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Immunoprivilegio? I rischi di un sistema basato sulla patente di immunità

Un sistema simile era in vigore a New Orleans nella prima metà del 1900, quando tutta la Lousiana era flagellata dalla febbre gialla

Alessandro Spaventadi Alessandro Spaventa   
Immunoprivilegio? I rischi di un sistema basato sulla patente di immunità

Da qualche tempo in Italia e in alcuni paesi europei si discute dell’ipotesi di utilizzare i test sierologici non solo per capire quanto e come si sia diffusa l’epidemia di Covid-19, ma anche in funzione della Fase 2, quella di un primo alleggerimento delle misure di contenimento. L’idea in breve è di utilizzare il test per determinare se un individuo abbia sviluppato gli anticorpi al virus e abbia quindi già avuto e superato la malattia, anche se in modo asintomatico. I positivi sarebbero ormai immuni al virus, almeno per un certo periodo, e non correrebbero il rischio né di essere contagiati né di contagiare gli altri. Potrebbero quindi tornare al lavoro senza problemi.

In teoria non fa una grinza

In teoria un ragionamento che non fa una grinza. In realtà però il rischio che si formino delle pieghe nella società e anche piuttosto rilevanti c’è, come ci ricorda Kathryn Olivarius su un bell’articolo comparso sul New York Times del 12 aprile. Olivarius è una storica dell’Università di Stanford che studia storia e società del “Profondo Sud” degli Stati Uniti nel 19mo secolo. Quello delle piantagioni di cotone e di tabacco, delle case coloniche e di un’economia basata sulla schiavitù. Via col vento prima della Guerra di Secessione per intenderci, Rhett Butler, Rossella O’Hara, lo scialbo Ashley Wilkes, la fantastica Mami e via dicendo.

Nel suo articolo la storica americana ci ricorda come l’idea di cui si discute oggi, un sistema basato sull’immunità alla malattia, non sia una novità. Un sistema simile, o almeno basato sulla stessa idea di fondo, era in vigore già a New Orleans, la città sul delta del Mississipi, quella dei battelli a vapore con le ruote, dei funerali Jazz nelle strade e dei bordelli di Bourbon Street.

New Orelans e la febbre gialla

Nella prima metà del secolo la città e tutta la Lousiana erano flagellate dalla febbre gialla, una malattia trasmessa dalle zanzare al cui confronto il Coronavirus impallidisce. Tanto per dare un’idea, la mortalità era del 50% e la morte era orribile, le vittime perivano vomitando un sangue nero e viscoso, con la consistenza e il colore dei fondi di caffè. Coloro che sopravvivevano però divenivano immuni o “acclimatati”, come li si definiva allora, vita natural durante. Si diceva che i bianchi sopravvissuti avessero ricevuto il “battesimo di cittadinanza”, la prova di essere dei prescelti di Dio con un ruolo da giocare nel Regno del Cotone.

Il dominio degli immuni

La cosa che ci interessa è che l’immunità divenne un elemento fondamentale nel sistema sociale della società. I non immuni, i “non acclimatati” erano considerati non occupabili. I datori di lavoro non li volevano, troppo rischioso. Ma non potevano neanche stipulare assicurazioni sulla vita, a meno di non pagare un costoso sovrapprezzo. Se eri bianco, il fatto di possedere l’immunità o meno aveva conseguenze su dove potevi vivere, su quanto guadagnavi, sulla possibilità di ottenere un prestito e persino su chi avresti potuto sposare. Tanto che pare che non fosse raro il caso di immigrati appena arrivati in città che cercassero di ammalarsi per acquisire il desiderato status. Un po’ come si faceva con il morbillo quando eravamo piccoli, solo che questa era la febbre gialla nel 19mo secolo. Come affidare la tua vita al lancio di una monetina: testa, sopravvivi e trovi un lavoro; croce, muori vomitando sangue.

Bianchi e ricchi

Il sistema basato sull’immunità divenne un elemento di consolidamento dell’ordine schiavista. I bianchi potevano vivere praticando il distanziamento sociale; i neri, costretti a vivere nelle baracche, a lavorare l’uno accanto all’atro, esposti alle zanzare nei campi e nei loro dormitori, no. Così a morire erano soprattutto loro con il paradosso che se sopravvivevano la loro fortuna andava a maggior gloria del padrone: gli schiavi immuni valevano fino al 50% in più.

E la febbre gialla aiutò anche i ricchi a divenire più ricchi, impedendo agli operai bianchi e poveri di migliorare le proprie condizioni. Essa infatti consentiva agli imprenditori meno illuminati, non pochi a quanto pare, di sfruttare il rischio del contagio per mantenere condizioni di precarietà e tenere bassi i salari. Tanto conveniente era la situazione che pare che i maggiorenti cittadini ritenessero inutile puntare su politiche sanitare per contrastare l’epidemia. La risposta alla febbre gialla doveva essere più febbre gialla: stava ai poveracci sopravvivere e divenire immuni e non ai ricchi di investire in politiche sociali. Immunità di gregge si direbbe oggi.

Le epidemie dividono

Da sempre le epidemie evidenziano e accrescono l’ineguaglianza e contribuiscono a far divenire le linee di faglia delle società delle vere e proprie fenditure, a volte dei crepacci. Chi sta bene ha maggiori probabilità di sopravvivere alla malattia e di conservare il tenore di vita di prima o di subire perdite minime. Chi sta male non solo corre un maggior rischio di contrarre il morbo, ma ha anche il problema della sopravvivenza. Chi ha un lavoro a tempo indeterminato ha un futuro meno incerto di chi ha un’attività, è un lavoratore autonomo o ha un contratto da precario. Chi è regolare può contare sui sussidi, chi è irregolare è lasciato a se stesso. E via dicendo. Anziani e giovani, abili e disabili, ogni linea di possibile divisione diviene realtà.

Immunodiscriminazione

In questo contesto proviamo ad immaginare se alla fine di tutto il dibattito si decidesse la creazione di una sorta di patente di immunità, magari registrata su di una app sul telefonino. Una nuova linea di divisione verrebbe tracciata, forse la maggiore e più discriminante di tutte. Perché alla fine la questione potrebbe essere non solo chi torna prima la lavoro e chi no, chi esce al parco e chi no. Ma anche chi viene assunto e chi no, chi viene assicurato e chi no, chi può comprare una casa e chi no o, come a New Orleans, chi sposa chi.

Esagerato? Fantascientifico? Orwelliano? Eppure ci siamo già passati. Non solo nella New Orleans del 19mo secolo. Anche in Italia. “Negozio di ebrei”, “Solo ariani”, e più recentemente “Non si affitta ai terroni”, “Non si affitta agli immigrati”, “Si assumono solo italiani”. Il passo per un avviso “Si assumono solo Covid-immuni” potrebbe non essere poi così lungo.

Alessandro Spaventadi Alessandro Spaventa   
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