[Il ritratto] Il padre camionista e la vita povera. Così i fratelli Benetton hanno costruito un impero dal nulla 

Il volto dei Benetton è cambiato totalmente. Oggi il interessi del gruppo sono una rete diffusa di interessi finanziari che ha perso il sudore del lavoro, conservando per assurdo la stessa immagine provinciale, così semplice, così defilata. Della sua storia resta poco, i negozi, il marchio, la memoria soprattutto. Le lacrime di Luciano Benetton dopo la tragedia 

[Il ritratto] Il padre camionista e la vita povera. Così i fratelli Benetton hanno costruito un impero dal nulla 

«Quello che mi spiace è che mi danno del finanziere perché mi occupo delle attività diversificate. Ma io non sono un esperto di finanza, anche se fin da ragazzo i miei fratelli mi hanno incaricato di gestire i risparmi di famiglia. Mi reputo un imprenditore dei servizi». A Gilberto Benetton piace fare il modesto, un po’ come tutti in famiglia, a cominciare da Giuliana, la sorella che ha inventato il maglione giallo in regalo a Lorenzo, da cui tutto è cominciato. Però i giornali lo hanno definito l’anima finanziaria del gruppo, l’uomo dei nuovi business, colui che tiene le chiavi della cassaforte di famiglia e tesse i rapporti con i salotti della finanza e con il potere dei palazzi romani, l’ombra più ingombrante che aleggia nelle polemiche di Genova. Che poi, se è davvero così, Gilberto è comunque un self made man, visto che gli piace sottolineare che non vorrebbe scadere nel patetico, «ma io sono quello che ha studiato di più in famiglia, e ho smesso a 14 anni».

Luciano, senatore del partito repubblicano per il giro più breve della storia, dal ‘92 al ‘94, smise a dieci. Lui, Gilberto, è in ogni caso l’uomo decisivo, quello che sposta definitivamente gli interessi della famiglia. In realtà le cose non sono così semplici, perché il miracolo del Nord Est, quello per cui il governo tedesco spediva giù delegazioni di economisti per studiarne i meccanismi, è finito come finiscono tutte le cose nella vita, anche i miracoli, caduto assieme alle ex popolari venete, le banche che hanno accompagnato per un ventennio la locomotiva di quel territorio. Tutto quel modello si è spento con la globalizzazione e le grandi famiglie che lo rappresentavano hanno cambiato pelle. Una parte dei Marzotto è uscita dalla moda per sempre. Del Vecchio ha cominciato a guardare ai francesi di Essilor con l’intenzione di lasciargli la maggioranza assoluta di Luxottica.

E il Gruppo di Pontano è ancora proprietario del nucleo originario del suo marchio, la United Colors, ma adesso è un potentato finanziario, una cosa molto diversa, un nocciolo di interessi fantasma che fa soldi a palate, senza più la poesia e il romanticismo dei tempi pioneristici. I settori in cui i Benetton dominano sono altri, le infrastrutture con Atlantia, il retail autostradale con Autogrill e la ambiziosa operazione con la spagnola Albertis, per diventare un colosso europeo che controlla 14mila chilometri di autostrade, che è poi la pietra dello scandalo dove tutto comincia. Perché adesso, nel calderone delle polemiche che fa di tutte le erbe un fascio, ci si dimentica in fretta della furiosa polemica con l’allora ministro delle infrastrutture, Antonio Di Pietro, che cercò di impedire in tutti i modi quella fusione, sostenendo che i Benetton si erano limitati ad aumentare le tariffe, incassare i dividendi e non fare gli investimenti previsti dal contratto di concessione. Il gruppo ricorse alla Ue, che in pratica gli dette ragione.

Di Pietro si arrabbiò talmente che restituì i soldi che aveva ricevuto da loro prima delle elezioni, 20mila euro, che poi erano quasi una mancia, considerato che persino all’Udeur avevano versato più del doppio, 50mila, senza contare i 150mila consegnati a ciascuno dei grandi partiti. Correva l’anno 2006, un anno importante per questa storia. Anche l’amministratore delegato Vito Gamberale era contrario a quella fusione: si dimise e al suo posto Gilberto scelse Giovanni Castellucci, il suo uomo di fiducia, che qualche anno prima era andato a prendere alla Barilla. Castellucci è quello che subito dopo il crollo del ponte ha detto che non era pericoloso. Luciano, ha raccontato un amico, «ha pianto quella sera». Gilberto invece non ha detto niente. Ma lui ormai è un uomo di finanza. E la finanza è come un fantasma.

In fondo, in quel silenzio, rotto solo da anonimi comunicati stampa, c’è l’immagine della nuova famiglia. Il volto dei Benetton è cambiato totalmente. Edizione Srl, la loro finanziaria, con un fatturato nel 2012 di 12,4 miliardi, è attiva nel settore retail principalmente con le partecipazioni in Benetton Group e Autogrill, mentre attraverso la controllata Sintonia Spa opera nel settore delle infrestrutture e dei servizi per la mobilità, con le partecipazioni in Atlantia Autostrade per l’Italia e Gemina Aeroporti di Roma, a cui ha aggiunto Nizza e altri piccoli scali. Edizione è inoltre presente nei settori immobiliare, agricolo e alberghiero e detiene partecipazioni di portafoglio in Assicurazione Generali, Pirelli e Mediobanca. E’ una rete diffusa di interessi finanziari che ha perso il sudore del lavoro, conservando per assurdo la stessa immagine provinciale, così semplice, così defilata.

Gilberto, l’uomo dei nuovi business, vive ancora come nei tempi gloriosi dei maglioni gialli, nella stessa casa nel centro di Treviso, con gli stessi pochi amici di allora, rientrando tutte le sere in salotto davanti alla tv come un qualunque, banale ragioniere di fabbrica. Solo che ritorna dai posti più lontani del mondo, con il suo arereo privato. Della sua storia resta poco, i negozi, il marchio, la memoria soprattutto. Erano quattro fratelli orfani del padre, Leone, noleggiatore di auto e bici prima di cercar fortuna in Libia, che sono riusciti a costruire un impero dal niente. Forbes nel 2012 li ha messi al dodicesimo posto degli uomini più ricchi d’Italia, con due miliardi a testa di patrimonio, e al 736mo del mondo. L’anno dopo ci ha aggiunto sullo stesso piedistallo la compagnia di Dolce & Gabbana.

Se si pensa da dove erano partiti è stato un miracolo davvero. Luciano dice che il padre gli aveva lasciato dei soldi, che non stavano male, visto che per qualche anno poterono permettersi pure una donna di servizio. Gilberto invece ha ricordi più duri: «Eravamo poveri. Papà lavorò come camionista in Libia. Morì di nefrite quando io avevo 4 anni». Dovettero darsi da fare tutti, abbastanza umilmente. Luciano faceva il commesso. E Giuliana lavorava la maglia per un negozietto: «A 17 anni era bravissima», ha detto Gilberto, «sapeva confezionare da sola un maglione dal primo all’ultimo passaggio». A mamma Rosa non piaceva che lei facesse quello: sognava altre cose per la figlia. Però, è proprio Giuliana che inventa un maglione giallo da cui comincia tutto. Era un regalo per Luciano, e lui ha la grande intuizione, perché non c’era nessuno che portava maglie con quel colore sgargiante e tutti gli continuavano a chiedere dove l’aveva preso, che l’avrebbero voluto anche loro. Allora chiama la sorella e le dice: «Tu li fai e io li vendo». Ecco come comincia. I soldi che guadagnano li danno a Gilberto. Tocca a lui metterli da parte i investirli.

Partono con un negozietto in una viuzza, poi vanno a Belluno e arrivano a Parigi. Negli Anni 80 il Gruppo conta più di mille centri vendita in Italia, 250 in Germania, 280 in Francia, 100 in Inghilterra. Tutto quello che toccano diventa oro. Nel 1986 sono in Borsa, il team Benetton in Formula 1 lancia Schumacher e vince i titoli iridati. Oliviero Toscani li rende unici con la pubblicità, E hanno successo anche nel basket. La loro è una storia dickensiana, quattro ragazzini di campagna, orfani di padre, senza titoli di studio, che riescono a costruire un impero dal nulla. Quello che viene dopo non è solo la fine di un modello, la crisi strutturale di un sistema che ci ha consegnato avidi finanzieri al posto di coraggiosi imprenditori, ma la realtà di un Paese a due velocità.

E una, la nostra, è da troppo tempo ormai in retromarcia. I Benetton hanno cambiato tutto, ma continuano a crescere e il bilancio del 2017 di Autostrade per l’Italia registra un utile netto di 917 milioni d’euro, più 19 per cento rispetto all’anno prima. Avendo tolto 500 milioni per i lavori di ristrutturazione. Cosa valgono tutti questi numeri di fronte a 41 morti? Eppure questo è il mondo che ci siamo scelti, quello di una civiltà asservita al suo sistema finanziario, piuttosto che esserne come dovrebbe la padrona. La nostra non è solo una crisi economica. E Genova ci sta insegnando, purtroppo, che è soprattutto una crisi di civiltà.