[L'analisi] L'eterno ritorno del Duce conquista la scena, ma la verità è un'altra

Il conflitto sociale è marginalizzato, le forze politiche della sinistra sono subalterne al grande capitale finanziario, la passività e l'indifferenza all'impegno collettivo dilagano tra le masse, il tasso di violenza politica è il più basso nell'Italia repubblicana. No, non c'è nessun rischio di una restaurazione del fascismo storico, della dittatura nelle forme specifiche che Mussolini costruì.  Ha qualche ambizione la commedia di Luca Maniero che calca il ritorno di Hitler in Germania. Ma l'analisi del regista non tiene conto della storia e del presente

[L'analisi] L'eterno ritorno del Duce conquista la scena, ma la verità è un'altra
La prima pagina de Il Tempo

Marcello Veneziani lo proclama provocatoriamente uomo dell'anno 2017, sulle pagine del "Tempo", storico quotidiano della destra romana: "Per fronteggiare Benito Mussolini, in arte duce, inventore della malattia più grave e più attuale dell’anno, il fascismo. Tutto il 2017 è stato dedicato alla sua profilassi, e guai a chi non si vaccina con l’antidux. Si sono fatte leggi speciali su leggi speciali, si è tentato di bonificare strade, piazze, iscrizioni, facebook e depurare tutti i social, movimenti, sezioni, case, spiagge e stadi che recavano segni inquietanti di quella malattia e del suo artefice. Hanno mandato i ghostbusters perfino nella sua tomba". 

Esagera, ovviamente, una forzatura di segno opposto a quella di quanti hanno martellato quotidianamente sull'emergenza neofascista. 

Il Duce sugli schermi

Intanto, però, il Duce sarà sicuramente protagonista della stagione invernale cinematografica. Andrà in sala il 1° febbraio, infatti, "Sono tornato", la commedia italiana che ambisce a imitare il successo dell'opera che l'ha ispirata, Lui è tornato, film tedesco che immagina il führer a spasso per la Berlino dei giorni nostri. Così a Benito Mussolini (Massimo Popolizio) tocca riapparire in piazza Vittorio, il cuore multietnico della capitale,  con la divisa sporca e il volto tumefatto. Lo choc per il  duce è notevole. Che ci fanno tutti quegli africani: è finito a Roma o è precipitato ad Addis Abeba? E poi perché tutta la gente è così morbosamente attaccata all'aggeggio "telefonino"? Gli ingredienti per una gustosa ucronia ci sono tutti ma la sceneggiatura si instrada sulla soluzione più semplice. Convinti che si tratti dell'ennesima attrazione per turisti, i passanti continuano a ignorarlo e ci vuole l'intuizione di un giornalista, interpretato da Frank Matano (il comico televisivo surreale diventato famoso come giurato di talent show), per portarlo alla ribalta televisiva. Lui è un giovane videomaker, di buone intuizioni ma di scarso successo. Sta girando un documentario, si imbatte nel Duce, è convinto che sia un attore e così portandolo in giro per l'Italia scopre che dalle viscere profonde del Paese, come 100 anni fa, davanti alla crisi sociale spaventosa, monta la stessa richiesta: ci vuole un uomo d'ordine. E Mussolini, ovviamente, è perfetto...

La dittatura dei media

Era un genio della comunicazione di massa, il nuovo scenario della pervasione totale è la sua occasione d'oro. Il grande narratore  va a riconquistare le masse a colpi di social network e di ospitate nei salotti tv . Un divertente esperimento storico in forma di comedy, con una strizzata d'occhio alla realtà effettuale delle cose che vede crescere a dismisura il peso del barnum mediatico nella costruzione dell'opinione politica: la tv, certo, ma anche Internet. Il film ha sicuramente qualche ambizione in più del format del cinepanettone a cui alcun critici poco generosi vorrebbero ridurlo. In un'intervista alla Repubblica, infatti, il regista Luca Miniero si avventura in qualche considerazione storica decisamente semplicistica: "Le condizioni del nostro Paese oggi ricordano da vicino quelle che, all'epoca, rappresentarono un terreno fertile per il fascismo".

Il vecchio e l'eterno fascismo

In realtà molti dei fattori determinanti dell'irruzione del fascismo sulla scena pubblica sono ai massimi rispetto a cento anni fa, ma nel segno contrario. Il conflitto sociale è marginalizzato, le forze politiche della sinistra sono subalterne al grande capitale finanziario, la passività e l'indifferenza all'impegno collettivo dilagano tra le masse, il tasso di violenza politica è il più basso nell'Italia repubblicana. No, non c'è nessun rischio di una restaurazione del fascismo storico, della dittatura nelle forme specifiche che Mussolini costruì. E non se ne avverte neanche la necessità: perché resta ancora vigente, quello sì, l'eterno fascismo di cui, con toni e riferimenti culturali diversi, hanno parlato due grandi intellettuali come Umberto Eco e PierPaolo Pasolini. Quel senso comune profondo costituisce l'autentico sentimento nazionale, che ha, con sublime indifferenza, attraversato tanti cambi di governo, dalla destra storica alla sinistra trasformista, da Giolitti a Mussolini, dalla balena bianca a Berlusconi, tutti plasmandoli, tutti riducendoli al mantra del Gattopardo, tutto deve cambiare perché nulla cambi... E così ci avviamo a una campagna elettorale già segnata dall'annuncio del leader della coalizione favorita: alla fine potrà restare questo presidente del Consiglio.