, nessuna persona di valore come Greco sarà mai rimossa per motivi politici».

Partita chiusa. Ma al di là dello scandalo che ha fatto questa notizia, con retromarce e smentite di vario tipo alla fine della baraonda («Io non ho mai detto questo», «nessuno ha mai pensato di», eccetera eccetera), chi è davvero Christian Greco, l’uomo per il quale è insorta mezza Italia in sua difesa? E’ uno che viene dal basso, un self made man, che ha avuto successo all’estero prima di arrivare in Italia, un primo della classe che dopo essersi diplomato con il massimo dei voti viene ammesso subito al collegio Ghisleri di Pavia, scuola di Eccellenza. 

Per la laurea farà pure la Normale di Pisa. Un vero secchione. Perché costretto  a farsi tutta da solo. Durante i mesi all’estero per il progetto Erasmus, è riuscito a infilare 12 esami, cinque in Italia e sette in Olanda, uno ogni quindici giorni, mentre studiava pure l’olandese, che non è proprio una lingua facilissima, chiuso nella sua camera: «Devo essere stato l’unico che non si è mai divertito».

Nel frattempo lavorava pure. E parecchio. Nei primi due anni in Olanda, a Leida, 20 chilometri da Amsterdam, tutti i giorni dalle 6 alle 8 di mattina faceva le pulizia nella facoltà di chimica e la domenica il turno di notte alla reception dell’hotel Ibis: «Tornavo a casa alle 7 di mattina, facevo la doccia e andavo di corsa in aula», ha confessato al Corriere della Sera. «Ho imparato la dignità del lavoro, qualunque esso sia. Ho imparato che è importante chi sei, non cosa fai. Io sarò sempre un egittologo, anche se dovessi tornare a servire una birra al bar, e non certo perché oggi ho un ruolo».

La passione gli è venuta presto, a 12 anni, durante un viaggio sul Nilo con la mamma, davanti alla tomba di Ramses e al tempio di Abu Simbel. «La valle dei Re mi lasciò senza fiato. Dissi a mia madre: io da grande farò l’egittologo».

Ci è riuscito scalando gradino dopo gradino. Nel 2007, a 32 anni, vince il Master in egittologia, vince il dottorato di ricerca all’Università di Pavia ma non ci va mai, insegna italiano all’università di Leida, poi direttore di un hotel (anche lì ha scalato, da portiere di notte) e guida al Rijksmuseum van Oudheden. Partecipa a qualche scavo, diventa direttore del museo di Leiden, docente universitario del corso di archeologia funeraria egizia e archeologia della Nubia e del Sudan.

Quando arriva l’occasione del Museo di Torino partecipa al concorso, nel 2014. E’ da 17 anni che lavora all’estero, e ormai è un professionista affermato. Ha curato progetti espositivi in Olanda, Giappone, Finlandia e Spagna. Ha sviluppato importanti collaborazioni internazionali con il Museo vaticano e con il Louvre. E’ membro della missione epigrafica americana a Luxor, e co-direttore della missione olandese a Saqqara. Nessuno può vantare un curriculum come il suo. Viene scelto fra 101 candidati da una commissione presieduta dal rettore dell’Università di Basilea, Antonio Loprieno, noto egittologo: «Questo non ce lo dobbiamo lasciar scappare», dicono a Evelina Christillin.

Lui dice: «Sono emozionato e felice di tornare dopo 17 anni nel nostro amato Paese».
Raccoglie una buona eredità, perché nel 2013 il Museo ha appena fatto 540 mila ingressi, superando addirittura il numero di 537mila visitatori del 2006, quando Torino era invasa dai turisti per le Olimpiadi invernali. Ma lui fa ancora meglio: porta i biglietti staccati a 857mila e adesso si prepara a sfiorare il milione. Il Times l’ha inserito nella classifica dei 50 musei migliori al mondo. A bilancio mette 9,5 milioni di euro di incassi, e un ricavo netto di 810mila euro investiti in 4 fondi che corrispondono ad altrettanti progetti.

Nell’Italia disastrata della cultura, il suo istituto non ha bisogno di sovvenzioni e di fondi pubblici. Si inventa tutta una serie di promozioni, dagli ingressi scontati per San Valentino a quelli gratuiti nei giorni dei compleanni, fino alla promozione per chi parla arabo. Organizza cicli di conferenze divulgativi in cui i curatori e il direttore raccontano con entusiasmo i magnifici tesori conservati nel museo. Ogni tanto lui ritorna indietro e fa da guida ai visitatori, portandoli a passeggio fra le stanze piene di referti e di antichità, spiegando ogni cosa.

Parla italiano, olandese, inglese, un po’ d’arabo, il tedesco e il francese. E poi l’egiziano classico, il latino e il greco antico. E’ semplicemente una eccellenza che l’ignoranza della nostra politica non concepisce e non ammette. Quello che è adesso il Museo Egizio ha cercato di spiegarlo il 9 febbraio, lasciando i suoi uffici e scendendo a dialogare con Giorgia Meloni: «Siamo il primo museo archeologico d’Italia, dialoghiamo con tutti, e facciamo attività pubbliche di inclusione per avvicinare il più possibile il pubblico. Accogliamo senza tetto, andiamo negli ospedali e nelle carceri, e con la promozione per chi parla arabo cerchiamo di raggiungere quelle persone che in Egitto non si sono avvicinate al loro patrimonio. Per quel che ci riguarda il museo è di tutti, e non siamo d’accordo che si prenda una delle tante promozioni che facciamo e la si demonizzi a uso pubblico».

Che poi politicamente non dev’essere neppure renziano, come forse ritengono quelli che metterebbero solo i loro amici a dirigere qualcosa. Se gli chiedi dell’ex premier fa una risatina: «E’ molto simpatico quando parla inglese».

Prima di arrivare a Torino non era su Twitter e nemmeno su Facebook: «Non fanno per me. A me piacciono ancora i libri di carta, il loro odore». Di Twitter pensa che «ci allontani dalla cura del nostro cervello e che ci spinga un po’ alla superficialità». In Italia è rimasto stupito «dalla centralità della politica. Non si parla d’altro».

Nel settembre 2014, appena nominato al Museo di Torino, in tempi non sospetti, diceva che vorrebbe «essere giudicato per l’insieme dell’azione museale: il bilancio, e quindi anche i biglietti venduti, la didattica, la ricerca e la sua comunicazione, la cura e la valorizzazione della collezione. Ma vorrei anche che il verdetto arrivasse da persone competenti e terze, non dai politici».  Cioè per il merito. Una parola che da noi, soprattutto in Parlamento, è una bestemmia. Alla Meloni quel giorno,  lui diceva: «Io sono cattolico. Sa cosa vuol dire cattolico? Universale. Aperto a tutti». Vallo a spiegare a quelli che hanno paura del merito, qualunque esso sia.

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno, giornalista e scrittore   

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